Considerazioni sul giornalismo in Cina e lo scontro sui visti


Sembra di essere tornati a prima del 2008, quando le Olimpiadi non avevano ancora modificato – seppure leggermente – la percezione dei giornalisti stranieri da parte del governo cinese. C'era da celebrare la Cina, con attenzione, ma era pur sempre una celebrazione. Ora due grandi testate, New York Times e l'agenzia Bloomberg, rischiano di non veder rinnovati i visti da giornalisti ai propri dipendenti. C'è di mezzo qualche reportage sgradito e una concezione del giornalismo che non combacia con quella occidentale. E tanti soldi.

Sembra di essere tornati a prima del 2008, quando le Olimpiadi non avevano ancora modificato – seppure leggermente – la percezione dei giornalisti stranieri da parte del governo cinese. C’era da celebrare la Cina, con attenzione, ma era pur sempre una celebrazione. Ora due grandi testate, New York Times e l’agenzia Bloomberg, rischiano di non veder rinnovati i visti da giornalisti ai propri dipendenti. C’è di mezzo qualche reportage sgradito e una concezione del giornalismo che non combacia con quella occidentale. E tanti soldi.

 

Quando ci fu il Diciottesimo congresso del Partito Comunista, girava una battuta: «i giornalisti cinesi sono in prima fila nella Grande Sala del Popolo, quelli giapponesi sono in fondo, quelli del New York Times sono fuori, in piazza Tiananmen». Poco prima del Congresso un reportage del Nyt, che è valso il Pulitzer al suo autore, David Barboza, aveva svelato le ricchezze dell’allora premier Wen Jiabao. Il risultato fu l’oscuramento del sito in Cina e la mancata concessione di entrare nella Grande Sala del Popolo per assistere all’investitura di Xi Jinping (e la perdita di parecchi soldi in pubblicità anche sull’edizione cartacea americana).

Proprio il neo Presidente cinese, era stato il protagonista di un altro report, questa volta di Bloomberg. Anche in quel caso l’articolo riportava le connessioni miliardarie di Xi. Il risultato fu identico: sito oscurato e vita dura per i cronisti dell’agenzia.

Nel frattempo, si è scoperto che – forse a causa di questo precedente – Bloomberg ha censurato alcuni reportage sui collegamenti tra politica e miliardari cinesi, per non incorrere in sanzioni da parte dello Stato cinese. Precauzione che pare essere servita a poco, dato che la notizia di questi giorni racconta del problema ad ottenere i visti tanto per i giornalisti di Bloomberg, quanto per quelli del New York Times.

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