Cibo&Cultura – Un pasto buono da morire


L’ultimo pranzo del condannato a morte, una tradizione di molte carceri Usa, sta scomparendo.

L’ultimo pranzo del condannato a morte, una tradizione di molte carceri Usa, sta scomparendo.

 

Cheeseburger, patatine fritte, pollo, filetto di manzo, astice, gelati e Coca-Cola: ecco le principali richieste dei condannati a morte negli Stati Uniti per il loro ultimo pasto. Non si conosce bene l’origine di questa macabra tradizione, che secondo alcuni studiosi potrebbe risalire alla “cena libera” concessa ai gladiatori romani la sera prima dei giochi.
Si trova traccia dell’usanza nell’Europa pre-moderna. A Francoforte, a fine Settecento, una condannata ha condiviso un festino con i suoi giudici prima di venire giustiziata, mentre se fosse stata in Baviera avrebbe bevuto un ultimo bicchiere… con il boia, scrive Brent Cunningham nella rivista storica Lapham’s Quarterly. Un modo per i giudici di ottenere il perdono simbolico della prigioniera… evitando che il suo fantasma tornasse a tormentarli.
Se la tradizione sembra sopravvivere in Giappone (una delle rare democrazie industrializzate a prevedere la pena di morte), è soprattutto negli Stati Uniti che il “last meal” focalizza l’attenzione di pubblico e media, alimentando una mitologia piuttosto lontana dalla realtà. Non tutti i 32 Stati americani dove vige la pena di morte propongono un ultimo pasto speciale. Le carceri – che vietano alcol e tabacco – pubblicano le richieste dei condannati, ma poco si sa su ciò che viene effettivamente servito.

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