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Bangkok obbedisce a Pechino e rimpatria l’attivista di Hong Kong

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Il leader delle proteste che nel 2014 diedero vita alla cosiddetta «Umbrella Revolution» Joshua Wong, è stato rimandato nell’ex colonia britannica dalla Thailandia, dove era andato ad un convegno per parlare della sua esperienza politica. Tornato a Hong Kong ha attaccato il governo thailandese accusandolo di averlo detenuto illegalmente, su «ordine» di Pechino cui il giovane è «sgradito».

Il giovane leader e tra i fondatori della nuova forza politico Demosisto, è atterrato nella serata di ieri a Hong Kong e ha subito organizzato una conferenza stampa per spiegare cosa è successo.

Joshua Wong è ormai un personaggio noto e famoso, anche a Pechino. Wong fu uno dei leader più in vista, nonostante la sua giovane età, durante le proteste nell’ex colonia britannica, contro le “ingerenze” cinese nelle attività politiche di Hong Kong. La “umbrella revolution” costituì uno smacco per Pechino, formalizzato qualche settimana fa dalle elezioni del consiglio legislativo, capaci di portare nel parlamento dell’isola molti deputati contrari all’intervento della Cina nelle decisioni della città stato.

L’attivista doveva recarsi in Thailandia per partecipare a un’iniziativa e raccontare la sua esperienze di “dissidente” a Hong Kong. Si trattava di un evento organizzato all’università Chulalongkorn di Bangkok per ricordare i 40 anni trascorsi dal massacro di studenti (46 le vittime riconosciute in modo ufficiale anche se probabilmente furono molto di più) del 6 ottobre 1976 nella capitale thailandese.

Si trattò dell’avvenimento che portò alla fine di una rilevante seppur breve esperienza democratica per la Thailandia, benché sia stata completamente rimossa dalla memoria storica nazionale.

Giunto in aeroporto Joshua Wong sarebbe stato fermato e “arrestato”. Le autorità di Bangkok lo avrebbero bloccato in aeroporto e chiuso per alcune ore in una stanza. Dopo l’attivista di Hong Kong  è stato rimesso su un aereo e rimandato nell’isola. Secondo Joshua gli sarebbe stato impedito di sentire un avvocato e anche i suoi genitori che avrebbe voluto avvisare del suo arrivo in Thailandia.

La giunta che governa la Thailandia non ha fornito una motivazione ufficiale; ha solo diramato un comunicato stampa nel quale viene specificato che le ragioni di tale rimpatrio sono da rintracciare nella volontà di non avere problemi «con altre nazioni», un riferimento decisamente chiaro alla Cina che non ha sicuramente gradito la volontà di Joshua Wong di raccontare anche in Thailandia la sua battaglia contro Pechino.

Nel corso del giorno successivo all’evento di sono chiarite alcune dinamiche: Pruthipong Prayoonsiri, il vice comandante della all’ufficio immigrazione di Suvarnabhumi, ha detto ad un sito web thailandese che che la Cina avrebbe inviato una richiesta affinché venisse negato l’ingresso nel paese di Wong.

«Come risultato, l’ufficio immigrazione lo ha messo nella lista nera e ne ha richiesto la deportazione. Quando gli ufficiali lo hanno informato, Joshua Wong non si è opposto», ha detto l’ufficiale al Guardian. Secondo un rapporto di sicurezza thailandese ottenuto dalla Associated Press, più di 10 agenti di polizia, tra cui alcuni del corpo speciale Royal Thai Police, erano in attesa di Wong quando è atterrato.

Joshua Wong dopo la conferenza stampa ha raccontato la sua esperienza anche su Facebook, a dimostrazione di una grande abilità nel raccontare le proprie gesta divenute ormai di dominio pubblico sull’isola.

La decisione delle autorità thailandesi conferma due dati: in primo luogo l’attenzione al volere della Cina. Bangkok non ha esitato a dispiegare forze e autorità per bloccare una persona sgradita al governo pechinese. E conferma un secondo dato: in Asia è in atto un interessante mutamento delle alleanze con Pechino che comincia a muoversi anche con paesi tradizionalmente più vicini ad altri stati. Lo dimostra anche il prossimo viaggio di Duterte, il presidente filippino che ha già fatto capire agli Usa di volersi avvicinare a Cina e Russia. Infine conferma la tendenza autoritaria della Thailandia, che non ha esitato a mostrare il suo volto ormai poco democratico.

@simopieranni

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