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Cina: la fine di un sogno?


Il numero crescente di proteste in Cina segnala una frattura tra leadership e popolazione che allontanerebbe gli obiettivi prefissati dal PCC per il 2050. È necessario che i cinesi, soprattutto le nuove generazioni, ritrovino la fiducia verso il futuro

Gabriele Manca Gabriele Manca
Si occupa di politica estera, globalizzazione, economia internazionale e nuovi media.

Il numero crescente di proteste in Cina segnala una frattura tra leadership e popolazione che allontanerebbe gli obiettivi prefissati dal PCC per il 2050. È necessario che i cinesi, soprattutto le nuove generazioni, ritrovino la fiducia verso il futuro

Durante il XX Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi a Novembre 2022, Xi Jinping ha rievocato la narrativa del “Sogno Cinese”. Si tratta di un concetto ricorrente nella dialettica di Xi. La prima volta che ne parlò era appena salito al potere, la Cina cresceva inarrestabilmente da più di vent’anni (tra il 1980 e il 2010 il Pil è cresciuto, in media, circa il 10% l’anno) e tutti i cinesi avevano fiducia che il futuro sarebbe stato radioso. Fece una promessa: entro il 2050, il Grande Dragone Asiatico avrebbe riconquistato la grandezza di un tempo e si sarebbe affermato come un Paese forte, moderno e rispettato. Per i cittadini questa prospettiva si sarebbe concretizzata in una crescita del benessere, sociale ed economico. Eppure, ad oggi, queste parole hanno un sapore amaro per molti cinesi. Lo dimostrano le proteste che hanno segnato la fine del 2022 in Cina.

Le prime proteste dopo Tiananmen

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