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Cafarnao, il grido forte e disperato di un bambino libanese

Una nostra lettrice ha recensito il film Cafarnao, che narra la storia del piccolo Zain, figlio di povertà e violenza

REUTERS/Ali Hashisho
REUTERS/Ali Hashisho

Cafarnao è un film libanese uscito ad aprile nelle sale italiane. In quanto libanese, mi sono sentita talmente toccata da questo film che non ho saputo trattenermi dal desiderio di scrivere le problematiche sociali che emergono e che caratterizzano la società libanese. Ho pensato di proporvelo per la pubblicazione sul vostro sito.

Terra di leggende e miracoli compiuti da Gesù Cristo e teatro di scontri fra la dottrina giudaica e la cristiana, Cafarnao è un’antica città sul lago Tiberiade, in Israele. In senso figurato il termine “cafarnao” suggerisce una situazione caotica e poco chiara.

Il film della regista Nadine Labaki affronta la realtà del Libano nella sua dimensione sociale ed economica e parla di bambini straordinari e coraggiosi.

Vincitore di diversi premi, tra cui quello della Giuria al Festival di Cannes, Cafarnao racconta la storia di Zain, un ragazzo libanese di 12 anni che lavora nelle strade di un quartiere povero di Beirut e vive in una squallida casa con i fratelli e i genitori negligenti. Non va a scuola e lavora per il proprietario di un mini market, che fa la corte a sua sorella Sahar, 11enne. Il matrimonio forzato di lei dà vita a una lunga odissea per Zain, che scappa di casa. Un tragico evento spingerà Zain a commettere un crimine per il quale finirà in prigione.

Il film affronta vari temi scomodi che caratterizzano la società libanese di oggi. Lo fa attraverso i suoi attori, tutti non professionisti e magistralmente scelti tra le vie di una Beirut dimenticata da Dio. Agli attori non veniva chiesto di recitare, ma di agire e reagire spontaneamente: immagini suggestive di un confine sottile tra realtà e finzione, come nella scena di Rahil in prigione o quando Zain si finge profugo siriano per ottenere del cibo da un’organizzazione umanitaria.

Rahil è una donna etiope che, dopo aver lavorato per 6 anni in casa di una signora libanese, si innamora del natour del palazzo (portinaio e tuttofare) e, rimasta incinta, fugge per paura di venire rispedita in Etiopia. Ottiene un permesso falso, che le consente di restare in Libano per un altro anno. Nel frattempo, dà alla luce Yonas, con cui vive in una baracca e che tiene nascosto nei bagni del ristorante in cui lavora.

Il personaggio di Rahil mette in evidenza due questioni molto attuali in Libano: la prima è la Kafala, una “nuova forma di schiavitù domestica” praticata (grazie anche alla connivenza dello Stato) nei confronti di moltissime lavoratrici dall’Etiopia, Filippine, Bangladesh e Sri Lanka.

In Libano, ma anche in tanti altri Paesi arabi, il visto e il permesso di soggiorno di queste donne sono gestiti da uno “sponsor”, quasi sempre il datore di lavoro, che ha enormi poteri sui diritti e i salari delle lavoratrici, spesso vittime di abusi, ricatti e violenze.

Il sistema della Kafala ha sollevato numerose critiche da parte di molte organizzazioni umanitarie e ha portato alla creazione del sito di denuncia This is Lebanon.

Il secondo tema è l’imprescindibilità dei documenti di riconoscimento che garantiscono il diritto all’esistenza. “Serve un documento, una prova che sei un essere umano”, dicono al giovane Zain.

Zain è figlio della povertà e vittima di pratiche radicate nella società libanese, come i casi delle spose bambine, i sistemi di educazione violenti e soprattutto il lavoro minorile: privati della possibilità di andare a scuola, sempre più bambini sono costretti a lavorare molte ore per una paga molto bassa, spesso lavori pericolosi, esposti a violenze e abusi. Questo fenomeno è stato aggravato della crisi siriana, e dal 2009 al 2016 il numero è triplicato, fino a coinvolgere oltre 100mila bambini nel 2018 (dati UNHCR).

Zain è anche figlio della violenza: la perdita della sorella undicenne data in sposa dai genitori in cambio di qualche gallina, i genitori che lo coprono di insulti e lo maltrattano con catene e cinghie, i giorni interminabili di fame e sete. Ma per quanto spietata sia la sua vita, Zain risponde con una umanità e una tenerezza inaspettate, rivelando tutta la forza di una resilienza che lascia ammutoliti.

Tra momenti di brutale verità che rasentano il genere documentaristico e slanci poetici, Cafarnao è il grido forte e disperato di chi cerca una risposta.

Facendo appello a quella capacità di mobilitare e far riflettere che l’arte cinematografica possiede, questo film straordinario è una chiamata all’azione, cocente quanto la verità che racconta e poetica quanto le immagini che evoca, perché come dice Nadine Labaki: “Non si può più continuare a voltare le spalle e a restare ciechi di fronte alla sofferenza di questi bambini che lottano come possono in questo cafarnao che è divenuto il mondo.”

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