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Brexit, l’accordo non c’è!

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Brexit: Ue e Gran Bretagna verso una possibile uscita senza accordo, avverte la Germania. Intanto, Londra sottoscrive alleanze con Australia e Nuova Zelanda

Brexit: Ue e Gran Bretagna verso una possibile uscita senza accordo. Il Primo Ministro britannico Boris Johnson a Londra, Gran Bretagna. Frank Augstein/Pool via REUTERS

Il Primo Ministro britannico Boris Johnson a Londra, Gran Bretagna. Frank Augstein/Pool via REUTERS

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è ormai un fatto noto, ma la volontà del Governo di Boris Johnson sul termine del periodo transitorio al 31 dicembre 2020 significa che i tempi sono stretti per chiudere l’accordo di divorzio. Nei giorni scorsi Bruxelles e Londra hanno riaffermato l’intenzione di “lavorare sodo per la realizzazione di una relazione che funzioni nell’interesse dei cittadini dell’Unione che del Regno Unito”. Ma la realtà è ben diversa dalle dichiarazioni pubbliche.

Infatti, secondo alcuni documenti ufficiali dell’esecutivo tedesco, è necessario che il blocco dei 27 si prepari anche a un’uscita senza accordo, mettendo in guardia gli Stati membri sulla determinazione britannica nel raggiungere un’intesa sul libero scambio nel più breve tempo possibile. “Da settembre” – si legge nei documenti di Berlino – “le negoziazioni entreranno in una fase calda. La Gran Bretagna sta già lanciando segnali forti a Bruxelles e spera di spuntarla su alcuni dossier nelle negoziazioni dell’ultimo minuto.” Per questo motivo, la cancelleria tedesca chiede che ci sia unità tra i 27, “che si continui a insistere sui progressi paralleli in tutte le aree e a far capire che non ci sarà un accordo a qualunque prezzo”.

La posizione lucida della Germania, in difesa degli interessi del blocco europeo, diventa ancor più importante dato che Berlino avrà la Presidenza di turno del Consiglio dell’Ue dal primo luglio. L’Ambasciatore di Germania presso l’Unione europea, Michael Clauss, ha recentemente dichiarato che la Brexit “assorbirà gran parte o quasi tutta l’attenzione politica” della Presidenza tedesca tra settembre e ottobre. Sull’isola della Regina Elisabetta sembrano positivi sull’andamento del negoziato. “Angela Merkel si è storicamente mostrata come pragmatica e meno dottrinale di Emmanuel Macron”, ha affermato il parlamentare del Partito conservatore David Jones.

Ma l’ottimismo delle alte sfere britanniche potrebbe facilmente scontrarsi con la realtà: l’Unione europea non arretrerà facilmente su numerosi dossier, quali la competizione alla pari tra aziende britanniche ed europee, l’accesso alle acque della Gran Bretagna per la pesca, la cooperazione tra le forze di polizia. E rimangono forti dubbi sulla reale possibilità di trovare una posizione comune con Londra entro i prossimi 6 mesi. Michel Barnier, ad esempio, ha detto di non capire il perché della posizione del Governo Johnson sul futuro della sicurezza comune. L’Ambasciatore dell’Ue a Londra, João Vale de Almeida, nel corso di un’intervista ha ricordato che Bruxelles è pronta a considerare un eventuale ripensamento britannico sulla questione, ma che è stato lo stesso Regno Unito “a non voler aprire il tavolo di discussione” su un tema di estrema importanza per l’Europa.

Mentre le istituzioni europee hanno le idee chiare sul futuro del continente, la Gran Bretagna di Boris Johnson deve ancora costruirsi una nuova rete di relazioni economiche. Il Governo di Sua Maestà ha avviato le discussioni per un’area di libero scambio con Australia e Nuova Zelanda, in quello che potrebbe essere il primo accordo post-Brexit. L’Australia, per quando riguarda il trattato bilaterale, si è detta favorevole a concludere l’agreement nel tempo record di 6 mesi.

In parallelo, Londra potrebbe sottoscrivere anche un’altra alleanza, la Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership, di cui fanno parte — come Paesi che hanno già ratificato e implementato il CPTPP — proprio Australia e Nuova Zelanda, insieme a Canada, Giappone, Messico, Singapore e Vietnam: con Brunei, Cile, Malaysia e Perù – che devono ancora approvare l’accordo nei rispettivi parlamenti nazionali – essi rappresentano il 13% del Pil mondiale. Gli Stati Uniti, dopo aver firmato il trattato di creazione dell’area, hanno abbandonato all’indomani dell’elezione di Donald Trump.

@melonimatteo

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