Concessioni balneari: con 15 anni di ritardo l’Italia si adeguerà alla direttiva Bolkestein 


Lo stop dal 2024: l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha bocciato per contrasto con la normativa Ue la proroga al 2033 delle licenze demaniali. Adesso il Governo potrà lavorare alla riforma del settore

Gabriele Rosana Gabriele Rosana
[BRUXELLES] Giornalista, è capo della redazione Affarinternazionali.it, la rivista dello IAI. Collabora con D e Dlui di La Repubblica, Linkiesta, Il Messaggero e Aspenia.

Lo stop dal 2024: l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha bocciato per contrasto con la normativa Ue la proroga al 2033 delle licenze demaniali. Adesso il Governo potrà lavorare alla riforma del settore

L’alba della Bolkestein per gli stabilimenti balneari italiani comincerà nel 2024. Parecchio in ritardo rispetto al calendario europeo che prevedeva questo passaggio nel 2009 – 15 anni in politica sono un’era geologica -, ma comunque (e finalmente) in tempo utile per mettere fine a un’anomalia tutta italiana nel panorama continentale: quella della mancata messa a gara delle concessioni pubbliche demaniali, come le spiagge. Alla volontà politica, però, s’è stavolta sostituita la certezza giuridica di una pronuncia dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato, che ha messo un punto fermo nella vicenda della protratta proroga (illegittima) delle licenze, dando torto al Governo gialloverde, che nel 2018 aveva esteso al 2033 le concessioni esistenti.

E dire che ci aveva provato pure Mario Draghi, il premier dalle convinte credenziali europeista, a inserire l’apertura delle procedure pubbliche nel ddl Concorrenza approvato la settimana scorsa dal Consiglio dei Ministri, ma senza successo vista la forte opposizione della Lega, che sul tema dà storicamente battaglia (con sponde importanti anche in altre forze politiche): il compromesso trovato dal Governo di larghe intese passa per una ricognizione dello stato dell’arte così da avere un quadro chiaro su tempi, canoni e redditività delle concessioni, alla luce del quale intervenire in tempi stretti.

Del resto, stiamo parlando di uno dei testi normativi più simbolici del diritto Ue, che nel nostro Paese, a dire il vero, è stato sempre usato come bussolotto della propaganda anti-Bruxelles: la direttiva 2006/123/CE relativa alla liberalizzazione dei servizi nel mercato interno, predisposta dall’allora commissario Ue Frits Bolkestein quando l’esecutivo comunitario era guidato da Romano Prodi. Gli Stati membri hanno avuto tempo fino al dicembre 2009 per trasporre le disposizioni della direttiva nel diritto nazionale: l’Italia lo ha fatto (in ritardo) con un decreto legislativo dell’anno successivo, rimasto però lettera morta. I vari Governi che si sono susseguiti nel tempo hanno proceduto secondo un sistema di rinnovo automatico e generalizzato delle licenze esistenti, senza mai davvero metter mano a una modifica organica delle regole del settore, invocata a gran voce da Bruxelles a difesa del principio delle gare aperte a tutti i potenziali concorrenti europei.

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