12 punti contro le bombe al panzanio del caso marò


Si preannunciano giorni convulsi, all'insegna della schizofrenia politica, intorno all'annosa questione marò in India. Proviamo a mettere un po' di punti fermi per orientarci meglio tra le cose che verranno dette e scritte.

Si preannunciano giorni convulsi, all’insegna della schizofrenia politica, intorno all’annosa questione marò in India. Proviamo a mettere un po’ di punti fermi per orientarci meglio tra le cose che verranno dette e scritte.

 


Cos’è successo ieri in tribunale?
Gli avvocati di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone avevano intenzione di presentare due istanze separate per prolungare il soggiorno in Italia del primo e far tornare a casa per Natale il secondo.

Latorre è in Italia da metà settembre per proseguire la riabilitazione dopo l’attacco ischemico che ha subìto qui a New Delhi: la Corte suprema ha accordato una licenza in scadenza il prossimo 13 gennaio e il governo indiano – prima che i giudici si pronunciassero – aveva fatto sapere di non aver nulla in contrario al ritorno di Latorre in Italia per motivi medici (occhio che questa cosa è importante, poi la riprendiamo). La richiesta era di poter rimanere in Italia per altri quattro mesi, a fronte anche di un’operazione cardiochirurgica alla quale Latorre potrebbe doversi sottoporre il prossimo 8 gennaio.

Girone è rimasto in India e nell’istanza aveva presentato alcune (forse due, non è chiaro) perizie mediche che indicavano lo stato di malessere dei suoi figli (un maschio e una femmina). I due soffrirebbero di “sindrome da stress post traumatico”, si legge negli stralci divulgati dalla stampa, poiché sono convinti di non poter più rivedere il padre e credono gli verrà comminata la pena di morte. Girone non vede i suoi figli dallo scorso mese di marzo.

E i giudici cos’hanno detto?
Il presidente della Corte ha detto che istanze di questo genere “non si prenderebbero in considerazione da nessuna parte del mondo”, che “anche le vittime hanno i propri diritti” e, soprattutto, che se avesse acconsentito a richieste simili allora avrebbe dovuto farlo per tutti gli altri detenuti nel paese.

Davanti a queste obiezioni, gli avvocati hanno deciso di ritirare le istanze, probabilmente in attesa di tempi e condizioni migliori.

Ad esempio quali?
La Corte suprema chiuderà per le vacanze di Natale fino al prossimo 5 gennaio. Da quella data i legali dei marò potrebbero provare di nuovo a tastare gli umori della Corte, facendo leva – almeno per quanto riguarda le condizioni di salute di Latorre che mi dicono essere preoccupanti – sul sostanziale accordo del governo indiano e sul fatto di non aver ricevuto un rifiuto da parte della Corte dopo la valutazione delle istanze, bensì di averle ritirate prima di sottoporle ufficialmente al vaglio dei giudici (che infatti, le avessero accettate, avrebbero richiesto il parere dell’accusa e del governo, rinviando l’udienza).

Come abbiamo reagito in Italia?
Male, nel senso che nessuno – nemmeno chi scrive – si aspettava una reazione del genere da parte della Corte. Questo perché si dava per scontato un accordo diplomatico “segreto” che avrebbe addolcito la posizione della Corte. Cosa che, evidentemente, ancora non c’è. E questo è un bel problema, poiché se il governo Renzi in tutti questi mesi non è riuscito a tessere accordi informali con la controparte indiana – così da chiudere questa diatriba lunga ormai tre anni attraverso il dialogo, come auspicato da Roma – allora significa che l’Italia si dovrà affidare solo alla clemenza della Corte suprema. E sarebbe un bel rischio.

Perché?
Perché i rapporti con la Corte suprema indiana hanno raggiunto i minimi storici quando, nel marzo del 2013, il governo Monti ha prima convinto i giudici a dare una “licenza elettorale” ai due marò – condizione abbastanza inusuale, siccome pare avrebbero potuto votare alle elezioni politiche dall’ambasciata – e poi, una volta arrivati in Italia, ha mandato a dire alla Corte suprema indiana che l’agreement firmato dall’ambasciatore Mancini per conto dello Stato italiano, dove ci si impegnava solennemente a riconsegnare i marò all’India al termine della licenza, non valeva più niente: avevamo cambiato idea.

All’epoca la reazione della Corte fu scomposta e irruenta, analisti indiani scrivevano sui quotidiani locali che una cosa del genere non era mai capitata “nemmeno col Pakistan”: minacciarono di sospendere l’immunità diplomatica dell’ambasciatore e sostanzialmente sfidarono l’Italia a incorrere nella collera indiana. L’Italia cedette, ma quel giochino come paese siamo destinati a pagarlo almeno fino alla fine di questa vicenda.

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