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RETROSCENA

Un drone per l’inferno

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La fine di Soleimani rivela il conflitto latente Iran-Usa, capace di scatenare diversi imprevisti: da uno scontro sanguinoso a un accordo diplomatico

Sostenitori di Hezbollah partecipano a una cerimonia funebre per Qassem Soleimani, il leader delle forze speciali Al Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, ucciso nella notte tra il 2 e il 3 gennaio da un raid americano su Baghdad. REUTERS/Aziz Tahe

Cosa voleva dire essere Qassem Soleimani? Un pezzo importante dell’ascesa della Mezzaluna sciita si deve a lui e all’errore più clamoroso compiuto dagli Usa negli ultimi decenni: l’invasione dell’Iraq giustificata con le false prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Prima della caduta del raìs iracheno, che ha precipitato il Medio Oriente nel caos, l’influenza e il raggio d’azione iraniani erano assai più limitati. L’accordo con Teheran sul nucleare voluto da Obama nel 2015 aveva proprio lo scopo di contenere l’Iran, reintegrarlo nel sistema internazionale e rimediare, in parte, agli errori precedenti.

Un’occasione volutamente perduta. Con la decisione di Trump nel 2018 di stracciare questa intesa internazionale raggiunta sotto l’egida dell’Onu, gli Usa − in accordo con Israele − hanno aperto una nuova fase, quella della “massima pressione” contro Teheran, alla base della quale c’è l’idea che un Iran indebolito, strangolato dalle sanzioni e piegato possa sottomettersi alle richieste americane.

In questa nuova fase Qassem Soleimani era diventato uno dei bersagli da colpire affidato all’unità droni della Cia diretta da Mike D’Andrea, un dirigente dell’intelligence convertito all’Islam che secondo alcune fonti, smentite da Washington, sarebbe rimasto ucciso nell’abbattimento di un aereo Usa a Kandahar in Afghanistan, proprio dopo l’uccisione di Soleimani.

Quello che è certo è che in questi mesi la strategia della “massima pressione” non ha avuto come effetto il ritorno dell’Iran al tavolo delle trattative ma al contrario un aumento preoccupante delle tensioni e dell’instabilità nella regione dove è in corso quella guerra mondiale “a pezzi” già evocata da Papa Bergoglio. In campo ci sono l’esercito russo, turco, siriano, iraniano, iracheno, americano, israeliano, contingenti militari europei, dozzine di milizie e migliaia di mercenari. Un mix esplosivo.

Di Soleimani, anche se non lo incontravi direttamente, ne sentivi la presenza. Per oltre un decennio Qassem Soleimani, prima che gli Stati Uniti lo uccidessero a Baghdad il 3 gennaio, era stato uno degli attori principali che muovevano gli eventi su tutti i fronti caldi del Medio Oriente.

Che fosse l’assedio di Aleppo, le montagne curde o degli yazidi, l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, lo Yemen degli Houthi, Soleimani come capo delle forze speciali Al Quds dei Pasdaran iraniani era un protagonista, a volte palese, talora occulto, di tutte le maggiori vicende mediorientali che coinvolgevano la repubblica islamica dell’Iran e i suoi alleati.

Ricordo che durante l’assedio Aleppo era stato fotografato mentre dirigeva le truppe ma soprattutto la sua presenza diventò decisiva quando nel 2014 l’Isis conquisto Mosul, la seconda città irachena. In quel momento Soleimani aveva già raggiunto una forte popolarità in patria.

Molto vicino all’Ayatollah Alì Khamenei, veniva considerato il secondo attore più influente negli equilibri interni di potere dopo la Guida Suprema come artefice della proiezione iraniana all’estero e della sua influenza regionale. Per questo la sua morte ha sollevato un enorme clamore agendo da elemento di convergenza, almeno momentaneo, tra le diverse istanze del Paese unite nella comune identità nazionale e religiosa.

Soleimani difendeva la “profondità strategica” dell’Iran, una dimensione che vista sul terreno è un po’ diversa dalle asettiche elucubrazioni geopolitiche a tavolino.

Mi trovavo a Makhmour, a un’ora di auto dalla capitale curda Erbil, dove erano appena entrati i jihadisti del Califfato e Soleimani aveva preso in mano la situazione. A Sulaymanyia, 900mila abitanti, a un passo dalla frontiera con l’Iran, i peshmerga curdi si erano ritirati disordinatamente davanti alle orde di Al Baghadi. Anche questa città rischiava di cadere: fu Soleimani con i suoi pasdaran a fermarne l’avanzata prima che potessero penetrare in territorio iraniano.

E fu ancora Qassem Soleimani a prendere in mano quello che rimaneva delle truppe irachene dopo la disfatta di Mosul per organizzare la difesa di Baghdad con le milizie sciite. Il Califfato nell’estate del 2014 era arrivato a poche decine di chilometri dalla capitale irachena dopo avere conquistato Tikrit, la città natale di Saddam Hussein. Appena oltre le linee di difesa si vedeva sventolare la bandiera nera di un Califfato pervaso di ideologia religiosa wahabita (quella dei sauditi), una delle versioni più conservatrici e retrograde dell’islam sunnita.

In quel momento l’Isis era arrivato a conquistare parti notevoli del territorio iracheno e siriano: aveva in pugno in una sorta di mini-stato ferocemente integralista e la vita di otto-dieci milioni di persone. Ecco perché i primi a festeggiare l’uccisione di Soleimani sono stati tra Iraq e Siria i jihadisti reduci dell’Isis e quelli affiliati ad Al Qaida che occupano ancora sacche strategiche di territorio siriano dove combattono, appoggiati dalla Turchia, battaglie feroci con i russi e le forze di Damasco. Qui Soleimani, se fosse vivo, sarebbe ancora sulla linea del fuoco.

