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La Colombia vota No al referendum per la pace con le Farc. E ora?

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Al referendum per approvare gli accordi di pace negoziati tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia ha vinto il No con il 50,2%, rimettendo in discussione quello che doveva essere il D-Day del disarmo e della smobilitazione della guerriglia che ha combattuto la guerra più lunga dell’emisfero occidentale.

Gli accordi negoziati a Cuba per quattro anni tra il presidente Juan Manuel Santos e il capo delle Farc, Rodrigo Londoño Echeverri alias “Timochenko“, erano stati siglati lunedì nella storica città coloniale di Cartagena con una penna fatta con un proiettile, alla presenza di Ban Ki-moon, John Kerry e 15 presidenti latinoamericani.

Gli accordi non ratificati, che sarebbero “un’opera d’arte” secondo l’ex procuratore della Corte Penale Internazionale Luis Moreno Ocampo, prevedevano una complessa e lunga dinamica per la smobilitazione degli attuali 5800 guerriglieri e guerrigliere e la consegna delle armi in zone protette dall’Onu, e la condanna a lavori socialmente utili invece della prigione per le pene minori (ma non per chi non confessa i reati commessi). Non era chiaro però se anche le uccisioni fossero considerate pene minori.

In un paese nel quale il 60% della popolazione è stato vittima della guerra in prima persona o tramite un parente stretto, non è bastato che Timochencko chiedesse “perdono a tutte le vittime per tutto il dolore che abbiamo potuto causare”. Il rischio che le Farc “uscissero impunite” da un conflitto che ha causato 267.000 morti, 46.000 desaparecidos, 29.000 sequestrati, 11.500 bambini soldato e imprecisati casi di tortura e violenze sessuali, ha spinto molti a votare No.

L’ex presidente Alvaro Uribe che ha guidato questa campagna la aveva definita un’amnistia per le molte concessioni agli ex combattenti, tra cui poter diventare una forza politica e assumere cariche pubbliche. Secondo una recente indagine Ipsos-Napoleón Franco, il 75% dei colombiani vorrebbe che i leader della guerriglia non partecipassero alla politica e l’88% che paghino con il carcere.

Altra cause del No sono, secondo gli osservatori, il voto dei giovani colombiani che ha vissuto meno la guerra e le stesse Farc, “che non hanno chiesto subito perdono e non hanno spiegato come risolvere la questione del denaro. La gente non capisce perché visto che sono grandi narcotrafficanti multimiliardari, ci vogliano tanti soldi [pubblici] per reintegrarli nella società”. L’analista politico Fernando Ceperda commenta in tv: “Il governo ha sbagliato la campagna, tutta volta al passato, ai massacri, alla violenza, alla sofferenza. Avrebbe dovuto impostarla sul futuro, sulla speranza di un mondo migliore”.

Perché allora Santos, sostenuto dagli Usa e dall’Onu, ha lavorato con tanto impegno a questi accordi le cui concessioni alle Farc sembrano spropositate?

Economicamente, nonostante la guerra, dagli anni 2000 la Colombia ha continuato a crescere riducendo anche la povertà dal quasi 50% al 27% in 13 anni, secondo la Banca Mondiale. Le migliori condizioni economiche della popolazione hanno quindi reso meno attraenti le forze ribelli.

Il numero dei guerriglieri si è ridotto negli ultimi anni a un terzo dai circa 18.000 dei primi decenni, mentre gli uomini delle Forze Armate sono raddoppiati a 480.000 uomini. I governi negli ultimi anni hanno potuto quindi contenere la guerriglia politicamente e socialmente, senza però sconfiggerla del tutto sul campo militare. Nonostante i molti progressi, la foresta tropicale nella quale la guerriglia può nascondersi e resistere a lungo è immensa. Lo stallo militare avrebbe potuto protrarsi per anni.

Un’altra ragione è stata la difficoltà a sconfiggere l’economia della droga creata dalle Farc e gli altri gruppi nelle zone da loro controllate. Sono “il primo cartello della cocaina a livello mondiale”, dice il senatore Alfredo Rangel, un altro oppositore degli accordi, a NTN24. “Negli ultimi anni hanno quadruplicato gli introiti due volte: per effetto della svalutazione del peso colombiano e raddoppiando l’area seminata di coca. Il narcotraffico è stato una vera e propria attività lucrativa e non solo un finanziamento della lotta politica”. Rangel definisce gli accordi un’opportunità di “riciclaggio del denaro sporco”.

La crescita ha reso la Colombia un potenziale candidato a membro dell’Ocse, ma solo una volta eliminati i costi della guerra in senso lato: mancato sviluppo delle infrastrutture e della protezione ambientale in vaste zone, un incerto ambiente per gli investimenti e la corruzione, oltre al narcotraffico.

L’hanno capito bene gli Stati Uniti (destinatari della maggior parte della cocaina prodotta in quelle regioni) che con il Plan Colombia hanno destinato 450 milioni iniziali e potenzialmente 500 milioni l’anno; la Ue che ha donato 80 milioni e presterebbe altri 450; l’Fmi che ha offerto una linea di credito da 11 miliardi.

Lo sforzo per bonificare il paese sarà in ogni caso erculeo: 31 miliardi di dollari. Si tratta di convertire le colture di coca sostenendo i contadini, di rafforzare la democrazia e le strutture pubbliche locali, di rimuovere le mine, di reinserire migliaia di adulti e ragazzi. La grande sfida restano le disuguaglianze, “perché come mostra l’esperienza colombiana, la disuguaglianza economica soffia sul fuoco dell’instabilità sociale e politica”, dice il professore della Columbia University e consulente Onu José Antonio Ocampo.

La violenza ha lasciato una eredità di povertà cronica, secondo l’economista Andrés Moya su Americas Quaterly. “Il 60% della popolazione sfollata è sotto la soglia della povertà e il 40% sotto quella della povertà estrema” a causa della paura di rischiare in attività economiche.

Che cosa succederà ora?

  • Il cessate il fuoco si manterrà, come ha ribadito dopo il voto anche “Timochenko”: “Le Farc mantengono la loro volontà di pace e la costruiranno solo con la parola”.
  • La consegna delle armi e dei guerriglieri nelle zone controllate dall’Onu è congelata, ma Ban Ki-moon ha mandato a L’Avana un emissario speciale a vigilare sul fermo delle ostilità bilaterale.
  • Anche la liberazione dei ragazzi è congelata, dopo una prima consegna di minori alla Croce Rossa.
  • Nonostante le rassicurazioni internazionali, per l’erogazione dei fondi e dei prestiti promessi ci vorrà una maggiore chiarezza politica.
  • Resta congelato anche presumibilmente il programma per la riconversione delle coltivazioni che ha bisogno di molte risorse.
  • Infine, fermo anche il Tribunale della pace provvisorio che doveva determinare le pene per i guerriglieri e accentrare i processi legati agli attori del conflitto, ribelli, civili e agenti dello Stato.

“Continuerò a cercare la pace fino all’ultimo minuto del mio mandato”, dichiara Santos. “Il No non vuol dire che si debba buttare a mare il processo”, precisa il negoziatore Carlos Antonio Lozada, “perché in quanto diritto fondamentale la pace ci impedirà di continuare con una guerra così dolorosa”.

@GuiomarParada

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