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Che succede se scoppia la guerra in Corea del Nord

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Ad attaccare sarà Pyongyang. La Cina rimarrà neutrale. Kim non userà la bomba, ma i morti in Corea del Sud potrebbero essere 20 mila al giorno. Il regime può resistere due mesi. La vera incognita è cosa accadrà dopo. Perché Pechino non accetterà mai una Corea nucleare a guida americana.

Prevedere cosa potrà succedere nella recente crisi coreana è pressoché impossibile. Le uniche possibilità che abbiamo sono quelle di spiegare cosa accade nei fronti contrapposti, quali sono i rapporti tra gli Stati impegnati nella crisi, quali sviluppi potrebbero prendere alcune minacce. Inoltre, si possono immaginare alcuni scenari per un «dopo» eventuale, dando per scontato alcuni elementi e fidandosi di altri.

Un’eventuale guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord è infatti diventata materia di studio tanto nel prevedere in che modo potrebbe scoppiare, e quanto potrebbe durare e quanti morti potrebbe determinare, quanto nel provare a pensare a una serie di «scenari» successivi. Di questi due temi si è occupata principalmente la stampa americana, sulla base di report del Pentagono e dei militari americani (o di loro dichiarazioni), o di rumors o svariati pareri di esperti di cose belliche e più o meno informati tanto sul potenziale militare nord coreano e americano. Ma dopo una eventuale guerra, dopo un eventuale «scoppio» dunque della Corea del Nord cosa succederebbe?

Qualche premessa

Prima di addentrarci nei «presenti possibili» di un eventuale post conflitto è necessario fissare alcuni dati che dovremo dare per scontati.

Innanzitutto, dovremo considerare come unica ipotesi di conflitto quella che prevede un’eventuale guerra, scoppiare solo dopo un eventuale attacco nord coreano: un missile sulla Corea del Sud, o sul Giappone o contro la ormai famosa isola di Guam, o un aereo americano abbattuto su cieli internazionali. Solo in questo caso potremo considerare «realistiche» le ipotesi di durata ed esito del conflitto che sono stati effettuati nelle settimane scorse. E solo in questo caso potremo dare per scontato un altro elemento, ovvero una sorta di neutralità della Cina.

A questo proposito ci affidiamo non certo a comunicazioni ufficiali da parte di Pechino (che ovviamente non ha lasciato trapelare alcun piano eventuale e possibile e ad oggi la Cina è l’unico Paese a non aver comunicato la frase: «l’opzione militare è sul tavolo») quanto ad articoli apparsi sul quotidiano nazionalista Global Times: pur non rappresentando nella sua interezza il Partito Comunista Cinese, il Global Times di sicuro è la voce di una frangia del partito, quella iper nazionalista. Secondo un articolo uscito tempo fa, l’editorialista del giornale sosteneva che, nel caso di un eventuale attacco della Corea del Nord, la Cina avrebbe dovuto avere un ruolo neutrale.

Queste due premesse ci permettono di non addentrarci in un’ipotesi che invece sarebbe davvero imperscrutabile: se ad attaccare fossero gli Usa, con un’invasione del territorio nord coreano, la Cina non potrebbe certo stare a guardare; in questo caso davvero è impensabile immaginare scenari minimamente credibili.

Dando per scontato questi elementi, si possono analizzare alcune possibilità «militari» proposte da media americani; in particolare quelli del Los Angeles Times, del New Yorker e del sito NextBigFuture. Poi vedremo invece i possibili scenari post guerra: in particolare cercheremo di analizzare i potenziali futuri di una Corea del Nord senza più la dinastia dei Kim al potere.

E come vedremo non è detto che le cose possano avere fine semplicemente con l’eliminazione di Kim. Come ha specificato al New Yorker Mark Fitzpatrick, direttore esecutivo dell’International Institute for Strategic Studies a Washington, «una guerra e una sconfitta molto rapida della Corea del Nord, non significherà avere un Paese immediatamente pacificato».

Guerre lampo e vittime

Secondo James Stavridis, ammiraglio della Marina americana in pensione, un eventuale conflitto potrebbe essere di tipo convenzionale, relegando a un 10% di possibilità per un conflitto nucleare. E secondo altri ex militari sentiti dal Los Angeles Times i costi umani, benché non ci siano dubbi su un’eventuale vittoria delle forze americane, sarebbero tremendi: almeno 20mila persone in Corea del Sud potrebbero morire ogni giorno in caso di un conflitto che potrebbe durare anche due mesi, secondo stime che sarebbero state effettuate anche dal Pentagono. «E questo senza utilizzo di armi nucleari da parte della Corea del Nord», specificano i generali sentiti dal quotidiano americano.