Del resto è sul fronte di guerra che “nasce” e si forma Soleimani. Aveva 23 anni − come il suo coetaneo Esmail Qaani che lo ha sostituito alla guida delle forze Al Quds − quando Saddam invade l’Iran il 22 settembre del 1980. La repubblica islamica, dopo la rivoluzione di Khomeini del 1979 e la presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa, era rimasta isolata. L’Iraq poteva contare su armi chimiche, finanziamenti delle monarchie del Golfo (55 miliardi di dollari in 8 anni di guerra) e rifornimenti bellici dei Paesi occidentali.

Soleimani iniziò la sua ascesa in quegli anni dove vidi migliaia di giovani iraniani andare al massacro all’arma bianca contro i carri iracheni portando al collo delle chiavi di plastica che simboleggiavano il paradiso di Allah. È qui che si rafforza il mito dei “martiri” sciiti. Negli anni seguenti, pur facendo carriera, rimase in gran parte lontano dai riflettori ma nel 2001, dopo l’11 settembre, combatté persino a fianco degli Usa in Afghanistan: un’operazione voluta da Teheran per contrastare i talebani e il fronte sunnita.

Salì davvero alla ribalta con il collasso dell’Iraq e il dilagare dell’Isis. Furono gli iracheni a invitarlo e ad agire come una sorta di regista della controguerriglia a stretto contatto con i premier Nuri al Maliki, Haidar Abadi e Adel Abdel Mahdi. Gli americani, prima di tornare sul campo, in Iraq avevano ammainato la bandiera nel 2010 lasciando Baghdad senza neppure un’aviazione.

Che piaccia o meno Qassem Soleimani è stato decisivo per evitare la disgregazione dello Stato iracheno e tenere in sella il regime alauita di Bashar al Assad in Siria, in particolare prima dell’intervento russo nel settembre del 2015.

La Siria del padre, Hafez Assad, era l’unico stato arabo che nella guerra dell’80 si era schierato con l’Iran: nell’estate del 2011, quando era esplosa la rivolta, i pasdaran di Teheran, organizzati proprio da Qassem Soleimani e dal suo successore Esmail Qaani, erano già entrati in Siria e custodivano a Damasco il mausoleo di Zeynab, gettonata meta di pellegrinaggio degli sciiti, dove è sepolto dal 1977 − quindi prima della rivoluzione iraniana − anche Alì Shariati, l’ideologo più influente della lotta contro lo Shah.

Ecco perché ci sono questi legami tra Damasco e Teheran: l’Iran per gli alauiti, minoranza al potere contestata dai sunniti, rappresenta una sorta di legittimazione religiosa e politica.

Per quattro anni, fino all’arrivo di Putin, le truppe di Assad sono state assistite soltanto dagli Hezbollah libanesi e dai pasdaran iraniani e le operazioni militari le dirigeva Soleimani. Non lo vidi mai ad Aleppo o sulle montagne del Qalamoun, al confine tra Siria e Libano, ma se ne sentiva la presenza nei combattimenti feroci che opponevano le forze di Damasco ai ribelli costituiti da decine di migliaia di jihadisti affluiti da tutto il mondo musulmano e dall’Europa.

Soleimani era il peggiore nemico dei foreign fighters che hanno portato il terrorismo ovunque, anche da noi. Pochi altri potevano vantare la sua esperienza nella contro-guerriglia, nelle battaglie urbane, nel guadagnare territori metro su metro, nell’usare qualunque mezzo, non solo militare in senso stretto, per costringere l’avversario ad arretrare limitando i rischi e le perdite. Ed era ovviamente un maestro dell’intelligence nell’individuare i punti vulnerabili del nemico. In un certo senso può meravigliare che sia stato sorpreso dagli Usa che lo aspettavano a Baghdad sin dal decollo del suo aereo da Damasco, dopo una visita a Beirut al capo degli Hezbollah Nasrallah.

Forse, dopo tanti anni sul campo, con un passaporto diplomatico in tasca si sentiva quasi più un politico che un militare perché l’”asse della resistenza” che lui guidava non poteva essere efficace senza essere accompagnato dalla costruzione di reti di alleanze indispensabili ad affrontare avversari più ricchi, più dotati militarmente e anche più numerosi.

La fine di Soleimani non significa che non abbia successori ma apre un nuovo capitolo nella galassia del jihadismo sunnita. È stato fatto fuori l’osso più duro. Sappiamo bene quanto siano ancora forti e numerosi i gruppi islamici radicali in Siria − manovrati dalla Turchia nella provincia di Idlib e nel Nord della Siria − ma anche nella regione irachena di Al Anbar. Non solo. Le drammatiche rivolte dell’Iraq hanno messo in luce le divisioni laceranti dentro la società irachena: senza Soleimani manca chi aveva un controllo carismatico sulle milizie sciite.

Gli Usa, Israele e le monarchie del Golfo vedono nella sua uccisione una vittoria, sia pure tattica: ma solo il tempo ci dirà se lo sarà davvero. Gli Stati Uniti di Trump hanno comunque imboccato una via densa di insidie: il Presidente facendo uccidere Soleimani in un Paese terzo, e alleato degli Usa, si è comportato come una sorta di Califfo americano. Come ha fatto notare la Special Rapporteur Onu sulle esecuzioni extra-giudiziarie Agnes Callimard, gli omicidi mirati con i droni non trovano giustificazione nel diritto internazionale e presentano una seria sfida alla sovranità nazionale. La pace, o per lo meno la stabilità, oggi non sembrano coincidere con la cosiddetta “Pax Americana”. Soprattutto in Medio Oriente.

@negrialbe

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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