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In Argentina e Brasile tornano di moda i militari

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In Argentina Macri lancia un decreto per un nuovo ruolo delle forze armate. Ma le opposizioni protestano perchè temono un passo indietro di quarant’anni. In Brasile, Bolsonaro cerca alleati fra i generali e nega gravi episodi legati al regime militare

Militari e politica: un equilibrio complicato. Soprattutto se i Paesi di riferimento sono Argentina e Brasile, profondamente segnati dalle dittature delle forze armate. Nonostante le complessità, però, i militari sembrano essere tornati di moda in Sudamerica. Accade con modalità differenti, ma l’argomento è tornato al centro del dibattito.

Da una parte, il governo Macri ha approvato una riforma per l’impiego delle forze armate; dall’altra, in Brasile, i candidati alla presidenza fanno leva sul sentimento di anti-politica, proponendo ricette elettorali che prevedono la presenza dei generali. Innanzitutto, è bene capire le possibili ragioni del governo di Mauricio Macri, stretto fra dolorose manovre fiscali e la necessità di ricorrere all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale. L’opposizione accusa il governo di voler ricorre ai militari per arginare le frequenti proteste di piazza, mentre la Casa Rosada risponde di volerli utilizzare per attività di contrasto a terrorismo e narcotraffico, e per il controllo delle frontiere.

Secondo il decreto 727 del 2006 di Néstor Kirchner, i militari argentini erano autorizzati a difendere il territorio da minacce esterne solo di altri Stati. Adesso invece potranno intervenire contro qualsiasi minaccia esterna (art.1 del decreto 683 di Macri). Il problema per gran parte dell’opinione pubblica è trovare un punto di equilibrio fra la sicurezza interna e la difesa nazionale. Le Ong chiedono con forza che i militari non si occupino di questioni interne, nemmeno per il supporto logistico.

Il decreto di Macri, invece, si muove in due direzioni: saldare il debito con i militari, riconoscendogli un ruolo meno marginale e più strategico nella società, e costruire un esercito più significativo per le missioni internazionali. «Potranno sostenere la politica estera, contribuendo all’integrazione del Paese nel mondo, con maggiore presenza nelle operazioni di pace dell’Onu», ha detto il presidente argentino.

Le associazioni di attivisti per i diritti umani, però, temono che si possa fare un passo indietro nelle garanzie democratiche. «Il proposito del governo è quello di incrementare il livello di repressione interna con la falsa scusa di proteggere obiettivi strategici, costruendo un nemico interno, silenziando le proteste sociali e arginando le crescenti mobilitazioni che contrastano le politiche di fame e miseria perseguite dal governo», si legge in un duro comunicato dell’Assemblea permanente per i diritti umani. Il 26 luglio, tanti manifestanti – fra cui le Abuelas de Plaza de Mayo e le Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora – hanno protestato davanti al ministero della Difesa contro il provvedimento. «A quarant’anni dai crimini, continuiamo la nostra lotta per memoria, verità e giustizia, esigendo di sapere dove sono i corpi dei nostri familiari. Non accetteremo nessun passo indietro nella nostra democrazia», hanno annunciato le Abuelas.

In Brasile, invece, l’approccio nei confronti dei militari è meno netto ed è probabilmente frutto delle scelte storiche e dell’amnistia post-dittatoriale. Le nuove generazioni scontano un deficit di conoscenza del periodo militare, proiettandolo, in parte, sullo scenario elettorale. Così accade che Jair Bolsonaro – l’ex capitano in riserva, candidato alla presidenza di estrema destra – possa pubblicamente derubricare l’omicidio (e la tortura) del giornalista Vladimir Herzog ad accidentale suicidio. «I suicidi capitano, le persone lo fanno», ha detto Bolsonaro riferendosi a un episodio per cui il Brasile è già stato condannato, all’unanimità, dalla Corte Interamericana dei diritti umani.

Bolsonaro, in testa alle intenzioni di voto senza l’ex presidente Lula, vorrebbe coinvolgere un generale nel ticket per la corsa alla presidenza di ottobre. L’ultimo nome forte per la vice-presidenza, secondo la stampa brasiliana, è quello del generale Hamilton Mourão, già favorevole a una soluzione militare. «I poteri dovranno trovare una soluzione. Se non ci riescono, dovremo imporla noi. E non sarà un’imposizione facile. Comporterà problemi, potete esserne certi», ha detto a settembre 2017, commentando la crisi istituzionale del Paese.

In precedenza, il partito repubblicano progressista aveva impedito al suo generale in riserva dell’esercito, Augusto Heleno, di correre come vice di Bolsonaro. Esiste, dunque, la possibilità che una coppia di ex militari guidi una Repubblica in cui la politica ha sempre meno credibilità. Recentemente, Michel Temer ha dovuto smentire la possibilità di un golpe militare, ma c’è una parte dell’opinione pubblica che continua a chiedere l’intervento armato. Si tratta, allo stato attuale, di ipotesi remote, forse fantasiose.

La democrazia è solida sia in Brasile che in Argentina, ma, seppur la moda viva di cicli, è bene che i militari siano rispettati, ma che non tornino protagonisti come in passato.

@AlfredoSpalla

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