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Canada, le grandi proteste contro il gasdotto

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Da settimane il Canada è bloccato dalle proteste a sostegno degli indigeni. Trudeau è stretto tra due promesse: la riconciliazione con i nativi e il supporto all’industria energetica

Dal 6 febbraio in Canada ci sono delle grosse proteste in sostegno di un popolo indigeno che si oppone alla costruzione di un gasdotto. I manifestanti hanno organizzato barricate e bloccato ferrovie, porti e ponti: nel Canada orientale il trasporto di merci su rotaia è stato interrotto e il danno economico è già notevole.

Il Partito Conservatore, all’opposizione, sta mettendo pressione al Primo Ministro liberale Justin Trudeaurieletto lo scorso ottobre e alla guida di un Governo di minoranza – affinché risolva la situazione in fretta. Trudeau ha scelto finora di non ricorrere alla forza né di usare toni duri, invitando piuttosto sia i manifestanti che le istituzioni al “dialogo e al mutuo rispetto” per trovare una soluzione il prima possibile.

Le proteste ruotano intorno alla costruzione di un gasdotto dal valore di 4,6 miliardi di dollari, il Coastal GasLink, che dovrebbe trasportare gas naturale dall’interno della provincia della Columbia Britannica fino a un terminal per l’esportazione sulla costa, che affaccia sull’oceano Pacifico. Il gasdotto dovrebbe però passare attraverso i territori di diversi popoli indigeni, tra i quali i Wet’suwet’en, che si oppongono.

All’interno di questa stessa comunità ci sono in realtà delle divergenze di opinione: il consiglio di banda (una sorta di sistema di Governo indigeno non tradizionale, che i critici considerano un’imposizione di Ottawa) ha votato a favore del progetto Coastal GasLink, mentre i capi ereditari (un’organizzazione tradizionale) sono contrari e ritengono di essere gli unici legittimati a prendere decisioni sui territori ancestrali dei Wet’suwet’en.

La crisi divide anche Justin Trudeau, che deve riuscire a trovare una non facile sintesi tra tre delle sue principali promesse: il sostegno all’industria energetica in difficoltà, la lotta ai cambiamenti climatici e il raggiungimento della riconciliazione con i popoli nativi. Gli indigeni rappresentano circa il 5% della popolazione canadese e, malgrado alcuni progressi raggiunti dall’amministrazione Trudeau, sono la fascia sociale più toccata dalla povertà e dalle discriminazioni: il 31% di loro non possiede un diploma di scuola superiore (rispetto all’8% della popolazione non indigena) e molte comunità autoctone hanno ancora gravi difficoltà di accesso all’acqua potabile.

Le grandi proteste hanno avuto delle ripercussioni anche sulla politica estera canadese. Justin Trudeau ha dovuto annullare un viaggio nelle Barbados che sarebbe dovuto servire a raccogliere voti per la conquista di un seggio presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quando la crisi è scoppiata si trovava in Africa, per lo stesso motivo.

Non riuscire a ottenere il seggio sarebbe una grossa sconfitta per Trudeau: uno dei suoi motti era “Il Canada è tornato”, facendo intendere un rinnovato protagonismo del Paese nei grandi tavoli internazionali.

@marcodellaguzzo

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