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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Australia anti-Cina

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L’Australia spenderà 1 miliardo di dollari australiani per dotarsi di una nuova capacità militare navale. Così Canberra vuole frenare la Cina, ma non solo

Il Primo Ministro australiano Scott Morrison arriva all’aeroporto Haneda di Tokyo, Giappone, 17 novembre 2020. REUTERS/Issei Kato

L’Australia spenderà 1 miliardo di dollari australiani (circa 633 milioni di euro) per dotarsi di nuova capacità militare navale: missili superficie-aria, missili antinave a lungo raggio e siluri leggeri, tra le altre cose. Alcuni di questi sono in grado di colpire bersagli a terra a oltre 1500 chilometri di distanza. L’obiettivo è “proiettare e mantenere il controllo sul mare”.

L’obiettivo dell’Australia

L’investimento è parte di un piano di spesa molto più ampio, che porterà la nazione a investire nella difesa quasi 170 miliardi di euro (270 miliardi di dollari australiani) in dieci anni. Nell’annunciare la cifra, a luglio, il Primo Ministro Scott Morrison specificò che le nuove acquisizioni sarebbero state concentrate nell’Indo-Pacifico, una regione che disse di volere “libera dalla coercizione e dall’egemonia” e “guidata dalle regole internazionali”. Il riferimento – evidente, seppur mai menzionato esplicitamente – era alla Cina e alla sua ascesa assertiva in questa porzione di Asia.

Questa settimana la Ministra della Difesa australiana Linda Reynolds, nel commentare il miliardo destinato al potenziamento della capacità missilistica, ha ribadito nella sostanza quanto espresso tempo prima da Morrison. E cioè che Canberra vuole avere “un deterrente forte e credibile che garantirà la stabilità e la sicurezza nella regione”. Il mese scorso l’Australia aveva fatto sapere che avrebbe iniziato a testare missili ipersonici – capaci di viaggiare ad una velocità almeno cinque volte superiore a quella del suono – all’interno di un nuovo accordo con gli Stati Uniti, il partner di riferimento. Pochi giorni fa Reynolds ha per l’appunto avuto una conversazione con il nuovo Ministro della Difesa americano, Lloyd Austin: hanno discusso di cooperazione nella difesa e di aumento delle attività nel Pacifico meridionale.

L’Australia sta inoltre investendo in almeno otto nuove imbarcazioni adattabili all’occorrenza al ruolo di dragamine, per l’individuazione e la distruzione di mine in mare.

L’alleanza con gli Stati Uniti e il commercio con la Cina

Il rafforzamento militare australiano si spiega, come accennato, con la necessità di rispondere all’espansione della Cina. I rapporti di Canberra con Pechino sono tuttavia complicati dalla coesistenza di interessi diversi e apparentemente contrastanti.

Da una parte ci sono, per l’appunto, il timore di un’egemonia cinese sull’Asia-Pacifico e l’alleanza – fortissima – con gli Stati Uniti, che ha portato Canberra a escludere Huawei dalle reti 5G già nel 2018 e a impedire all’azienda di realizzare cavi Internet sottomarini. Dall’altra parte ci sono però i legami economici con la Cina, il più grande socio commerciale, che assorbe da sola il 30% delle esportazioni: l’Australia sta infatti soffrendo particolarmente il divieto cinese alle importazioni di carbone e i dazi sul vino.

Ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti?

La collaborazione strategica tra Australia e Stati Uniti non è in discussione. Per restare in tema di missili, l’azienda che produce gli SM-2, gli SM-6 e gli Evolved SeaSparrow in cui Canberra ha investito è americana: Raytheon.

Alcuni analisti si domandano però se dietro all’aumento della spesa militare non ci sia anche la volontà di Canberra di essere un po’ più autonoma da Washington sulla difesa. L’ex Presidente Donald Trump e il suo approccio economicistico alla politica estera, pur non avendo alterato i presupposti dell’alleanza bilaterale, potrebbe cioè aver convinto l’Australia che è meglio “fare da sé” e non affidarsi eccessivamente a un Paese che, in futuro, potrebbe tornare a trattare con sprezzo i partner.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
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