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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Con Biden, svolta green

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Sul clima, Biden ha firmato ordini esecutivi per ridurre le emissioni di gas e petrolio, raddoppiare la capacità eolica offshore e acquistare veicoli a zero emissioni

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden fa dichiarazioni sulla lotta al cambiamento climatico, mentre l’inviato per il clima della Casa Bianca John Kerry e la vice Presidente Kamala Harris ascoltano, nella sala da pranzo di Stato della Casa Bianca a Washington, Usa, 27 gennaio 2021. REUTERS/Kevin Lamarque

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden continua a mantenere le promesse sull’ambiente fatte in campagna elettorale. Dopo il rientro negli accordi di Parigi e la cancellazione dell’oleodotto Keystone XL nel primo giorno di mandato, mercoledì scorso ha firmato una serie di provvedimenti sul contrasto ai cambiamenti climatici.

Gli ordini esecutivi di Biden prevedono, tra le altre cose, la sospensione delle nuove concessioni petrolifere sulle terre e le acque federali, il raddoppio della capacità eolica offshore al 2030 e l’acquisto di una flotta di veicoli a zero emissioni da parte del Governo americano.

Simbolismo e concretezza, di nuovo

Proprio come il reintegro nell’accordo di Parigi, si tratta anche in questo caso di decisioni che racchiudono al loro interno componenti sia simboliche che concrete.

Il simbolismo è nell’aspetto quantitativo delle misure annunciate, nella volontà di far percepire lo “stacco” dalla precedente amministrazione di Donald Trump – dal suo negazionismo climatico, dalla sua vicinanza al settore degli idrocarburi – per richiamare piuttosto l’agenda di Barack Obama. A proposito di simbolismo: la richiesta di bloccare i nuovi permessi per le trivellazioni sul territorio federale non avrà un grosso impatto sulla produzione complessiva, che si concentra piuttosto – con il fracking – sulle terre private. Biden ha ribadito che non intende vietare queste attività.

La concretezza è invece nell’insistenza sull’aspetto economico e occupazionale – la parola jobs, “posti di lavoro”, compare quindici volte nel documento – e nella consapevolezza che la transizione energetica e l’azione climatica sono temi di sicurezza nazionale e di politica estera, positivi per la salute del pianeta ma utili anche alla leadership globale degli Stati Uniti.

Guidare la comunità internazionale nello sforzo per la riduzione delle emissioni inquinanti, come Biden dice di voler fare, è un modo per dire al mondo – alleati e non – che “l’America è tornata”. Sul clima così come sulle alleanze. Resta però da capire se e come si realizzerà quest’ambizione: tante cose sono cambiate negli ultimi anni.

L’America, la Cina e il clima

Sul clima, l’Inviato speciale John Kerry ha annunciato che gli Stati Uniti ospiteranno un vertice internazionale sul cambiamento climatico il prossimo 22 aprile, la Giornata della Terra. E che in quell’occasione verranno rivelati gli obiettivi specifici per il taglio delle emissioni americane. Biden ha detto infatti di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, ma non ha parlato di target intermedi; si immagina tuttavia che possa optare per una riduzione del 40-50 per cento (rispetto ai livelli del 2005) al 2030.

Kerry ha definito “prematuro” parlare di numeri. Ma si tratta di un punto fondamentale. Una percentuale troppo bassa danneggerebbe la capacità di Washington di “dare l’esempio” e spronare gli altri. Un taglio molto alto, invece, complicherebbe le trattative politiche con il Partito repubblicano e con i democratici più moderati, mettendo a rischio l’approvazione del piano di Biden sull’energia da 1,7 trilioni di dollari.

Kerry ha detto anche che gli Stati Uniti lavoreranno insieme alla Cina per il contenimento delle emissioni: una necessità, visto che i due Paesi sono i maggiori emettitori di gas serra al mondo. Ma ha specificato che la cooperazione climatica non comporterà concessioni sui (tanti) punti di frizione nei rapporti bilaterali. Il clima è fondamentale, insomma, ma è un argomento a sé.

Nuovi posti di lavoro ben pagati

Si è detto dell’enfasi messa da Biden sulle nuove opportunità lavorative nei suoi provvedimenti: milioni di posti di lavoro ben pagati, assicura.

Al di là della plausibilità della cifra – probabilmente esagerata –, l’annuncio risponde innanzitutto a una necessità interna: rassicurare i cittadini e i politici più scettici che la questione climatica non è contraria alla crescita economica, ma che muove nella stessa direzione. Anche se questo non basterà a convincere i membri del Congresso (anche democratici) che rappresentano gli interessi degli Stati più legati all’industria degli idrocarburi.

Dopodiché, c’è una questione strategica. Il passaggio delle società e dei sistemi energetici verso fonti di energia pulite porta con sé la necessità di nuove tecnologie, nuove infrastrutture e nuove materie grezze. Già l’amministrazione Trump guardava con preoccupazione alla possibilità che la transizione energetica consegnasse maggiore influenza alla Cina. Pechino è infatti la principale produttrice di pannelli solari, batterie per le auto elettriche e turbine eoliche; spesso controlla anche gran parte dei metalli necessari alla loro costruzione (terre rare, litio, vanadio).

L’ordine esecutivo di mercoledì costituisce solo un primo e abbozzato passo verso quella che potrebbe però diventare la nuova “guerra tecnologica” tra America e Cina: sulle tecnologie per le energie pulite, appunto. A Washington si percepisce l’urgenza di non rimanere indietro.

Jennifer Granholm, nominata da Biden al Ministero dell’Energia, disse già anni fa che esiste nel mondo una richiesta di “prodotti puliti” che potrebbe tradursi nella creazione di posti di lavoro “ben pagati” per gli americani. Ma se gli Stati Uniti non riusciranno a soddisfare questa domanda, proseguiva nel suo ragionamento, i consumatori si rivolgeranno altrove: in Europa o in Cina.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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