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Arabia Saudita: liberata attivista al-Shammari. “Finito un incubo”

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‘Rivedere la luce dopo il buio’, ‘liberarsi finalmente di un brutto sogno’. Queste sono state le prime sensazioni di Suad al-Shammari, attivista saudita detenuta per ben tre mesi senza prove a carico e senza processo, appena liberata dalle carceri saudite.

 

http://www.gc4hr.org

Cofondatrice del ‘Saudi Liberals Group’ assieme con Raif Badawi (il quale è stato condannato e sconta una pena di dieci anni e di 1.000 frustate con l’accusa di aver creato un sito web che mina la sicurezza pubblica e che ridicolizza esponenti religiosi), Suad al-Shammari era stata arrestata nel Novembre scorso per alcuni tweet considerati blasfemi. Dopo tre mesi di detenzione è stata liberata e la speranza è che con l’arrivo del nuovo re Salman bin Abdulaziz, che ha già annunciato un’amnistia generale, le cose migliorino in Arabia Saudita sul fronte della libertà di espressione e di coscienza. Intanto il network ‘Saudi Liberals Group’, che si prodigava per promuovere la pace, la tolleranza, il dialogo e soprattutto la liberazione della donna saudita dalla ‘tutela dell’uomo’, in seguito alle critiche mosse contro la polizia religiosa, è stato chiuso.

Amnistia reale: fumo negli occhi?
Eppure ci sono poche possibilità che in un futuro immediato l’attivista Raif Badawi (che ha già ricevuto la sua crudele dose di 50 frustate il 9 Gennaio scorso) ed il suo avvocato Walid Abulkhair (condannato a 15 anni) possano usufruire dell’amnistia annunciata dal nuovo sovrano. Perché? L’amnistia promessa dal re infatti non è in realtà generale ma ha criteri molto rigidi e soprattutto non include detenuti che siano stati condannati per reati di coscienza né si allarga a dissidenti politici o attivisti dei diritti umani. Dunque non sarà questa la strada da percorrere per ottenere la liberazione di Raif Badawi le cui frustate sono state per ora interrotte per ragioni mediche. Del resto la stessa Suad al-Shammari ha voluto precisare di non essere stata liberata in virtù dell’amnistia reale ma soltanto in seguito ad estenuanti negoziati con il regime.

Condizioni di detenzione deprecabili, celle sovraffollate, niente letto
Le condizioni di detenzione di Suad sono stati peggiori di quanto l’attivista potesse immaginare. Le celle, ha raccontato l’attivista alla sua liberazione, sono concepite per accogliere massimo otto donne ma spesso ce n’erano almeno il doppio. Per due mesi poi Suad è stata costretta a dormire per terra perché mancava il letto. La liberazione è stata dunque per Suad come il risveglio da un lungo incubo. Ora che è libera vuole continuare a battersi per la sorte di altri attivisti e militanti arrestati per reati di coscienza.

Le condizioni per la liberazione: divieto di associazione e di critica al regime
Il regime ha accettato la liberazione ma in cambio ha intimato a Suad il rispetto di rigide consegne. Tra queste, il divieto di partecipare a conferenze “ostili al governo” o di far parte di associazioni improntate “all’internazionalismo liberale” e il divieto di critica delle istituzioni saudite. Nonostante cio’ Suad è apparsa ottimista soprattutto per le iniziative prese dal nuovo re Salman il solo, a detta dell’attivista, a mostrare interesse ed a fornire un minimo sostegno ai media e all’attività di scrittori ed intellettuali.

Amnesty: almeno 30.000 prigionieri politici
L’amnistia reale giunge forse a cercare di mitigare numeri che di per sé sono allarmanti. Secondo le stime fornite nel Novembre scorso dagli attivisti sauditi e citate da Amnesty International (che per Raif Badawi ha lanciato la campagna #JeSuisRaif) ci sono circa trentamila prigionieri politici rinchiusi nelle carceri saudite, trattati dalle autorità come delinquenti e picchiati. Una delle rare organizzazioni indipendenti sorte in difesa dei diritti umani, l’Associazione Saudita dei Diritti Civili e Politici (ACPRA), ha dovuto subire l’arresto di ben undici membri della propria organizzazione per le proprie attività di militanza in favore dei diritti umani e dei diritti delle donne. Tra gli arrestati spiccano i fondatori dell’ACPRA Mohammad al-Qahtani e Abdullah al-Hamid, condannati rispettivamente a dieci e undici anni di prigione nel Marzo del 2013. Per il sovrano saudita dunque, malgrado le innegabili aperture, resta ancora molto cammino da percorrere.

 

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