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Il difficile cammino dell’Arabia Saudita

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Cosa c’è di vero nelle reclamizzate riforme del principe saudita, fin troppo accelerate per poter pensare a conversioni sincere e profonde alla modernità

Nel vecchio film del 1964 Beckett ed il suo re il Re d’Inghilterra, Enrico II, non ordinava direttamente l’assassinio dell’arcivescovo ma si limitava a chiedersi ad alta voce e in pubblico se non esistevano più nel suo regno baroni capaci di liberarlo di un “prete insolente “. Un invito che veniva prontamente e tragicamente raccolto!
Nell’odierno caso dell’assassinio in Turchia del giornalista arabo di opposizione Kashoggi, avvenuto all’interno del consolato dell’Arabia Saudita ad Ankara, le cose probabilmente sono andate, se non nello stesso modo, per lo meno in maniera analoga.

Appare infatti assurdo che l’erede al trono dell’Arabia Saudita, un uomo che ha dimostrato una notevole abilità a muoversi tanto sulla scena interna che su quella internazionale, potesse non aver previsto lo scalpore e la risonanza che avrebbero accompagnato un gesto del genere. Da considerare, per sopra misura, che l’azione è stata condotta sul territorio della Turchia, cioè del Paese che più duramente compete con l’Arabia Saudita per la leadership del mondo islamico di movenza sunnita. A casa quindi di un amico/nemico che avrebbe certamente approfittato − come del resto nella realtà ha poi effettivamente fatto − per amplificare al massimo l’impatto mediatico dell’accaduto al fine di gettare discredito sui rivali sauditi e in primo luogo sul principe Mohamed Bin Salman. Con tutta probabilità dunque l’omicidio è stata l’opera dei classici “servi sciocchi”, sempre pronti ad andare oltre le intenzioni del padrone nella speranza di essere apprezzati. Con tutto ciò comunque l’uccisione del giornalista in una maniera tanto selvaggia rimane, anche se scartiamo l’ipotesi di una responsabilità diretta e personale dell’erede al trono d’Arabia, la chiara dimostrazione di come il Paese che egli guida si stia ora muovendo su due piani ben diversi e che non riescono ad armonizzarsi l’uno con l’altro.

Da un lato infatti MBS sta facendo quanto può per introdurre la modernità nel Regno, o forse, per meglio dire, per aprire il Regno alla modernità. Su questo piano, formale e sostanziale al medesimo tempo, i progressi sono stati veramente tanti, con la liberalizzazione della musica, del cinema, della guida alle donne e altri provvedimenti che andavano nella medesima direzione. Non è poi escluso da questa azione anche il settore economico, in cui l’eventuale apertura della ARAMCO all’azionariato straniero dovrebbe accelerare l’allineamento dell’Arabia con i Paesi più avanzati. Resta comunque da chiedersi quanto profondamente questa catena di riforme incida nella realtà su una società pressoché totalmente condizionata da quel credo wahabita che è fra i più tradizionalisti, e quindi fra i più duri e ostili al cambiamento, dell’intero mondo islamico. L’esperienza afgana, anche lasciando da parte la guerriglia, dovrebbe averci insegnato quanto sia difficile, quasi impossibile, mutare i costumi di una società che nel suo intimo non desidera essere cambiata.
Le riforme attuate da MBS potrebbero quindi col tempo rivelarsi come una frettolosa ritinteggiatura dietro la quale la situazione dello stabile è rimasta assolutamente invariata. Una interpretazione che è suggerita anche dal fatto che il principe sta procedendo nelle sue riforme a una velocità troppo accelerata per poter pensare a conversioni sincere alla modernità. Del resto l’assenza di reazioni di rilievo da parte di quel clero wahabita che è da sempre la colonna che regge il dominio dei Saud porterebbe anche essa a orientare il pensiero in questo senso. D’altro canto poi a fare da contrappeso a questa vera o apparente corsa alla modernità resiste l’ancoraggio dell’Arabia Saudita a costumi barbari che parecchi episodi, tra cui l’assassinio di Kashoggi, pongono in evidenza. Gli oppositori considerati più pericolosi vengono quindi colpiti senza esitazione, anche se, quando sono di riguardo e rimane la speranza di poterli trasformare domani in alleati, vengono costretti in un lussuoso albergo e non eliminati fisicamente.

Sul piano internazionale poi non vi è alcuna esitazione ad aprire un conflitto sanguinoso e disumano come quello contro la minoranza Houti nello Yemen. Uno scontro che agli occhi del principe probabilmente offre il vantaggio di farlo apparire come il paladino del mondo sunnita nell’opera di contenimento dell’Iran sciita e dei suoi alleati ma che, nella realtà di ogni giorno, degli scontri sul terreno, ha aperto il vaso di Pandora di disumani orrori, di cui, tra l’altro, ancora non si scorge la fine.

Vista dall’esterno l’Arabia Saudita appare quindi, a voler essere ottimisti, come un Paese ove due anime sono in lotta senza che si sappia per ora quale di esse alla fine vincerà. A voler essere pessimisti invece, vi è da pensare che il Paese resti immobile e immutabile e che abbia indossato la maschera della modernità unicamente a nostro uso e consumo, cioè perché ha bisogno dell’Occidente. Stupisce quindi il fatto che il Presidente degli Stati Uniti non abbia avuto esitazioni a schierarsi senza riserve a favore di un principe che, nel bene quanto nel male, appare quale il ritratto del Paese e delle sue contraddizioni. Una maggior circospezione forse sarebbe stata auspicabile, anche se ciò sarebbe forse risultato in contrasto con i contratti per la fornitura di armamenti − questi sì veramente principeschi! − con cui MBS ha immediatamente ripagato l’appoggio ricevuto da Mister President.

Molto meno stupisce invece il fatto che, oltre a quello americano, MBS goda anche del supporto israeliano, motivato da ragioni di realpolitik e dal comune interesse al contenimento dell’Iran che funge da collante fra i due Paesi. Nel caso, quello che può stupire è invece l’assenza di reazioni a questo innaturale connubio in un mondo arabo che in altri tempi avrebbe invece reagito violentemente al solo prospettarsi dell’ipotesi. Vi è da chiedersi a questo punto che cosa succederà in futuro e se l’esperimento MBS sia destinato al successo o rischi di naufragare miseramente. Tutto dipenderà, probabilmente, dal ritmo del tentativo di cambiamento nonché dal fatto che esso sia, o meno, realmente motivato. Il ritmo infatti non dovrebbe assolutamente superare in ogni momento quelle che sono le possibilità di assorbimento del Paese. La sincerità delle intenzioni rimane inoltre il requisito di base perché i progressi compiuti risultino continui e duraturi. Inutile e controproducente appare in ogni caso sperare che MBS possa cambiare l’Arabia Saudita alla velocità con cui Ataturk riuscì a trasformare la Turchia. I tempi non sono più quelli, il mondo è diverso e ciò che al “padre dei turchi” riuscì in pochi anni, nel Paese wahabita del Golfo potrebbe richiedere parecchi decenni.

@romanoprodi – @sangiuit

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