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Crisi rifugiati: Tokyo assiste con distacco

La crisi dei rifugiati che ha investito l’Europa nelle ultime settimane ha messo in mostra tutte le contraddizioni delle politiche migratorie del Vecchio continente. La situazione europea è osservata con un certo interesse anche qui, in Giappone.

Un campo profughi in Turchia. Foto credit: huffiingtonpost.com

La decisione di Germania e Austria di aprire le proprie frontiere ai rifugiati provenienti in particolare dalla Siria — è arrivata in un momento cruciale in cui secondo alcuni osservatori  la pressione migratoria si era fatta troppo forte per continuare a costruire barriere su barriere. Secondo stime delle Nazioni Unite saranno 850mila le persone che attraverseranno il Mediterraneo tra i restanti mesi del 2015 e il 2016. Una situazione che richiederà sempre di più uno sforzo globale, soprattutto da parte delle economie avanzate.

Eppure — complice forse la lontananza dal Mare nostrum — Tokyo assiste con un certo distacco. L’impressione è cioè che Tokyo voglia continuare a fare ciò che ha fatto finora: stare ad osservare. 

In giorni in cui le priorità della politica giapponese sono altre — il passaggio nel secondo ramo del parlamento del provvedimento che permetterebbe ai militari giapponesi di partecipare a missioni all’estero e andare in soccorso di forze alleate in caso di conflitti o schermaglie — il problema rifugiati trova spazio nei telegiornali e negli approfondimenti giornalistici, ma non sembra toccare la politica.

In questo atteggiamento sta la più grande delle contraddizioni della politica estera giapponese verso il Medio Oriente. Da una parte, ci sono lo sforzo economico promesso dal governo di Shinzo Abe — 200 milioni di dollari — agli stati che combattono il gruppo dello Stato islamico e il supporto economico — 181 miliardi di dollari nel 2014 — all’agenzia dei rifugiati dell’Onu; dall’altro, il fatto che negli ultimi cinque anni, a dispetto di un aumento repentino del numero di richieste di asilo — in particolare di cittadini provenienti dall’Asia meridionale — Tokyo ne abbia accettate meno dell’1 per cento.   

Il 4 settembre scorso, Amnesty International ha invitato paesi con un alto reddito medio come Corea del Sud, Giappone, Singapore e Russia a contribuire allo sforzo europeo di accoglienza dei rifugiati siriani. Nel 2015, i quattro paesi non hanno offerto neanche un posto per il ricollocamento dei profughi dal paese in cui da 4 anni è in corso una guerra civile che ha fatto oltre 200mila vittime.

All’appello di Amnesty si aggiungono i dati della Japanese association for refugees, un’organizzazione non governativa che si occupa di sostenere i rifugiati in Giappone e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione. Secondo la ong, sono appena 3 su 60 i siriani che hanno ricevuto il riconoscimento dello status di rifugiato da Tokyo. Altri 40 circa sono stati messi in lista d’attesa, ma non possono accedere ai corsi di lingua giapponese né cercare un lavoro, né tantomeno ricongiungersi con la propria famiglia.

Il quotidiano Asahi shimbun, una delle voci liberali del paese-arcipelago,  in un editoriale  ha chiesto al governo di dare il proprio contributo alla comunità internazionale nell’affrontare l’attuale emergenza rifugiati. “Per l’amministrazione del primo ministro Shinzo Abe, la crisi dei rifugiati, che richiede una risposta globale — si legge nell’articolo — può essere un buon test per la strategia diplomatica basata su quella che Abe chiama ‘pacifismo proattivo’”.

In fondo, proprio con questa idea su cui si fonda la politica estera giapponese, la “chiusura” di Tokyosakoku, lo ha definito il Mainichi, in riferimento al periodo compreso tra l’inizio del 17esimo e la metà del 19esimo in cui le relazioni con l’estero erano limitate e relegate in pochi porti dell’arcipelago — sull’accoglienza ai rifugiati è in apparente contraddizione. Abe & co sono convinti di poter offrire un contributo più visibile alla stabilità della comunità internazionale a guida Usa. Solo che per ora la strada scelta è quella delle armi e non dell’accoglienza.

@Ondariva

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