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Cartellino rosso per Yaoundé

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Il Camerun non ospiterà la Coppa d’Africa 2019 a causa dei ritardi organizzativi e della sicurezza precaria 

La crisi politica che a ottobre 2016 ha innescato una spirale di odio e violenze nelle provincie anglofone del Camerun sta avendo pesanti ripercussioni sul tessuto sociale ed economico del Paese.

Una delle ultime conseguenze è stata la decisione della Caf (Confederazione calcistica dei Paesi africani) che il Camerun non ospiterà la Coppa d’Africa (AFCON) 2019 per ritardi nell’organizzazione dell’evento, ma soprattutto per la precaria sicurezza nelle regioni anglofone del Paese.

La decisione di togliere al Camerun l’organizzazione della più prestigiosa competizione sportiva del continente, oltre a minare la sua consolidata tradizione calcistica, gli impedirà di beneficiare della ricaduta economica in termini di turismo e occupazione alberghiera

Secondo un report pubblicato a luglio 2018 dall’Associazione degli industriali del settore privato in Camerun (GICAM), la recessione economica che le spinte secessioniste delle provincie anglofone hanno innescato nel Paese ha prodotto un passivo nelle aziende di oltre 410 milioni di euro, oltre alla perdita di 6.500 posti di lavoro.

In molte città delle provincie del nord-ovest e del sud-ovest, da diversi mesi si continuano a registrare quasi ogni giorno scontri tra esercito e separatisti. Nel corso di queste offensive sono stati distrutti ponti, strade e abitazioni, causando l’isolamento di intere comunità che, a livello umanitario, stanno pagando il prezzo più alto della perdurante crisi, come dimostrano le stime dell’International Crisis Group. Secondo il think tank di Bruxelles, la repressione delle forze governative nelle due provincie abitate dalla minoranza di lingua inglese ha già provocato la morte di oltre 500 civili e di centinaia di insorti. E negli attacchi armati dei gruppi indipendentisti hanno perso la vita più di 200 membri dei servizi di sicurezza. Secondo i dati resi noti a fine dicembre dall’UNHCR, la crisi ha provocato oltre 440mila sfollati interni, 30mila civili rifugiati in Nigeria e circa mezzo milione di persone si trovano ad affrontare una grave emergenza alimentare.

Varie organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno rilevato che sia le forze governative che i separatisti armati hanno commesso gravi violazioni nei confronti di civili nella parte occidentale del Paese. Rapimenti e uccisioni da parte dei separatisti, che hanno anche sequestrato studenti e ordinato la chiusura di alcune scuole. E i soldati camerunesi hanno risposto con brutali ritorsioni, incendiando interi villaggi, uccidendo civili, arrestando e torturando sospetti separatisti.

Il Governo di Yaoundé ha mobilitato il Battaglione di intervento rapido (Bir), unità d’élite dell’esercito impiegata anche nella lotta ai jihadisti nigeriani di Boko Haram, e oggetto di gravi accuse per le reiterate violazioni nei confronti dei civili.

Un gran numero di videoclip, ampiamente condivisi sui social media, mostrano villaggi dati alle fiamme, esecuzioni e torture. Ad alimentare il conflitto c’è anche un’accesa retorica, che ha visto dapprima i militari etichettare i separatisti anglofoni come “terroristi”, che a loro volta hanno accusato l’esercito di aver orchestrato un “genocidio” per sterminare la popolazione anglofona.

Il conflitto in atto ha radici che risalgono alla Conferenza di Berlino del 1884-85, quando sulla base delle spartizioni coloniali tracciate con riga e compasso, il Camerun divenne una colonia della Germania. Poi, dopo la firma di un accordo siglato a Londra nel marzo 1916, l’ex possedimento tedesco fu diviso assegnando la parte meridionale e settentrionale, un quinto del suo territorio, alla Gran Bretagna, e nel 1919 il resto del Paese venne affidato alla Francia. Tre anni più tardi, la Società delle Nazioni conferì ai due Stati europei il mandato sulle rispettive zone, rinnovato dalle Nazioni Unite nel 1946.