Il New Yorker anche ha esplorato le possibili opzioni militari americane: una prima possibilità che prevede un attacco informatico preventivo nel caso Kim volesse sganciare un missile: in quel caso però ci si chiede se Washington abbia davvero le possibilità tecnologiche per farlo. E proprio oggi secondo il Washington Post, in un articolo intitolato «Trump signed presidential directive ordering actions to pressure North Korea» l’amministrazione Usa starebbe puntando moltissimo proprio sulle potenziali cyber azioni da condurre contro Pyongyang.

In un’altra ipotesi il New Yorker immagina invece un attacco americano come reazione a un attacco nord coreano (mantenendo dunque lo scenario che prevede una Cina non interventista). In questo caso vengono prese in esame anche le precedenti guerre americane, Kuwait, Iraq, Afghanistan, non proprio esempi che inducono all’ottimismo, sostenendo che la guerra potrebbe durare tra sei e otto settimane.

Secondo Max Fixpatrick – invece – la Corea del Nord «non crollerà velocemente come il regime di Saddam o dei talebani, ma le conseguenze sarebbero simili e probabilmente di maggiore intensità: i coreani del nord hanno subito un fortissimo brainwashing che li ha portati a credere nella natura divina dei Kim».

Il sito NextBigFuture ha invece effettuato un’operazione altrettanto interessante: prendendo un documento del Pentagono del 2015 nel quale venivano immaginate operazioni in Corea del Nord ha tracciato il seguente scenario, basato sull’assunto, un po’ come abbiamo fatto noi, che la Cina non intervenga a favore della Corea del Nord. Secondo il sito la discriminante per la vittoria finale sarà la superiorità militare aerea, a seguito di un complesso calcolo sui numeri reali o supposti tali della Corea del Nord.

E dopo?

Un’eventuale disfatta di Kim Jong un porterebbe quasi sicuramente a un processo di unificazione delle Coree. Ma a questo punto si aprono altri, non meno inquietanti, scenari: chi guiderà l’unificazione? Chi governerà una Corea unita? Chi gestirà il nucleare nord coreano?

Si tratta di domande dirimenti che non è detto diano seguito a un periodo di vera pace, perché nel caso di una sconfitta di Kim a quel punto lo scontro che fa da sfondo alla crisi coreana diverrà ancora più evidente: difficilmente Pechino accetterà una Corea unita guidata da Seul, alleata degli Usa, con armi nucleari gestiti dai sud coreani e con le basi militari Usa sul proprio territorio che a quel punto confinerebbe direttamente con la Cina, senza più avere il territorio nord coreano come cuscinetto.

Secondo un recente articolo che ha avuto molta diffusione in Cina e non solo, Pechino avrebbe dovuto già da tempo iniziare a dialogare con gli Stati Uniti proprio sul futuro del territorio al di qua del 38° parallelo.

Ma come Bloomberg in un articolo dal titolo piuttosto chiaro, «There’s One North Korea Taboo China’s Leaders Won’t Talk About», ha sottolineato quanto tutti abbiamo notato, che «nelle discussioni tra Stati Uniti e Cina a proposito della Corea del Nord, un argomento rimane tabù: Che cosa accadrebbe se il regime di Kim Jong Un dovesse crollare?».

E ancora: nonostante la possibilità di una vittoria schiacciante, la Cina come si comporterebbe di fronte alla possibilità di una «resistenza nord coreana»? Rimarrebbe neutrale anche in quel caso o proverebbe ad approfittarne instaurando un nuovo regime, più controllabile da Pechino?

La Cina ha sempre osteggiato tanto una caduta del regime, quanto una Corea unificata a guida americana: ma di fronte a un’eventuale ipotesi militare dovrebbe mediare per ottenere un paese unificato, con Seul alla guida economica e politica, ma probabilmente con un Nord «protetto» e controllato da Pechino. Ipotesi suggestive ma per ora non verificabili.

C’è però una certezza: in recenti crisi internazionali, da quella di Google di ormai quasi un decennio fa, a quelle del mar cinese meridionale, la Cina ha sempre dimostrato di sapere proporre ipotesi inconsuete e di avere una certa elasticità nello sperimentare anche strade fuori dai consueti binari conosciuti.

@simopieranni

 

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