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Il fantasma di Cristina

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Il grave quadro economico dell’Argentina non giova a Macri. Il Paese è avvitato in una crisi che nessuno è riuscito a sanare. Eppure, un secolo fa, aveva il quinto migliore Pil del mondo

L’Argentina che si appresta a eleggere il Presidente della Repubblica, metà dei deputati e un terzo dei senatori, continua a essere un Paese che è difficile definire “normale”. Da decenni cicliche crisi economiche e politiche impediscono di mettere a frutto gigantesche potenzialità. La Banca Mondiale ha da poco pubblicato un rapporto intitolato Verso la fine della crisi in Argentina che traccia un bilancio impietoso della gestione economica del Paese. Dal 1950 a oggi si sono registrati 15 periodi di recessione: dei 69 anni presi in esame, 23 si sono chiusi con un calo dell’economia. Solo la Repubblica Popolare del Congo ha fatto peggio. Per la Banca Mondiale le cause vanno cercate nella pessima performance macroeconomica accumulata e nella tendenza del Paese sudamericano a vivere al di sopra delle proprie capacità, elementi che generano ciclici momenti di boom e di crisi. La spesa a debito, una delle piaghe argentine, è stata quasi sempre indirizzata verso lo stimolo dei consumi, portando al surriscaldamento del ciclo e quindi a ripetuti crolli, con crisi di iperinflazione, svalutazione selvaggia della moneta o addirittura default in piena regola.

Quando il liberale Mauricio Macri, già sindaco di Buenos Aires, vinse a sorpresa le presidenziali del 2015 contro il peronista Daniel Scioli, la situazione economica era compromessa. L’inflazione toccava il 30% annuo, il 30% dei cittadini viveva in povertà ed era stato introdotto un “ceppo cambiario” che stabiliva un rapporto falsato tra il peso e il dollaro Usa, congelando il mercato del cambio. L’economia era ferma per via della mancanza di fiducia degli investitori stranieri nel Paese governato dal 2003 dai Kirchner, ultimi eredi del peronismo. L’ingegner Macri, figlio di un imprenditore edile italiano, insieme agli alleati dell’Unione Civica Radicale, era riuscito a confezionare una ricetta in controtendenza: liberalizzazioni, apertura ai mercati internazionali, incentivi agli investimenti produttivi, eliminazione della povertà e dell’inflazione, rinnovamento delle infrastrutture, lotta alla corruzione. A fine mandato il bilancio è però impietoso. Macri ha mancato quasi tutti gli obiettivi, portando l’Argentina in una situazione peggiore di quella ereditata. Nel 2019 l’inflazione è calcolata al 57,3% annuo, la terza più elevata nel mondo dopo Venezuela e Zimbabwe. La povertà è cresciuta e riguarda il 32% della popolazione. Intanto il peso si è svalutato di oltre il 360%, il deficit di bilancio dello Stato ha raggiunto il 4% annuo e sull’Argentina è tornato ad aleggiare un fantasma ricorrente nella sua storia, quello del debito pubblico fuori controllo.

Nel giugno 2018 il Ministro dell’Economia Nicolás Dujovne e il Presidente della Banca Centrale Federico Sturzenegger annunciavano trionfalmente il raggiungimento di un accordo con il Fondo monetario internazionale, che non solo riallacciava con Buenos Aires le relazioni interrotte ai tempi del default del 2001, ma addirittura concedeva al Paese il prestito più importante della sua storia, oltre 50 miliardi di dollari erogabili in tre anni, per stabilizzare il peso e dare ossigeno all’economia, soprattutto attraverso l’avvio di un piano di opere pubbliche. Per far fronte ai bisogni di cassa, già dal 2015 lo Stato ha ricominciato a emettere bond accumulando un debito pubblico di 310 miliardi di dollari, pari al 98% del Pil, contro i 190 miliardi (il 40% del Pil dell’epoca) che Macri aveva ereditato. Sul fronte della produzione e del reddito la situazione non è migliorata: negli ultimi 5 anni i settori trainanti dell’economia (edilizia, commercio e industria) hanno subito un calo del 40%, mentre il potere d’acquisto dei salari è sceso del 20%. Unico punto in attivo dell’amministrazione Macri è l’avvio di un gigantesco piano di infrastrutture ferroviarie nella provincia di Buenos Aires, governata dall’ultra-macrista María Eugenia Vidal.