Il 1° gennaio 1960, la parte amministrata dalla Francia ottenne l’indipendenza diventando la Repubblica del Camerun. Fece seguito un referendum per mezzo del quale il 1 ottobre 1961 la zona settentrionale di lingua inglese decise di essere assimilata dalla Nigeria, mentre la regione meridionale di lingua inglese votò per unificarsi alla nuova Repubblica. Nacque così la Repubblica Federale del Camerun, all’interno della quale gli anglofoni e i francofoni avrebbero avuto gli stessi diritti.

Così le due ex colonie si costituirono in una federazione bilingue, che mantenne una certa autonomia regionale fino al maggio 1972, quando l’allora Presidente Ahmadou Ahidjo indisse un nuovo referendum per abolire il federalismo e introdurre un sistema di potere centralista, che sostituì lo Stato federale con uno Stato unitario, che assunse il nome di Repubblica Unita del Camerun, lasciando la capitale a Yaoundé.

Le successive riforme costituzionali iniziarono a offuscare le caratteristiche bilingue e biculturali del Paese, e questo peggiorò con l’avvento alla presidenza nel novembre 1982 dell’allora primo ministro Paul Biya, convinto sostenitore della centralizzazione dell’ex colonia anglo-francese. Pochi mesi dopo la sua elezione, Biya suddivise la regione di lingua inglese in due province: nord-ovest e sud-ovest.

Ahidjo e Biya sono stati dunque i due artefici delle politiche che hanno indirizzato il Paese africano verso un apparato di Governo che ha portato la minoranza anglofona a sentirsi politicamente, culturalmente ed economicamente assorbita dal sistema francofono.

Nel corso degli anni, la centralizzazione si è rafforzata, restringendo lo spazio democratico e le libertà individuali. La predominanza dei riferimenti culturali francesi ha contribuito ad alimentare un crescente senso di perdita d’identità e di appartenenza nella minoranza anglofona, che rappresenta il 20% dei quasi 25 milioni di abitanti del Camerun. Nonostante le proteste della minoranza anglofona il Governo è rimasto fermo sulle sue politiche a favore dei francofoni. Politiche che hanno marginalizzato la popolazione di lingua inglese e monopolizzato l’assegnazione delle più alte cariche istituzionali e dei ministeri.

Tutto ciò ha generato una mancanza di rappresentanza politica della minoranza anglofona che ha accresciuto il rancore tra i giovani di lingua inglese, che attraverso i social media hanno trovato una potente cassa di risonanza per le loro recriminazioni.

La combinazione di questi elementi e l’indifferenza del Governo nel riformare le politiche centraliste hanno acuito le divisioni e incoraggiato le spinte secessioniste, che hanno dato origine alle proteste esplose a ottobre 2016.

Una soluzione alla crisi sembra incontrare molti ostacoli, prevalentemente incentrati sull’ipotetica forma di Governo, federale o decentralizzata, da instaurare nella zona anglofona, senza contare il cospicuo numero di attivisti che invocano la secessione da Yaoundé. Inoltre, rimane irrisolta la rappresentanza della minoranza di lingua inglese nelle decisioni politico-economiche del Paese, oltre all’ammissione da parte del Governo delle discriminazioni inflitte nei decenni alla popolazione di lingua inglese.

Finora, i ripetuti tentativi dei membri della società civile e dei leader filo-federalisti, fautori del decentramento, per avviare un costruttivo dialogo nazionale non hanno dato nessun risultato. Ed è anche fallita la proposta avanzata dai tre leader religiosi del Paese di organizzare una Conferenza generale anglofona. Un’ulteriore prova delle difficoltà di far sedere intorno a un tavolo il Governo e i leader separatisti.

@afrofocus

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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