Cina, India e Modi nel mezzo: fiumi di retorica


Pochi giorni fa si è tenuto in pompa magna qui a Delhi il primo contatto ufficiale tra India e Cina dall'insediamento di Narendra Modi. Il colloquio bilaterale tra i ministri degli Esteri dei due paesi è stata pura formalità, grandi speranze ma niente di concreto sul piatto. Molto più interessante, nel tentativo di decifrare il Modi-pensiero, quello che il nuovo primo ministro indiano ha dichiarato alla vigilia del colloquio. Retorica a secchiate.

Pochi giorni fa si è tenuto in pompa magna qui a Delhi il primo contatto ufficiale tra India e Cina dall’insediamento di Narendra Modi. Il colloquio bilaterale tra i ministri degli Esteri dei due paesi è stata pura formalità, grandi speranze ma niente di concreto sul piatto. Molto più interessante, nel tentativo di decifrare il Modi-pensiero, quello che il nuovo primo ministro indiano ha dichiarato alla vigilia del colloquio. Retorica a secchiate.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’omologa indiana Sushma Swaraj si sono incontrati lo scorso weekend qui nella capitale, dando vita al classico scambio di convenevoli e promesse di facciata che forse, quando a parlare saranno Modi e Xi Jinping (che dovrebbero vedersi più tardi quest’anno) potranno tradursi davvero in un cambio di passo nei rapporti commerciali tra India e Cina e, magari, affrontare con la volontà di sbloccare la situazione una serie di problemi come il rapporto privilegiato che la Cina ha riservato al Pakistan, la questione tibetana e soprattutto, le discordie sui territori himalayani reclamati da entrambe le parti sin dalla guerra sino-indiana del 1962.

La Cina è il primo partner commerciale indiano, con un interscambio che si aggira attorno ai 70 miliardi di dollari l’anno. Piccolo particolare: Delhi soffre di un deficit commerciale nei confronti di Pechino in continuo rialzo dall’inizio degli anni 2000. Secondo il quotidiano Hindustan Times, nel 2001-02 si attestava a 1 miliardo di dollari; oggi siamo già a 40.

Per invertire la rotta indiana, Modi dovrà riuscire a penetrare maggiormente nel mercato cinese, offrire a Pechino qualcosa che non ha (dura) o qualcosa che le convenga prendere dall’India. Questione di competitività, tema che il primo ministro Modi durante la presentazione del volume Getting India Back on Track: An Action Agenda for Reform – una marchettata dei successi del Gujarat compilata da Bibek Debroy, Ashley J. Tellis e Reece Trevor, con una prefazione di Ratan Tata – ha affrontato con la stampa in un profluvio di slogan americaneggianti e dichiarazioni d’intenti magniloquenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa nazionale, NaMo ha spiegato che per raggiungere e competere con la Cina il paese ha bisogno di percorrere il sentiero del progresso abbracciando l’ultima trovata del Modi-pensiero: la teoria delle 3 S, ovvero skill, scale and speed. (Nota: interessante rilevare come Modi fino a questo momento abbia sempre utilizzato slogan retorici in lingua hindi – vikas al posto di progresso, su tutti – e ora viri su concetti più english friendly).

Skill: investire in figure professionali attualmente bistrattate come insegnanti, infermieri e paramedici, utili per migliorare le condizioni interne e buoni anche per l’esportazione, ché – quoto – “un commerciante che gira il mondo porterà indietro solo dollari e sterline, mentre un insegnante influenza intere generazioni di esseri umani”.

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