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Biocarburanti: siamo sicuri siano la strada giusta?

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Andrew Steer, presidente del think tank ambientalista World Research Institute, fa il verso a Mark Twain: “Molte affermazioni sul futuro dei biocarburanti sono drammaticamente esagerate”. E aggiunge: “Ci sono altre strade, molto più efficaci, per ridurre le emissioni di carbonio, se si vuole combattere il riscaldamento globale”.

L’istituto con sede a Washington, infatti, ha appena pubblicato un rapporto sui biofuel, che è stato letto in anteprima dal New York Times. Il dossier del World Research Institute, noto per le sue analisi non partigiane in materia ambientale, è molto interessante ed è una sorta di appello ai governi affinché riconsiderino le loro politiche in materia.

Negli ultimi anni i biocarburanti sono stati visti in Occidente come un’alternativa ecologica alle materie prime fossili, una maniera per ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale e al tempo stesso diminuire i gas responsabili dell’effetto serra. La parola chiave del rapporto, però, è “efficienza”: la trasformazione di biomasse (ad esempio, grano, mais, canna da zucchero) in combustibile è un processo inefficiente e non riuscirà mai a comporre una porzione significativa dell’offerta globale di energia. Anzi, produce l’effetto di tagliare la quantità di terra fertile disponibile, proprio nel momento in cui le esigenze crescono, per effetto dell’aumento della popolazione mondiale (si stima che la domanda alimentare crescerà del settanta per cento entro il 2050).

Ovviamente ci sono delle eccezioni. Alcuni biofuel, si legge nel rapporto, hanno un senso, in particolare quelli prodotti a partire dai rifiuti, ma il loro potenziale è limitato (si suggerisce di utilizzarli, ad esempio, per alimentare gli aeroplani). La politica, però, si è mossa in maniera differente: gli Stati Uniti nell’ultimo decennio hanno incentivato la produzione di carburante a partire dal mais (tanto che una quota ampia del raccolto nazionale, superiore al trenta per cento, viene utilizzata a questo scopo, coprendo il sei per cento della domanda di benzina). La conseguenza è stata quella di trascinare verso l’alto il prezzo delle materie prime alimentari, senza, peraltro, che vi sia stato un grandissimo impatto sulle emissioni di anidride carbonica, il maggiore indiziato del global warming.

Un altro argomento considerato nel rapporto, che riguarda da vicino l’Europa, è quello del pellet di legno, ossia il combustibile ricavato dalla segatura. In Italia è nata una polemica forte intorno alla decisione, presa dal governo nell’ambito della legge di Stabilità, di aumentare l’Iva sul pellet, che serve ad alimentare le stufe, dal 10 al 22 per cento. In tutto il continente questo business si sta diffondendo, anche in ambito industriale, soprattutto in Gran Bretagna, dove il settore beneficia di notevoli sussidi. Milioni di tonnellate di pellet prodotte negli Stati Uniti prendono la via dell’Europa. I produttori sostengono di essere consapevoli dell’impatto ambientale e di utilizzare solo i rifiuti di legno (oppure alberi che verrebbe comunque tagliati nel momento in cui si dovesse procedere alla manutenzione dei boschi). I gruppi ambientalisti, però, hanno seri dubbi in proposito, ritengono che il pellet provochi la deforestazione e spingono affinché la Ue riconsideri il proprio approccio in questo campo.

La stessa amministrazione Obama, in più di una circostanza, ha fatto intendere di voler seguire l’esempio europeo, sempre in nome della lotta al riscaldamento globale. Il think tank, invece, si augura che alla Casa Bianca cambino idea e, più in generale, che l’Occidente riveda le proprie politiche in tema di biocarburanti. Del resto, scrive, queste strategie sono state elaborate in un periodo in cui le alternative nel campo delle energie rinnovabili erano considerate proibitive per una ragione di costi. Adesso i tempi sono cambiati, sole e vento rappresentato opzioni più valide e più efficienti. Se, ad esempio, si prendesse un appezzamento di terra e si installassero pannelli solari, il rapporto di energia prodotta, rispetto ai biofuel, sarebbe di cinquanta a uno.

 

@vannuccidavide 

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