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Accordi di Parigi, dopo l’abbandono di Trump Tokyo cerca alternative

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Dai politici e funzionari di governo alla società civile giapponese, tutti venerdì scorso hanno espresso il proprio disappunto nei confronti della decisione di Donald Trump di abbandonare gli accordi sul clima di Parigi.

È stato il capo portavoce del governo di Tokyo Yoshihide Suga il primo a esprimere la posizione ufficiale del Giappone sulla decisione shock dell’amministrazione americana. «Ci rincresce prendere atto dell’annuncio degli Stati Uniti di uscire dagli accordi di Parigi sul clima. Pensavamo di poter cooperare con gli Stati Uniti sulla lotta ai cambiamenti climatici sulla base di quel trattato. Affrontare il problema dei cambiamenti climatici è una questione globale. Continueremo a lavorare con Washington sul problema».

Il ministro degli Esteri Fumio Kishida, leader in vista del partito liberaldemocratico dal 2012 al governo a Tokyo, ha poi aggiunto che Tokyo «lavorerà con gli altri firmatari degli accordi sul clima di Parigi per la loro piena realizzazione». Più interventista invece la posizione del ministro dell’Ambiente Koichi Yamamoto, che alla stampa ha dichiarato di voler «persuadere gli Stati Uniti» a ritrattare sulla decisione.

Anche la società civile si è mossa. Una decina di persone ha partecipato a un flash mob organizzato da Greenpeace Japan e altre organizzazioni ambientaliste davanti all’ambasciata Usa di Tokyo. Gli attivisti hanno esibito cartelli colorati con la scritta Zenshin arunomi, «Guardiamo sempre avanti». Kimiko Hirata, direttrice della Kiko Network, uno dei gruppi coinvolti dalla manifestazione, ha dichiarato che «La decisione calpesta gli sforzi coordinati a livello internazionale ed è inaccettabile (…) lasciando l’economia statunitense in svantaggio e comprometterà la posizione diplomatica di Washington nei confronti dei suoi partner diplomatici».

Reazioni dalle ong

Tra gli esponenti della società civile c’è chi però guarda anche agli affari interni. Nonostante i proclami del governo, non tutti sono convinti dalla buona fede dell’esecutivo.

«Usando la scusa della decisione di Trump — ha spiegato in un comunicato il responsabile per il clima e l’energia di WWF Japan Naoyuki Yamagishi — ci saranno spinte sul governo giapponese per allentare le politiche sul clima».

Queste potrebbero arrivare dalle grandi corporation del settore energetico — in particolare le compagnie estrattive come Idemitsu e Jx che di recente hanno aumentato gli investimenti per la costruzione di impianti di raffinazione su suolo giapponese — che tradizionalmente hanno un ruolo di rilievo nella politica energetica del paese asiatico.

Con lo spegnimento di tutte le centrali nucleari del paese a seguito dell’incidente nucleare di Fukushima nel 2011, Tokyo ha aumentato le importazioni di combustibili fossili. Oggi il Giappone è il terzo paese al mondo per importazioni di petrolio, il quarto per consumo di petrolio — 4120 barili al giorno — e il secondo per importazioni di carbone; anche le importazioni di gas naturale liquido sono ai massimi storici. Per l’approvvigionamento — in assenza di risorse interne — Tokyo dipende fortemente da paesi come Arabia Saudita, Iran ma anche Russia, Canada, Indonesia e Vietnam.

Rivedere la politica energetica giapponese

Per realizzare gli accordi di Parigi e mantenere il surriscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi con investimenti in tecnologie «verdi», Tokyo dovrà probabilmente ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili. Al momento, però, il piano del governo pare essere il ritorno al nucleare, che, entro il 2030, dovrà coprire almeno il 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale.

Su questo punto dallo scorso anno è in atto uno scontro «di principio» tra esecutivo e un’associazione di manager e imprenditori. A giugno dello scorso anno la Keizai Doyukai — questo il nome dell’associazione di cui fanno parte oltre 1400 manager di importanti aziende nipponiche come Nissan e ATA Hotels — ha lanciato un documento programmatico per la creazione di una società a zero emissioni e per una leadership globale nell’energia rinnovabile in cui chiedeva al governo maggiore ambizione.

Il nucleare, spiega il documento, non darà più margini di profitto nel prossimo futuro. Bisogna investire in nuove tecnologie e diffondere energie rinnovabili, dal solare all’eolico, accorciando i tempi della burocrazia per la costruzione di impianti e dando più voce in capitolo alle amministrazioni locali. Solo così si potranno tagliare le emissioni dell’80 per cento entro il 2050 e quindi porsi l’obiettivo del 50 per cento di elettricità prodotta a zero emissioni entro il 2030.

Insomma: le potenzialità economiche e tecniche ci sono, ora serve più coraggio, soprattutto dalla politica.

@Ondariva

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