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Cina: clima e divergenze con l’India

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La Cina ridurrà le emissioni dei principali inquinanti nel settore energetico del 60% entro il 2020 e ridurrà di 180 milioni di tonnellate, entro il 2020, le emissioni annue di anidride carbonica causate dalla generazione di energia elettrica tramite la combustione del carbone. Questi sarebbero gli annunci più rilevanti. Ma quanto conta è il cambio di campo di Pechino nell’ambito delle trattative internazionali.

 

Come sottolineato in questi giorni da tutti i media e i siti del mondo, Pechino ha subìto l’inquinamento soffocante questa settimana, «innescando un allarme “arancione”, il secondo livello più alto, chiudendo strade, sospendendo le costruzioni ed avvertendo i residenti di rimanere in casa».

Lo smog – secondo il Ministero della Protezione ambientale – è stato causato dal tempo «sfavorevole». Le emissioni nel nord della Cina aumentano durante l’inverno poiché i sistemi di riscaldamento urbano sono accesi, e la bassa velocità del vento ha fatto sì che l’aria inquinata non venisse dispersa. La pericolosa aria, dissipatasi mercoledì, «sottolinea la sfida del governo nel combattere l’inquinamento causato dal settore energetico a carbone e solleva interrogativi circa la sua capacità di ripulire la sua economia», ha spiegato la Reuters.

Anche perché la Cina di Xi Jinping punta a partecipare insieme a tutti i paesi ad una soluzione comune, con gli sforzi di tutti. E questo crea una prima spaccatura in quello che è da considerarsi un fronte storico.
Come scritto da South China Morning Post, «a Parigi, mentre più di 190 paesi negoziano un accordo post 2020 per ridurre le emissioni e limitare l’aumento della temperatura globale, la coalizione tra la Cina e l’India è sempre più debole».

Perché? Come specificato da Modi, leader indiano, New Delhi rivendica il fatto che almeno 300 milioni di indiani non hanno ancora energia elettrica e l’India rivendica dunque la possibilità di consumare più carbone degli altri, in quanto paese in via di sviluppo.

Si tratta di una posizione simile a quella avuto da Pechino, fino ad oggi. La Cina però, «avrà bisogno di coordinarsi in modo più stretto con l’India se vuole garantire il tipo di accordo sul clima che il presidente Xi ha personalmente perseguito, dicono osservatori cinesi», ha specificato il Scmp.

Gli accordi di Xi sul clima, firmati con Washington e Parigi, infatti, hanno già delineato la visione cinese in merito all’accordo di Parigi: un affare inclusivo che coinvolge tutti i paesi a presentare i loro piani di riduzione delle emissioni.

Tale obbiettivo impone dei report ogni cinque anni per regolare gli sforzi in futuro e «per poter includere questi elementi chiave nell’accordo finale, la Cina avrà bisogno del sostegno del suo grande vicino meridionale, un paese che privilegia ancora la crescita alimentata pesantemente dai combustibili fossili, dicono gli esperti».

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha detto ai leader mondiali il primo giorno dei negoziati che una divisione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo “deve rimanere la base” degli sforzi per affrontare il riscaldamento globale, visto che il suo paese ha ancora più di 300 milioni di persone prive di accesso all’elettricità.

L’offerta della Cina sul picco delle emissioni di carbonio entro e non oltre il 2030 e per i 3,1 miliardi di dollari di fondi per i paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici ha «creato una nuova categoria» che va oltre quella dei paesi sviluppati e quella dei paesi in via di sviluppo, ha detto Li Shuo, analista di politica energetica e climatica di Greenpeace-Asia Orientale, al quotidiano di Hong Kong.

«Quello che si è evoluto dai negoziati di Copenaghen sei anni fa è il graduale offuscamento della biforcazione, e molto è emerso», ha detto Li, che ha aggiunto: «L’India è più o meno com’era la Cina a Copenhagen, a causa dell’adozione di un approccio piuttosto difensivo sulla maggior parte dei principali elementi, e diventa così facile bersaglio di critiche».

 

 

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