EN

eastwest challenge banner leaderboard

Contrordine Hezbollah, in Libano l’Isis è ancora vivo

Indietro

Nasrallah celebra la liberazione del nord-est del Paese. In prima linea nella battaglia di Arsal c’erano i suoi miliziani, non l’esercito regolare. Ma gli uomini del Califfato sono presenti ovunque. E Beirut teme il ritorno dei foreign fighters reduci dalle battaglie di Mosul e Raqqa.

Beirut – La zona di Arsal è libera. Il Nord Est del Paese è di nuovo sotto il controllo dell’esercito libanese. Dopo poco più di un mese dall’inizio dell’offensiva contro Isis e miliziani jihadisti, le armi tacciono all’ombra della catena dell’Antilibano. La battaglia si è conclusa con un armistizio. I combattenti dell’Isis hanno seguito l’esempio di quelli di Al Nusra che due settimane fa hanno abbandonato il campo, facendosi trasportare nella zona di Idlib, nel Nord della Siria.

Stando alle informazioni trasmesse dall’agenzia stampa della Repubblica Islamica dell’Iran, 670 civili, 26 feriti e 308 membri del Daesh verranno trasportati con dei pullman nei territori siriani controllati dallo Stato Islamico ai confini con l’Iraq. Il Segretario del partito libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha salutato la vittoria, ribadendo come i termini della resa siano stati dettati dal Partito di Dio. “E’ la seconda volta che Hezbollah libera il Paese da una minaccia esterna”, le parole del Segretario del Partito di Dio davanti alle telecamere di Al Manar nella mattinata di martedì 29 agosto. Parole che elevano il ruolo di Hezbollah in combattimento, relegando l’esercito libanese al compito di spettatori attivi del conflitto. Nasrallah non mente sul coinvolgimento di Hezbollah nella battaglia. L’esercito del Partito libanese è stato effettivamente il più coinvolto negli scontri, mentre le mimetiche di Beirut si sono limitate a controllare possibili tentativi di fuga a ovest e a sud della zona coinvolta dagli scontri.

Una decisione tattica e di convenienza

Una delle giustificazioni più usate per spiegare lo scarso utilizzo di truppe regolari nel conflitto di Arsal riguarda la povertà di strumentazione dell’esercito libanese. Una tesi che si scontra con i numerosi aiuti esteri alle forze di Beirut. Il Libano è il sesto Paese a ricevere più sostegno militare dagli Stati Uniti. Una relazione consolidata nei decenni che ha visto negli ultimi anni un aumento. Nel 2015 Washington ha consegnato a Beirut 150 milioni di “aiuti”, tra cui spiccano 50 missili Hellfire e oltre 500 proiettili di artiglieria. Mentre nel 2016 l’esercito libanese si è visto recapitare 220 milioni di dollari in armi. Nella lista erano presenti 50 veicoli armati, 40 pezzi d’artiglieria e 50 lanciagranate. Ma gli Usa non sono l’unico Paese ad elargire consegne militari nel porto di Beirut. Francia e Gran Bretagna partecipano all’aggiornamento delle forze armate libanesi. Da Londra nel 2016 sono arrivati 30 milioni di dollari di aiuti, mentre la partecipazione di Parigi risale al 31 maggio di quest’anno. Anche l’Arabia Saudita partecipa al rafforzamento dell’esercito. Ryad annualmente consegna nelle mani degli Stati Maggiori dell’esercito libanese 4 miliardi di dollari di aiuti. La strategia di Arsal di impiegare l’esercito come vigilante dell’area piuttosto che attivamente sul campo sembra quindi presagire più una scelta tattica. Hezbollah è già “compromesso” dal conflitto siriano, dove è entrato nel 2013, mentre l’utilizzo di reparti dell’esercito regolare avrebbe potuto provocare una reazione delle cellule terroristiche presenti ancora sul territorio libanese.

