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RETROSCENA

Usa: il discorso di Biden sui primi 100 giorni

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Biden sfrutterà il discorso sullo Stato dell’Unione per ribadire la propria agenda. Ma i repubblicani non sembrano intenzionati a fare passi nella sua direzione su welfare e tasse

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la first lady Jill Biden dopo essere atterrati all’Ellipse vicino alla Casa Bianca a Washington, Stati Uniti, 25 aprile 2021. REUTERS/Al Drago

Il primo discorso di Joe Biden sullo Stato dell’Unione – o SOTU, che gli americani non vivono se non trasformano tutto in un acronimo – non sarà rituale come accade sempre nell’anno di inaugurazione di un Presidente. Il coronavirus ha infatti ritardato di un paio di mesi il rito. E così, a differenza dei suoi predecessori, Biden può presentare se stesso agli eletti, e soprattutto agli elettori, con dei risultati. Il piano vaccinale, che è stato più rapido dei pur ambiziosi obiettivi fissati, e l’America Recovery Plan che ha distribuito montagne di dollari a cittadini in difficoltà e istituzioni. Una fortuna perché a oggi i due risultati dei 100 giorni del democratico tendono a essere popolari tra la maggioranza degli americani.

L’agenda di Biden

Per queste ragioni il Presidente utilizzerà il discorso alla nazione per rilanciare la propria agenda ambiziosa e userà gli argomenti retorici a sua disposizione per cercare di convincere qualche repubblicano a sostenere i suoi piani. Senatore dal 1979 al 2009, è stato collega e anche amico di molti tra loro e in campagna elettorale ha insistito molto sulla necessità di unire il Paese. Difficile che il Partito repubblicano contemporaneo, saldamente in mano a Trump, faccia dei passi nella sua direzione, specie in materia di welfare e tasse, le due novità che il Presidente si appresta a presentare al pubblico.

Nei piani di Biden ci sono molte cose assieme, alcune già in forma di legge approvata alla Camera o di proposta fatta: una riforma della normativa elettorale che faciliti e garantisca il voto a tutti, una riforma della polizia, una dell’immigrazione e poi l’approvazione del piano infrastrutturale, che poggia su due pilastri: il primo lo conosciamo e il secondo, assieme agli strumenti per finanziarlo – le tasse – sarà la novità dei discorso al Congresso. In termini di spesa, il Presidente descriverà l’American Family Plan, che propone di dedicare centinaia di miliardi di dollari all’assistenza all’infanzia, alla scuola materna, al congedo familiare retribuito e al college comunitario gratuito.

Un piano che verrebbe parzialmente finanziato da aumenti delle tasse sui profitti derivanti da investimenti finanziari e tasse sui redditi più alti. Secondo i piani, le infrastrutture le dovrebbero pagare le imprese con un aumento delle aliquote sui profitti, mentre la parte di investimenti in welfare la pagherebbero i cittadini più ricchi.

Gli investimenti

Il Financial Times anticipa che, secondo i calcoli dell’amministrazione, solo lo 0,3% dei contribuenti sarebbe colpito da tasse più alte sugli investimenti: “C’è una crescente consapevolezza che negli ultimi anni molti dei rendimenti di coloro che guadagnano di più sono più alti di ciò che chiamano tassi di rendimento di mercato. Una delle maggiori conseguenze del cambiamento alla tassazione dei guadagni di capitale proposto da Biden è che eliminerà il trattamento fiscale preferenziale di molti profitti di private equity, hedge fund e investitori immobiliari”.

L’argomento è il solito: in questi anni ci sono segmenti di società e di mondo delle imprese che non hanno perso, ma guadagnato dalle crisi, e che hanno spesso pagato aliquote molto basse; se vogliamo mettere mano ad alcune grandi questioni irrisolte dobbiamo spendere e coloro cui è andata meglio dovrebbero pagare. Un ragionamento che non piace ai repubblicani e men che meno alle banche di investimento. I primi criticano sia i piani di spesa che quelli di entrata, i secondi sono favorevoli alla spesa per le infrastrutture, ma contrari all’idea di dover contribuire. Il partito di Trump, che negli anni del suo mandato ha visto crescere il deficit in maniera esponenziale, ha poi riscoperto di colpo il rigore e le preoccupazioni per un deficit alle stelle. I gestori di fondi di investimento stanno facendo tutto quel che possono per creare un clima di panico. Ma, ricordiamolo, della montagna colossale di soldi che circolano nella finanza, una quota risibile finisce in investimenti produttivi: cioè, viene usata nell’economia reale e il settore finanziario, che genera un quarto del totale dei profitti americani, offre lavoro solo al 4% degli occupati.

La sfida per Biden e i democratici è convincere gli americani che le ricette proposte sono un bene per la società tutta e che l’aumento delle tasse non toccherà la middle class. Non facile, ma non impossibile. Il discorso sullo Stato dell’Unione servirà anche a questo.

Quanto piace Biden?

Il Presidente può approfittare di un clima positivo: l’economia confidenza Index di Gallup, che a gennaio era a -21, è tornato in terreno positivo per la prima volta dall’inizio della pandemia. Un sondaggio ABC/Washington Post, pubblicato lo scorso weekend, assegna al Presidente un 52% di approvazione, con l’unica macchia di un 37% di favorevoli al modo in cui ha gestito la situazione al confine con il Messico – terreno scivoloso che vede sia elettori repubblicani essere contrari per ragioni opposte a quelle che ispirano il giudizio negativo di una parte di quelli democratici.

Una rassegna di molti sondaggi recenti ci parla di un gradimento generale alto (53% contro 41% di giudizi negativi), di voti ottimi per quanto riguarda la gestione della pandemia (72%) e la capacità di empatia. Il 46% ritiene che il Paese vada “nella direzione giusta”, un record per un indicatore che tende a essere molto negativo. Biden si deve preoccupare per il giudizio della white working class, gli operai bianchi, che continua a essere negativo. Con un ma: tra quegli elettori l’idea delle infrastrutture che creano lavoro manuale e quella delle tasse ai ricchi sono popolari e il Presidente tornerà a proporle durante il suo discorso al Congresso. Ma sul terreno del consenso, l’effetto di quelle misure si vedrà quando e se verranno implementate. Prima però serve che queste vengano approvate con il voto di 50 senatori più uno, e per ottenerlo serviranno trattative a tu per tu con alcuni senatori democratici restii a votare troppa spesa.

Saranno settimane febbrili e dall’esito delle trattative dipenderà anche se l’amministrazione deciderà di presentare tutti i pacchetti di spesa e tassazione assieme o se dividerli per avere almeno la certezza di vederne alcuni approvati in fretta. In questo secondo caso è probabile che ad avere la precedenza sia il piano infrastrutturale, che ha il sostegno del mondo delle imprese e che per i repubblicani sarebbe più difficile da presentare come un passo verso il socialismo.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
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