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Charlie Hebdo: quando i jihadisti entrano in redazione

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L’uccisione a sangue freddo in casa loro, la redazione parigina, dei fumettisti di Charlie Hebdo, Georges Wolinski, Jean “Cabu” Cabut, Stephane “Charb” Charbonnier, Bernard “Tignous” Verlhac, Philippe Honore, e dell’economista, Bernard Maris, può essere interpretata come un passo avanti nella mediatizzazione del terrore.

A woman is seen with "Not scared" written on her hands as she attends a vigil to pay tribute to the victims of a shooting by gunmen at the offices of weekly satirical magazine Charlie Hebdo in Paris at Republique square January 7, 2015. Hooded gunmen stormed the Paris offices of the weekly satirical magazine known for lampooning Islam and other religions, shooting dead at least 12 people, including two police officers, in the worst militant attack on French soil in decades. REUTERS/Youssef Boudlal

Non ci sono chiare rivendicazioni dell’attentato ma di sicuro gli uomini che hanno fatto irruzione nella redazione parigina erano ben addestrati e motivati da odiosi sentimenti di rivalsa per i toni anti-islamici e blasfemi delle vignette del giornale. Fin qui i jihadisti dello Stato islamico (Isis) in Iraq e in Siria e prima i loro antenati di al-Qaeda hanno usato i giornalisti come mezzo di baratto attraverso rapimenti e uccisioni a sangue freddo. Ma ora hanno fatto un passo in più.

Il macabro reportage da Mosul

L’apice di questa strumentalizzazione della stampa occidentale impegnata in teatri di conflitti è in corso ancora in Siria e in Iraq. Dallo scorso agosto non fa che allungarsi la lista degli ostaggi, nelle mani dei jihadisti dell’Isis, brutalmente decapitati, come se fossero truppe di terra di un occidente scioccato più da un video di rivendicazione che da undici anni di conflitto in Iraq.

Eppure, con l’attacco a Charlie Hebdo non solo i media sono diventati chiaramente un obiettivo sensibile dei jihadisti, ma i radicali hanno fatto un salto di qualità. Non hanno più bisogno di uccidere solo questi «soldati dell’informazione», lasciati a loro stessi da governi e committenti, ma possono entrare direttamente nelle redazioni e «decapitare» tutte le «conquiste democratiche» occidentali, a partire dalla libertà di informazione. E così da oggi non sono vulnerabili solo quei, forse folli, reporter che per definizione si auto-impongono la partenza per scenari di conflitto, in nome di un facile (mica tanto) guadagno, ma anche i giornalisti da ufficio, gli editori, che fin qui sembravano intoccabili e si sentivano forti della turris eburnea, del loro telefono e della loro matita.

Per questo, l’esempio più eclatante di manipolazione dell’informazione, il reportage da Mosul dell’ostaggio britannico John Cantlie (commissionato cinicamente dai suoi stessi rapitori jihadisti) che fa propaganda per conto di Isis raccontando come si svolge la quotidianità nello «Stato islamico» è il paradosso più eclatante di un Occidente che ha perso il controllo non solo della democrazia ma dell’informazione, uno dei mezzi essenziali per la formazione delle opinioni.

Ora i jihadisti entrano in redazione

E così Isis, i suoi antenati e le cellule isolate che si ispirano a questo modello, sono riusciti a ottenere successi in Iraq e Siria prima, e nel mondo ora, semplicemente fabbricando storie orribili di violenza efferata, come orribile è la brutalità con cui i 12 della redazione di Charlie Hebdo sono stati uccisi. Sono riusciti ormai a creare l’immagine fittizia che lo Stato islamico si trovi dovunque, a Parigi come sulla cupola di San Pietro a Roma. Lo stesso «califfo» dell’Isis al-Baghdadi ha fatto la sua comparsa con una foto su Twitter prima che un suo sermone venisse diffuso su YouTube. E per ironia della sorte proprio una vignetta di al-Baghdadi che augura «buona salute» per il nuovo anno è stato l’ultimo macabro disegno twittato dalla redazione di Charlie Hebdo in mano ai jihadisti, o forse una macabra rivendicazione.

Questo non fa che confermare la strategia sofisticata di comunicazione che usano i jihadisti e la loro estrema dipendenza da queste tecniche per convogliare i loro messaggi, lanciare la loro propaganda e proclamare la loro costruita ubiquità. Questo significa però anche che la rappresentazione che i media mainstream fanno di un grave attentato come quello di Parigi ha conseguenze ben più diffuse di quel che si pensi. E costruisce una realtà fittizia di assedio che tace i risultati disastrosi degli interventi armati in Medio oriente, la verità su tre fanatici che hanno ucciso in nome di una religione in cui non credono, il continuo sostegno internazionale al terrorismo islamico attraverso i paesi del Golfo, la fine del sogno democratico dopo le rivolte del 2011. L’informazione mainstream è profondamente disorientata. E nessuno si stupisce che i media di tutto il mondo continuino a fare da cassa di risonanza della propaganda dei jihadisti finché un fanatico non busserà alla porta anche della loro redazione.

 

 

 

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