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Cop27: al via in Egitto la conferenza sul clima con l’attenzione dei protagonisti rivolta alle altre crisi internazionali


A Sharm el-Sheikh i capi di Stato e di Governo discutono sulla salute del pianeta. Un report evidenzia la mancata solidarietà e i ritardi dei finanziamenti dei Paesi più ricchi per il clima

Matteo Meloni Matteo Meloni
Giornalista, è membro del comitato editoriale di eastwest. Si occupa di geopolitica di Medio Oriente e Nord Africa, Stati Uniti, rapporti tra Paesi Nato, di organizzazioni internazionali. Già Addetto Stampa al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha lavorato come Digital Communication Adviser alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite a New York.

A Sharm el-Sheikh i capi di Stato e di Governo discutono sulla salute del pianeta. Un report evidenzia la mancata solidarietà e i ritardi dei finanziamenti dei Paesi più ricchi per il clima

L’Egitto ospita a Sharm el-Sheikh la Cop27, l’incontro sul clima patrocinato dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di mettere d’accordo i Paesi della comunità internazionale sulla gestione della salute del pianeta. Un’aspirazione elevatissima ma che rimane un vero e proprio sogno irrealizzabile in un momento di grave incertezza internazionale, con la guerra voluta dalla Russia in Ucraina in pieno svolgimento, lo scontro tra Stati Uniti e Cina sul decoupling e un mondo che resta in attesa di risposte all’innalzamento delle temperature, come assistito negli ultimi mesi.

Sembrano lontanissimi i tempi degli Accordi sul Clima di Parigi, dove i capi di Stato e di Governo sottoscrissero un vero e proprio impegno per la riduzione delle emissioni e il contenimento della crescita incontrollata delle temperature: quello rimarrà alla storia come uno degli ultimi momenti di esempio concreto del funzionamento del multilateralismo, frantumato dalla posizione degli Stati Uniti di Donald Trump che decretò l’uscita di Washington dalla Cop21 e, poco dopo, persino dal JCPoA, l’accordo sul nucleare iraniano.

Evidentemente, clima e relazioni internazionali vanno di pari passo: sebbene la situazione sia drammatica, con la comunità di Stati frantumata al suo interno tra spaccature e visioni distanti dal trovare un punto in comune sui temi più concreti. A cominciare dal cessate il fuoco in Ucraina, da un ritorno all’applicazione del JCPoA e, di conseguenza, da una linea unanime da seguire sul clima. Miliardi di persone appese letteralmente alle scelte — e agli egoismi — dei capi di Stato e di Governo, incapaci di mettere da parte le tensioni quotidiane per giungere ad un pieno accordo su emissioni, temperature e compensazioni per gli effetti del cambiamento climatico, che sta impattando maggiormente sui Paesi in via di sviluppo.

E infatti i nodi della Cop27 egiziana ruoteranno attorno a questi temi, in particolar modo quello del loss and damage come chiamato dall’Onu, ovvero la copertura dei costi per i danni causati dal climate change a discapito delle nazioni non industrializzate come il Pakistan, che ha assistito a violente alluvioni impreviste e mai verificatesi in tale portata. L’incontro rischia di essere un nuovo buco nell’acqua se fallirà nell’arrivare a un meccanismo di compensazione economica per gli effetti del cambiamento climatico. “Arrivare a un risultato concreto sul tema del loss and damage è il test minimo per comprendere il reale impegno dei Governi per colmare le perdite causate dal cambiamento climatico”, ha detto il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.

Un patto non rispettato da tutti

Un report di Carbon Brief mette all’angolo Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia sulla cifra dedicata alla lotta al cambiamento climatico, da investire nei Paesi in via di sviluppo, impattati maggiormente dai disastri naturali che conseguono a inquinamento e innalzamento delle temperature. Secondo la ricerca, a fronte di 100 miliardi di dollari l’anno promessi entro il 2020, non si è minimamente raggiunta la cifra: Washington aveva previsto investimenti per 40 miliardi di dollari, versandone solo 7.6, Londra ha messo sul piatto 3/4 di quanto ipotizzato, Canada e Australia solo 1/3. Patti rispettati da Giappone, Francia, Germania, Paesi Bassi, Italia, Svizzera, Norvegia, Svezia, Danimarca, Austria, Irlanda e Spagna, che hanno impiegato persino risorse superiori a quelle previste.

Da tempo si discute di un meccanismo di compensazione economica per andare incontro ai Paesi in via di sviluppo, ma non si è mai giunti a una reale decisione. Lo stesso John Kerry, Inviato Speciale per il Clima dell’amministrazione statunitense, già Segretario di Stato nonché candidato alla Presidenza per i democratici, per quanto sia un campione dell’attenzione sui problemi del cambiamento climatico, non ha preso un reale impegno in tal senso, ha solo lasciato aperta la possibilità delle discussioni a Sharm el-Sheikh, così come ai prossimi anni.

Il motivo è semplice: la Cop27 cade a cavallo delle elezioni di metà mandato, un momento decisivo per l’amministrazione guidata da Joe Biden, che rischia di perdere il controllo − già risicato, solo 1 voto in più grazie alla vice Presidente Kamala Harris — del Senato e quasi certamente della Camera. Per questo e altri motivi, le Conference of the Parties rimangono momenti di pura discussione, lontani dall’attuazione di politiche concrete di contrasto al cambiamento climatico, ostaggio dei bisogni delle nazioni più ricche, che controllano l’agenda mondiale. Un limpido esempio della crisi totale del multilateralismo.

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