Tornando al concetto di “Paese normale”: se l’Argentina lo fosse, Macri non avrebbe alcuna chance di rielezione. Ma non è così. Al primo turno delle elezioni di ottobre, eventualmente seguite dal ballottaggio a novembre, il vero scontro sarà tra lo stesso Macri, che ha scelto come vice un peronista di razza come Miguel Ángel Pichetto, già capogruppo alla Camera, e Cristina Fernández Kirchner, che si candida a vice di Alberto Fernández, già capo di Gabinetto di suo marito Néstor e poi suo, fino al 2008. L’unica altra candidatura rilevante è quella di Roberto Lavagna, Ministro dell’Economia di Néstor Kirchner nel dopo-default.

Queste proposte ribadiscono l’anomalia argentina. Il primo dato rilevante è che in tutte e tre le candidature che si scontreranno c’è almeno un peronista, a conferma del fatto che il movimento nato negli anni ‘40 del secolo scorso è ancora maggioritario, ma che allo stesso tempo ha anime così diverse da presentarsi l’una contro l’altra. Il secondo è che Cristina Kirchner, che guidò in prima persona il Paese dal 2007 al 2015, ora si candida a vicepresidente: in questo modo prova a schermare la sua presenza nel futuro Governo, consapevole di dover scontare un’immagine pubblica non proprio felice.

Cristina Kirchner è il personaggio più divisivo della politica argentina da almeno dieci anni e proprio per questo, malgrado la pessima performance economica, Macri ha la possibilità di essere rieletto. Kirchner può contare su un nucleo rilevante di consensi, che però si è ridotto negli ultimi anni della sua presidenza, e lo dimostra la sconfitta di Scioli, da lei sostenuto, nel 2015. Questo perché durante il secondo mandato di Cristina Kirchner l’inflazione iniziò a crescere, l’economia rallentò e quasi tutte le ricette proposte dal suo Governo fallirono. Soprattutto, in Argentina nessuno dimentica che lei e il marito, a leggere le carte dei vari processi in corso, sono stati al centro di un’incredibile trama di corruzione: per “finanziare la politica” ma anche per arricchimento personale. Le accuse contro l’ex Presidente spaziano dall’avere insabbiato le responsabilità iraniane nell’attentato a Buenos Aires del 1994 al danno erariale per la politica sui cambi valutari, alla costituzione di un’associazione a delinquere per gestire le tangenti provenienti dalle opere pubbliche. Se Cristina Kirchner non fosse stata senatrice e suo figlio deputato, sarebbe probabilmente già finita agli arresti. I suoi sostenitori affermano che si tratta di una persecuzione giudiziaria, e al momento non sono state emesse condanne, ma è innegabile che il clan Kirchner è diventato l’emblema di un’Argentina che molti vorrebbero superare.

Sulle idee economiche, i due candidati sono lontanissimi a parole, molto meno nei fatti: Macri ha una cultura liberale e “market oriented” mentre Cristina Kirchner è su posizioni stataliste e dirigiste, tuttavia quando Macri si è trovato a gestire l’impianto del welfare e il ruolo dello Stato modellati dai suoi predecessori non ha prodotto grandi scossoni. L’unica misura realmente impopolare sono stati i tagli alle sovvenzioni dei servizi pubblici (trasporti, luce e gas) che, senza contributi statali, sono aumentati anche del 200%. L’aver scelto come suo futuro vice un peronista conservatore come Pichetto conferma che, anche in un eventuale secondo mandato, Macri non intende promuovere riforme radicali come quelle neoliberiste che, paradossalmente, fece negli anni ’90 il peronista Carlos Menem, all’epoca sostenuto anche dai Kichner.

L’esito della sfida tra Macri e Kirchner, alla fine, dipenderà dalla volatile emotività dell’elettorato e dalle mosse dei peronisti, soprattutto dei potenti governatori delle province, al momento schierati in ordine sparso. In sottofondo c’è una situazione economica ancora una volta compromessa, con il rischio di nuove crisi economiche dietro l’angolo e con un popolo tuttora abbagliato da quel populismo assistenzialista, responsabile di aver tarpato le ali a un Paese che, un secolo fa, aveva il quinto migliore Pil pro capite del mondo.  

@alfredosomoza

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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