La presenza del califfato in Libano

“Oggi non ci sono più militanti di Isis o Al Nusra in Libano”, continua l’intervento di Hassan Nasrallah davanti alle telecamere della televisione di Partito. Ma l’affermazione della guida del “Partito di Dio” si scontra con la realtà. Una realtà nel Nord del Libano, una nel Sud ed una all’estero. Il 1 agosto di quest’anno il Daily Star, giornale libanese in lingua inglese, titolava “le forze di sicurezza interna hanno arrestato una cellula di Daesh a Tripoli”. La seconda città del Libano, come numero di abitanti, è uno dei luoghi di maggiore proliferazione dell’Isis in Libano. Dal 2013 le forze di polizia e l’esercito sono spesso entrate in azione per neutralizzare le numerose cellule presenti, giungendo fino a ingaggiare conflitti armati nel centro cittadino. Conflitti sanguinosi, come quello del 28 ottobre del 2014 che ha causato 42 morti e 150 feriti. A Sud, a Sidone, la presenza dell’Isis è addirittura visibile a occhio nudo. Nel campo profughi palestinese di Ein El Hilweh, 120mila abitanti in un chilometro quadrato di speranze tradite e cemento, la nera bandiera del Daesh sventola al centro di una delle vie principali. Ma la presenza dell’Isis nel campo non è un’eccezione. Ein El Hilweh è uno specchio della realtà jihadista. La città-stato è divisa in zone di influenza, controllate da gruppi armati. Da due settimane nel campo si susseguono scontri a fuoco e deboli cessate il fuoco. La forza palestinese adibita alla gestione della sicurezza nel campo, il cui controllo è ufficiosamente in mano a Fatah, ha ingaggiato uno scontro armato con diverse sigle terroristiche, tra cui Daesh e Al Nusra. Il risultato, a poco più di due settimane dall’inizio del conflitto, è la distruzione di interi settori di Ein el Hilweh, numerose famiglie senza più una casa, feriti tra civili e l’impossibilità di Ong e Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ad intervenire in soccorso dei civili finiti sotto il fuoco di granate, mortai e Rpg. La presenza dell’Isis in Libano, al contrario di quanto affermato da Hassan Nasrallah, è palese anche grazie ai numeri relativi al fenomeno dei foreign fighters. Dal Paese dei cedri sono partiti, dati del 2016, circa 1000 combattenti. Non è possibile invece sapere quanti foreign fighters libanesi abbiano aderito ad altri gruppi jihadisti presenti nello scacchiere siriano. Con la progressiva perdita dell’entità territoriale dell’Isis, Mosul è riconquistata e Raqqa sul punto di cadere, il Libano teme e non poco il fenomeno del ritorno. L’ennesima prova di un mostro che sopravvive alla liberazione di Arsal.

Le possibili conseguenze della vittoria

La guida di Hezbollah, nel suo intervento televisivo di martedì 29 agosto, ha ribadito l’eccezionalità della vittoria, precisando come, dopo oltre 5 anni, il Libano e la Siria abbiano ripreso il controllo di tutti i territori lungo il confine tra i due Paesi. Se si esclude una piccola porzione dell’estremo Sud, adiacente al distretto di Hasbaya, ancora in mano ai ribelli siriani, l’affermazione di Nasrallah è corretta. E le conseguenze di questa affermazione probabilmente non tarderanno a palesarsi. In Libano vivono attualmente, stime UNHCR, poco più di 1 milione di rifugiati siriani. Un dato che tiene conto solo dei profughi registrati all’agenzia delle Nazioni Unite. Le stime ufficiose parlano di oltre 1,5 milioni di persone fuggite dal conflitto siriano. La situazione dei siriani in Libano è estremamente critica. Senza lo status ufficiale di “rifugiati”, il Libano non ha firmato la convenzione di Ginevra del 1951, i profughi vivono in condizioni di povertà, senza tutele e alla mercé di violenze e soprusi quotidiani. Nell’arco di questi anni di permanenza, la convivenza con i libanesi si è fatta sempre più difficile. All’iniziale atteggiamento di tolleranza si è sostituito, in alcune zone del Paese, specialmente nel Nord e nella valle della Bekaa, un razzismo dapprima strisciante, poi sempre più tangibile. Ad aggiungere benzina sul fuoco ci sono l’esercito e la polizia, protagonisti di operazioni atte ad aumentare l’insicurezza e la paura nei siriani. Gli arresti sono all’ordine del giorno, mentre gli sgomberi dei campi, senza alcun piano successivo, sono il minimo comune denominatore di questo atteggiamento. La riconquista dell’intero confine tra Libano e Siria potrebbe quindi dare luce verde ad un aumento della pressione sui rifugiati. L’obiettivo è spingere i profughi a fare ritorno nelle zone controllate, e “pacificate”, dal regime. Zone comunque ancora pericolose sia per il conflitto che per le storie personali dei profughi. Storie di fuga dalla leva obbligatoria, dai ricordi di familiari brutalmente uccisi o incarcerati e dalle rappresaglie quotidiane. 

@LemmiDavide

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA