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Coronavirus, Cina: crisi letale

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Coronavirus, Cina: il sogno espansionistico di Xi vacilla a causa di rivolte popolari ed epidemie. Anche il suo pezzo forte, la Nuova via della seta, stenta a decollare

Coronavirus, Cina: crisi letale. Un operatore medico in tuta protettiva in un ospedale di Wuhan, provincia di Hubei, Cina, 3 febbraio 2020. China Daily via REUTERS

Un operatore medico in tuta protettiva in un ospedale di Wuhan, provincia di Hubei, Cina, 3 febbraio 2020. China Daily via REUTERS

I fatti che segnano la storia stanno oscurando quelli che appartengono alla cronaca. Per la Cina, le analisi vertono su eventi importanti che sembrano congiurare tutti contro la presidenza di Xi Jinping. La rivolta di Hong Kong non è sedata, la tensione permane, così come il sentimento anti-pechinese. La resa dei conti è soltanto rimandata, l’ex colonia permane nelle rotative dei giornali e nei social media. A Taiwan le elezioni hanno confermato alla presidenza Tsai Ing Wen, candidata del Democratic Progressive Party che certamente non auspica un riavvicinamento con la Repubblica Popolare, se non addirittura alimenta pulsioni indipendentiste. La guerra commerciale con gli Stati Uniti ha registrato un piccolo armistizio, legato a contingenze locali. I problemi rimangono irrisolti, soprattutto l’uso politico applicato all’enorme disavanzo commerciale di Washington con Pechino. La tensione non è estranea all’andamento del Pil cinese che si è attestato sul +6,1% nel 2019, una percentuale invidiabile da tutto il mondo ma la più bassa negli ultimi 30 anni. Da ultima, l’epidemia generata da Wuhan ha registrato un costo tragico – e non ancora concluso – di vite umane e di rallentamento economico.

Contemporaneamente causa ed effetto, le cronache sulla Nuova via della seta (BRI, Belt and Road Initiative) riportano valutazioni altalenanti, spesso tendenti al pessimismo. Silenziosamente, lontano dai clamori delle prime pagine, relegato agli articoli economici, costruito su sentimenti quotidiani sta prendendo forma un disincanto diffuso sulla gigantesca operazione battezzata nel 2013. Quell’anno, il lancio del percorso terrestre – ad Astana in Kazakhstan – e di quello marittimo − a Giacarta in Indonesia – avevano suscitato speranze e timori. A distanza di pochi anni, le prime permangono, i secondi aumentano. Un criterio di analisi sarebbe la quantità di progetti messi in campo dopo le aspettative iniziali, oppure stimare il reale coinvolgimento finanziario di Pechino per valutare se la BRI sia effettivamente la versione asiatica del vecchio Piano Marshall. Tuttavia questo scrutinio non è semplice: molti progetti sono stati lanciati e procedono speditamente, altri arrancano, altri ancora sono stati cancellati. Le cifre non sono uniformi, alcuni investimenti indipendenti sono confluiti nella BRI, altri sono in via di trattativa con i Governi. Se il conteggio è difficile – e dunque lasciato alle manipolazioni della propaganda – è tuttavia innegabile che un rallentamento stia avendo luogo. L’analisi va concentrata dunque sul suo impatto per capire se gli entusiasmi iniziali fossero esagerati, se le nuove difficoltà siano sorte imprevedibilmente o se invece l’intera operazione risenta di implicazioni extra economiche troppo forti per essere archiviate.

Le cancellerie europee denunciano da anni la scarsa trasparenza delle iniziative cinesi lungo i Paesi del tragitto – soprattutto centro-asiatici – e sul versante orientale dell’Africa. Le gare per la costruzione di infrastrutture vengono vinte quasi sempre da aziende cinesi, come se vi debba essere necessariamente una coincidenza tra luogo di origine dei capitali – elargiti secondo criteri economici e non filantropici – e l’assegnazione dei lavori. Inoltre, le condizioni di lavoro − viene lamentato – non rispettano i labour standard, mentre scarso rispetto è riservato alla protezione ambientale. Un’analisi anche iniziale conferma questi timori, misurati dalla continua rinegoziazione dei progetti per i loro costi socio-economici. La Malesia – uno dei Paesi più importanti dell’Asean e tra i più prosperi coinvolti nell’intero progetto – ha registrato un cambio di Governo dopo le elezioni vinte dall’opposizione contro l’arrendevolezza negoziale del precedente esecutivo nei confronti della Cina. I progetti comunque non sono stati cancellati da Kuala Lumpur ma ricalcolati su basi più favorevoli o contenute. Sullo stesso argomento, anche Sri Lanka ha registrato un cambio al timone. Il nuovo Governo ha assunto una posizione più rigida, anche se il porto di Hambantota, costruito con finanziamenti cinesi ora difficilmente onorabili, è stato dato in leasing per 99 anni a Pechino. Sono state ridotte o riconsiderate due importanti iniziative con il Myanmar e il Pakistan. Si tratta di titaniche vie di comunicazione che consentiranno al Dragone di raggiungere l’Oceano indiano. La prima partirà dalla provincia meridionale dello Yunnan, l’altra da quella occidentale del Xinjiang, per attraversare l’intero Pakistan e giungere al porto di Gwadar, anch’esso tributario di fondi cinesi. In questo modo l’India si troverebbe due passaggi ostili ai suoi fianchi e la Cina ridurrebbe inoltre la sua dipendenza dalle navi che solcano lo Stretto di Malacca. Il governo cinese afferma che i lavori procedono, gli investimenti risentono di flessioni fisiologiche, le trattative sono in corso. Però, questi e altri esempi illustrano cambiamenti significativi.

Il più importante attiene alla madre di tutte le critiche, la corruzione generalizzata. Con una decisione inedita e schietta, Pechino invierà all’estero agenti della Central Commission for Discipline Inspection. Dopo un esperimento pilota in Laos nel 2017, per controllare la costruzione di una linea dell’alta velocità, la pratica sarà estesa ad altri 30 Paesi. Finora la CCDI aveva operato soltanto in Cina, braccio del Presidente Xi contro la corruzione che si annidava nel suo partito e nelle amministrazioni pubbliche. Il suo utilizzo per controllare la regolarità delle procedure all’estero sottolinea allo stesso tempo due aspetti: la serietà del problema e la volontà di volerlo risolvere. L’esercizio non sarà facile. I paesi più poveri – secondo l’unanimità delle rilevazioni – presentano una corruzione endemica, mentre i loro titoli di stato – molto spesso etichettati junk – non trovano collocazione. In aggiunta gli investitori istituzionali sono prudenti verso operazioni rischiose e comunque sottoposti a vigilanza più stringente. In questo quadro, la ricerca di scorciatoie illegali può risultare una tentazione irresistibile.

Nelle preoccupazioni di Washington, la Casa Bianca assorbe quella principale della Banca Mondiale: la trappola del debito. Paesi piccoli, inclusi nella BRI e inclini a ricevere fondi cinesi per costruire le infrastrutture, sono già coinvolti in operazioni più grandi delle loro finanze. Le sirene economiche potrebbero generare un debito non ripagabile, un carico insostenibile per qualsiasi governo. Allora la soluzione immediata – in assenza di altri aiuti internazionali − sarebbe la cessione di sovranità nazionale a chi ha erogato il credito. Le preoccupazioni statunitensi sono immediate, basti pensare che un porto costruito per navi container può consentire facilmente l’attracco di navi militari cinesi.  Gli equilibri geo-strategici ne verrebbero sicuramente alterati, come dimostrano i nuovi assetti che si stanno delineando nel Pacifico orientale, praticamente considerato dopo la Seconda guerra mondiale un lago americano.

I cambiamenti riguardano infine regioni lontane come l’America Latina, dove la presenza cinese alcuni anni fa sarebbe stata inimmaginabile. Invece, dal 2017, Ecuador, Cile, Uruguay, Trinidad e Tobago, Panama, Repubblica Dominicana ed El Salvador hanno firmato accordi di cooperazione con la Cina nell’ambito della BRI. Nelle trattative bilaterali, la Cina ha imposto il suo peso negoziale, strappando pagamenti a base di materie prime e non di prodotti industriali, perpetuando così il suo ruolo di fabbrica del mondo e divoratrice di energie e materiali. Solo il Brasile avrebbe la forza di sfidare l’offensiva cinese, ma deve fare i conti con la situazione del suo paese che ha perso da anni la tradizionale Atlantic vocation. La Cina è ormai il suo maggior partner commerciale e acquista l’83% della soia che produce.

La BRI si trova in conclusione in una fase di rallentamento. Probabilmente le aspettative si erano dimostrate generose se non irrealiste, mentre le critiche sono spesso uscite dai recinti analitici per consegnarsi alla lotta politica. Un evento di proporzioni epocali ha indubbiamente bisogno di assestamenti per equilibri sempre mutevoli. La Cina è chiamata a gestire delle situazioni più complesse e articolate, ma la sua tradizione non rileva queste duttilità. Inoltre la congiuntura politica e i conflitti con i virus non le sono favorevoli, anche se la sua forza e la sua determinazione rimangono intatte e lungimiranti.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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