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RETROSCENA

Congo: i ribelli e il loro legame con l’Isis

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Le Forze democratiche alleate (ADF) affondano profonde radici nell’Islam radicale. Tuttavia, rimangono ancora dubbi sul legame tra le ADF e lo Stato islamico

Soldati delle forze armate della Repubblica democratica del Congo riposano nella foresta dopo che l’esercito ha preso il controllo di un campo ribelle delle ADF vicino alla città di Kimbau, provincia del Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo, 19 febbraio 2018. REUTERS/Goran Tomasevic

Il 18 aprile di due anni fa, lo Stato islamico, attraverso la sua agenzia di propaganda Amaq, ha rivendicato il primo attacco nella Repubblica democratica del Congo (RdC). Al contempo aveva annunciato l’istituzione di una nuova wilayat (provincia) del Califfato in Africa Centrale (Islamic State Central Africa Province – ISCAP), legittimata dal defunto califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che il 29 aprile 2019 mostrò in un video un testo dedicato all’ISCAP.

Nel corso dei mesi gli attacchi sono proseguiti e lo Stato islamico ne ha attribuito la responsabilità ai ribelli delle Forze democratiche alleate (ADF), un gruppo armato sorto nel 1995 in opposizione al Presidente ugandese Yoweri Museveni. Poi, nel giro di un paio d’anni le ADF hanno spostato il loro raggio d’azione nella parte orientale della RdC, dove sono considerate il gruppo più violento tra quelli attivi nella provincie del Nord Kivu e dell’Ituri.

Le ADF, che negli ultimi anni hanno assunto il nome di Madinat Tawhid wa-l-Muwahidin (La città del monoteismo e dei monoteisti), affondano profonde radici nell’Islam radicale risalenti ad alcuni anni prima della loro fondazione. Mentre molti dei loro membri originari, compreso il primo leader Jamil Mukulu, erano figure chiave nel movimento estremista islamico ugandese Jamaat al-Tabligh. E da quando, nell’aprile 2019, lo Stato islamico ha rivendicato per la prima volta un attacco nella regione ha rilasciato vari documenti sul coinvolgimento delle ADF nell’ISCAP, tra cui dichiarazioni pubblicate nella newsletter settimanale al-Naba e video diffusi dall’Amaq.

Un altro segno del legame tra le ADF e lo Stato islamico è arrivato dopo che un rapporto del Congo Research Group e della Bridgeway Foundation, basato sulle rivelazioni di un disertore dell’ADF, ha riportato che il pericoloso terrorista e facilitatore finanziario dell’ISIS Waleed Ahmed Zein, arrestato in Kenya nel luglio 2018, avrebbe fornito denaro alle ADF. Una successiva indagine ha rivelato che Zein aveva trasferito circa 150mila dollari su un conto riconducibile alle ADF.

Secondo un altro rapporto della George Washington University (GWU), ulteriori prove dell’affiliazione delle ADF con l’ISIS sono fornite dall’aumento della violenza contro i civili. La GWU associa un picco di violenza all’inizio del 2018, dopo la prima menzione dell’ISCAP da parte di Abu Bakr al-Baghdadi, che ha registrato un ulteriore incremento nell’aprile 2019, quando le ADF sono state ufficialmente riconosciute dallo Stato Islamico come parte dell’ISCAP.

Tuttavia la correlazione non è causalità, come prova il fatto che entrambi i picchi di violenza si sono registrati immediatamente dopo che l’esercito congolese e la MONUSCO, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite nella RdC, avevano condotto una serie di attacchi contro le ADF, in risposta ai quali la milizia ribelle ha condotto numerose rappresaglie.

Altro elemento interessante per stabilire la reale connessione tra i due gruppi è che nel 2020 i membri dell’ADF hanno pubblicato in maniera autonoma su WhatsApp un numero crescente di video di propaganda. Questo significa che i video in questione non sono stati diffusi da un ramo ufficiale dello Stato islamico.

Questi elementi mostrano che indubbiamente ci sono alcuni legami tra lo Stato islamico e le ADF. Tuttavia, tali legami rimangono incerti e opacizzati dal fatto che è difficile sapere se l’intero gruppo o solo una parte si è allineato con lo Stato Islamico. Anche perché i video che non hanno il logo dell’ISIS, mostrano che il legame tra le due organizzazioni non è del tutto stabilito. Poiché, di solito, quando l’ISIS assume il controllo di un altro gruppo, pone fine a tutta la produzione di propaganda autonoma.

Il reale legame tra le due entità appare dunque ancora incerto, l’unica evidenza è che fin dalla nascita il gruppo ribelle ha scelto di avere un’identità fluida, giustificando la guerriglia armata con motivazioni politiche, religiose, etniche o secessioniste. L’importanza reale dell’Islam per il gruppo armato è stata spesso messa in discussione dagli analisti, i quali hanno evidenziato che pur avendo ripetutamente utilizzato la retorica fondamentalista nelle sue rivendicazioni, l’islam per le ADF rappresenta solo una facciata per mascherare fini politici.

Lo Stato Islamico potrebbe quindi aver cooptato una fazione minoritaria delle ADF, non riuscendo a operare il passaggio nelle sue fila dell’intero gruppo ribelle, che rimane più convincente per attrarre nella sua orbita altre milizie. Soprattutto quelle non sorrette da ideologie jihadiste, che nelle provincie orientali del Congo costituiscono la maggioranza.

Ciononostante, lo scorso 10 marzo, il Dipartimento di Stato americano ha incluso le ADF nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act e inserito il suo leader Seka Musa Baluku nella lista dei Terroristi globali appositamente designati (SDGTs) ai sensi dell’Ordine esecutivo 13224. Oltre ad aver disposto severe sanzioni per contrastare l’attività del gruppo, che secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) nel solo 2020 ha ucciso almeno 849 civili.

La designazione statunitense delle ADF come gruppo satellite dell’ISIS porta a prendere in esame una trasformazione del gruppo molto più profonda di quella che mostrano gli elementi esaminati, con il rischio tangibile di alimentare la propaganda e l’importanza dello Stato islamico all’interno del gruppo ribelle congolese.

La narrativa ISIS-ISCAP porta anche a diagnosticare erroneamente i driver della violenza, destando notevole preoccupazione perché può contribuire a un aumento delle operazioni offensive contro le ADF, che potrebbero moltiplicare le rappresaglie contro i civili. Senza dimenticare, che in passato lo stesso esercito congolese è stato implicato uccisioni di massa attribuite alle ADF.

In definitiva, rendere la lotta contro le ADF parte della guerra globale al terrore preclude i modi non violenti di trattare con il gruppo. Le ADF sono senza dubbio un pericoloso gruppo armato che deve essere combattuto, ma la narrazione sbagliata è foriera di soluzioni sbagliate.

Questo dovrebbe anche suscitare perplessità nell’aver indicato il gruppo ribelle tra i possibili responsabili dell’attacco che lo scorso 22 febbraio ha causato la morte dell’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, del carabiniere che lo accompagnava, Vittorio Lacovacci, e dell’autista del World Food Programme (WFP), Mustapha Milambo Baguna.

Una drammatica vicenda sulla quale dopo la commozione e il clamore dei primi giorni sembra essere calato il silenzio, mentre gli interrogativi sulla fine dei tre uomini che transitavano su una delle strade più pericolose del Nord Kivu restano irrisolti.

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L'AUTORE

Marco Cochi

Da due decadi giornalista, blogger e ricercatore con focus sull'Africa sub-sahariana.
GUALA
AUTEC