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Cina: è Qin Gang il nuovo Ministro degli Esteri


Pechino promuove l’ex-ambasciatore negli Usa al posto di Wang Yi. Il nuovo ministro ha saputo gestire in passato delicati dossier internazionali tra le due potenze guadagnandosi l'alta fiducia di Xi

Matteo Meloni Matteo Meloni
Giornalista, è membro del comitato editoriale di eastwest. Si occupa di geopolitica di Medio Oriente e Nord Africa, Stati Uniti, rapporti tra Paesi Nato, di organizzazioni internazionali. Già Addetto Stampa al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha lavorato come Digital Communication Adviser alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite a New York.

Si apre con un nuovo volto la Cina del 2023, che nomina Qin Gang Ministro degli Esteri in sostituzione di Wang Yi, esponente della nomenclatura del Partito Comunista che rimarrà State Councillor per la Diplomazia. Un funzionario esperto rappresenterà Pechino all’estero, personaggio appartenente alla cerchia dei Wolf Warriors — denominazione affibbiata alle figure rivelatesi intransigenti nel difendere le politiche governative —, profondo conoscitore dei meccanismi di politica interna, di comunicazione e delle relazioni con gli Stati.

Portavoce del Ministero degli Esteri dal 2005 al 2010, carica ricoperta anche nel quadriennio 2011-2015, Qin ha gestito le relazioni con i media e il protocollo nel corso delle visite internazionali del Presidente, attività che gli avrebbe permesso di guadagnare la fiducia di Xi Jinping. Oggi lascia l’incarico di Ambasciatore della Repubblica Popolare presso gli Stati Uniti, ruolo che ha offerto una visione ravvicinata del rivale sistemico per eccellenza, con il quale in realtà Qin è stato capace di intessere un’attività diplomatica fruttifera. Perché, al netto delle posizioni forti dichiarate nel corso degli anni, il nuovo Ministro ha avuto anche la sensibilità di esprimersi con toni cordiali verso Washington.

La Cina è desiderosa “di rafforzare le comunicazioni con gli Stati Uniti nell’ambito della politica estera, dell’economia, della finanza, del quadro legislativo e militare, ricostruendo un meccanismo di dialogo”, disse a settembre 2021 nel corso di una conferenza virtuale al National Committee on US-China Relations, “per capire in maniera precisa le intenzioni politiche e gestire correttamente le differenze in modo costruttivo”. Pochi mesi prima, al suo arrivo a Washington, dichiarò: “Credo fermamente che la porta per le relazioni tra Cina e Stati Uniti, che è già aperta, non possa e non debba essere chiusa”.

La sua nomina rappresenta un tentativo di cambiamento rispetto al passato, nel solco di una continuità che non spiazza gli avversari. Washington in primis, che ritroverà nel Ministro degli Esteri l’esponente che ha guidato l’Ambasciata di Pechino negli States e che ha già interloquito con il Segretario di Stato Antony Blinken. Che, come da lui stesso annunciato, ha avuto con Qin una conversazione telefonica il primo gennaio. “Abbiamo discusso della relazione tra Stati Uniti e Cina e del mantenere aperte le linee di comunicazione”.

Un passaggio importante proprio in attesa della visita del capo della diplomazia statunitense in Cina, che dovrebbe avvenire nelle prossime settimane. Un percorso di dialogo condiviso tra i due giganti delle relazioni internazionali, spianato dal faccia a faccia tra i Presidenti Xi Jinping e Joe Biden a Bali, nel corso dell’ultimo G20, e dall’incessante lavoro degli sherpa delle diplomazie di Cina e Stati Uniti.

A metà dicembre una delegazione di funzionari d’alto rango Usa si è recata a Langfang, nella Provincia dell’Hebei, per incontrare il Vice Ministro degli Esteri Mie Feng e altri rappresentanti del Governo di Pechino. Un incontro, da quanto si è appreso, franco ed approfondito, definito persino costruttivo dal Ministero degli Esteri cinese, utile per ricordare alla comunità internazionale la necessità del dialogo nonostante le tensioni e i reciproci fastidi in essere.

 

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