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Cina: l’economia verso la ripresa

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Cina: per l’economia tornano segnali di ripresa. Ma la crescita è dovuta agli investimenti statali nelle infrastrutture. I consumi interni non sono ripartiti

Cina: per l'economia tornano segnali di ripresa. Persone che attraversano la strada a Shanghai, Cina, 16 luglio 2020. REUTERS/Aly Song

Persone che attraversano la strada a Shanghai, Cina, 16 luglio 2020. REUTERS/Aly Song

Nel secondo trimestre del 2020 (aprile-giugno) l’economia cinese è cresciuta del 3,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che non solo ha ribaltato la situazione negativa registrata nel primo trimestre – quando il Pil della Cina si è contratto per la prima volta da decenni, con un -6,8% –, ma che ha perfino superato le previsioni.

Mentre l’Europa e gli Stati Uniti restano immersi nella crisi causata dalla pandemia di Covid-19, Pechino sembra invece aver imboccato con decisione il cammino della ripresa economica.

Le cose tuttavia sono più complesse di così. Innanzitutto, rispetto alla prima metà del 2019, il Pil è dell’1,6% inferiore. La crescita registrata nello scorso trimestre, poi, è dovuta agli investimenti statali nelle infrastrutture, come autostrade e linee ferroviarie: il consumo interno (la spesa delle famiglie per beni e servizi non essenziali) e gli investimenti privati non sono ripartiti.

Non è scontato, dunque, che una ripresa cinese basata su questi presupposti possa rivelarsi sostenibile oltre il breve termine. La Cina inoltre potrebbe faticare a trovare uno sbocco per le sue esportazioni vista la contrazione della domanda e delle economie estere, inclusa quella degli Stati Uniti, il suo principale partner commerciale.

Oltre a queste criticità, Pechino deve far fronte all’isolamento nei suoi confronti promosso dagli Stati Uniti: si pensi alla recente decisione del Regno Unito di escludere Huawei dalle reti 5G o, più in generale, ai tentativi di “sganciamento” economico (decoupling) perseguiti ad esempio dall’America, dal Giappone e, con maggiori difficoltà, dall’India.

Molti Paesi del sud-est asiatico – come l’Indonesia, il Vietnam e la Malaysia – stanno cercando di sfruttare la situazione a loro vantaggio, proponendosi come mete ideali per le aziende straniere in uscita dalla Cina. Pechino è corsa ai ripari: in una lettera ai maggiori CEO globali, il Presidente Xi Jinping li ha rassicurati del fatto che in Cina possono contare su un ecosistema eccellente – e anzi sempre migliore – per gli affari.

Ieri Pechino ha mandato un messaggio misto a Washington. Da un lato, ha assicurato che rispetterà i termini della “Fase 1”, ovvero l’accordo commerciale raggiunto lo scorso gennaio secondo il quale la Cina acquisterà prodotti americani per 200 miliardi in cambio dell’eliminazione di alcune sanzioni. Si tratta, in sostanza, di una tregua nella guerra commerciale tra le due superpotenze, la cui tenuta sembra però a rischio visto il deterioramento dei rapporti bilaterali.

Il Governo cinese ha detto ieri di voler rispettare gli impegni presi, ma – questa l’altra faccia del messaggio – ha anche precisato che risponderà al “bullismo” americano nei suoi confronti. Con bullismo – termine peraltro utilizzato anche da Washington – Pechino si riferisce a tante cose: alle sanzioni americane verso i funzionari cinesi per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang; alle sanzioni per la nuova legge sulla sicurezza a Hong Kong; alla condanna delle rivendicazioni cinesi nel Mar cinese meridionale; al possibile travel ban contro tutti i membri del Partito comunista.

@marcodellaguzzo

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