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RETROSCENA

Arabia Saudita: l’epidemia cambia i piani

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In Arabia Saudita il coronavirus ha bloccato gli investimenti basati sui dividendi del petrolio. Ora il calo della domanda ha costretto il Paese a una politica di austerità fiscale senza precedenti

Arabia Saudita: il coronavirus ha bloccato gli investimenti. Fedeli musulmani durante la preghiera del venerdì, all'interno del Masjid Al-Nabawi a Madina, Arabia Saudita, 5 giugno 2020. Agenzia di stampa saudita via REUTERS

Fedeli musulmani durante la preghiera del venerdì, all’interno del Masjid Al-Nabawi a Madina, Arabia Saudita, 5 giugno 2020. Agenzia di stampa saudita via REUTERS

Oggi ospitiamo un contributo di un politico attento agli scenari internazionali, vice segretario nazionale di +Europa, Piercamillo Falasca.

Prima di diventare un annus horribilis, il 2020 sarebbe dovuto essere un anno cruciale per le ambizioni dell’Arabia Saudita, un Paese impegnato in un complesso e profondo processo di diversificazione della propria economia e di graduale affrancamento dalla dipendenza dal petrolio.

Tuttavia, gli investimenti per rendere il regno una meta turistica internazionale e per lo sviluppo di settori strategici come la farmaceutica, la formazione, le energie rinnovabili e le infrastrutture si sarebbero basati proprio sui dividendi dell’oro nero: il calo drammatico del prezzo causato dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica ha cambiato radicalmente i piani, costringendo il Governo saudita a una politica di austerità fiscale senza precedenti nella sua storia.

Dal primo luglio, l’Iva per i consumatori salirà dal 5% (di fatto, l’unica imposta finora esistente) al 15%, insieme al taglio dei sussidi concessi ai dipendenti pubblici e a un rinvio di numerosi progetti di investimento infrastrutturale. Riad sceglie una risposta alla crisi opposta a quella dei Paesi europei, che hanno congelato o in alcuni casi ridotto il carico fiscale e immesso miliardi nel sistema economico nella forma di maggior deficit e debito di bilancio. Ma con una struttura economica fondata essenzialmente sull’estrazione di petrolio – per raggiungere il pareggio di bilancio, secondo le stime Fmi, ci sarebbe bisogno, ad oggi, di un prezzo del petrolio non inferiore ai 76 dollari al barile, più del doppio dei prezzi attuali – l’Arabia Saudita non può fare altrimenti.

I principali progetti in divenire – in primis, la costruzione di Neom, una megalopoli a trazione tecnologia ed ecologica con regole sociali diverse dal resto del Paese, nella zona costiera del Mar Rosso a confine con Giordania, Israele ed Egitto – appaiono oggi rallentati e incerti, e così l’implementazione del piano Vision 2030, il progetto di medio-lungo periodo su cui si basa il tentativo di modernizzazione del principe reggente Mohammed bin Salman. Le stime per il 2020 – un calo del Pil di almeno il 2,3% rispetto al 2019 e il crollo dei profitti del colosso petrolifero di Stato, Aramco – contribuiscono a rendere la prospettiva quanto mai problematica.

Eppure, proprio le criticità di questo periodo potrebbero rappresentare un acceleratore nel processo di cambiamento e diversificazione dell’economia saudita. A differenza degli altri Paesi produttori del Golfo, il regno ha una popolazione significativa (33 milioni, in aumento costante) tale da rendere possibile una strategia basata sulla crescita della domanda interna. Nei prossimi 5 anni, Riad può espandere il proprio debito pubblico dal 20% del 2019 fino a un 40% nel 2024, con tassi di interesse molto più bassi delle altre economie emergenti e con uno stock di debito comunque più contenuto di quello dei Paesi avanzati. La transizione dal petrolio avrà comunque bisogno di petrolio e vedrà l’Arabia Saudita nel ruolo di market driver e price maker dell’intero settore energetico ancora per diversi anni. Infine, complice anche la rinnovata popolarità della plastica monouso per ragioni di sicurezza sanitaria, il settore dei derivati dal petrolio sarà una valvola di sfogo e un ponte tra il settore dell’estrazione e l’industria manifatturiera.

Tuttavia, per cogliere queste opportunità, sarà cruciale che il Governo di Riad gestisca al meglio la più importante novità di questo tempo: l’introduzione di una imposta sul consumo del 15% trasformerà per la prima volta i cittadini sauditi in “contribuenti”. Da prenditori di risorse pubbliche a pagatori, da beneficiari di servizi gratuiti a utenti di servizi che staranno finanziando. Ciò dovrà indurre il Governo saudita, le agenzie e le imprese pubbliche a uno sforzo inedito di produttività ed efficienza, ma anche di trasparenza nei confronti dei loro cittadini.

La spinta per una rapida diversificazione economica aumenterà ed essa dovrà basarsi sempre più sugli investimenti esteri e meno sui profitti del petrolio. Quanto questo sarà possibile e facile dipenderà dalle condizioni di stabilità e certezza degli investimenti che Riad saprà garantire, ma anche dalla capacità del Paese di offrire agli stranieri una qualità della vita paragonabile o migliore a quella dei Paesi del Golfo oggi più aperti all’esterno. L’Arabia Saudita può ambire a diventare un hub di produzione per un mercato regionale molto ampio – dal corno d’Africa all’Asia centrale – ma questa sfida passa anzitutto dalla capacità di saper attrarre e proteggere il know-how degli investitori stranieri, più di quanto questo sia finora accaduto in Cina o in alcune realtà del sud-est asiatico.

Sarà tutto questo possibile? Può il gigante del deserto costruire il suo futuro post-petrolifero senza i profitti del petrolio? È una sfida complicata ma necessaria, che in qualche modo sta già costringendo Riad a ragionare in termini innovativi. Dipenderà da molti fattori, sia interni che internazionali. Saranno determinanti gli equilibri geopolitici dei prossimi anni.

Da questo punto di vista, il progetto di costruzione della città di Neom, nel nord-ovest del Paese, andrebbe letto in modo meno semplicistico dalla stampa occidentale. Oltre le suggestioni delle automobili volanti che l’attraverseranno, o della luna artificiale che la illuminerà, la sfida è chiaramente quella di dare all’Arabia Saudita una proiezione para-mediterranea, creando un collegamento geografico più forte tra il Regno e i suoi vicini “del nord” Egitto, Giordania e Israele. Se si vuole che i Paesi del Golfo nel loro complesso, e l’Arabia Saudita in particolare, proseguano un percorso di modernizzazione anche civile, politica e sociale, occorre che l’Europa tenga un dialogo fitto e costante con Riad e riapra il tavolo interrotto anni fa per un accordo commerciale tra Ue e Paesi Gcc (Gulf Cooperation Council). Occorre farlo prima che questi trovino più conveniente voltare lo sguardo a Oriente, verso Pechino.

@piercamillo

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