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RETROSCENA

Come il Covid cambia la formazione

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Il coronavirus, con la conseguente chiusura forzata di scuole e università, mette in luce nuovi modelli possibili per l’istruzione. Ma ribadisce anche l’efficacia della scuola in presenza

I giovani indossano maschere protettive e mantengono le distanze prima di sostenere l’esame di ammissione all’Università Nazionale Autonoma del Messico sugli spalti dello Stadio Olimpico dell’Università di Città del Messico, Messico, 19 agosto , 2020. REUTERS/Edgard Garrido

L’impatto che la nuova pandemia di coronavirus ha avuto sull’istruzione è sotto gli occhi di tutti. Da un giorno all’altro le autorità si sono rese conto che i bambini non sarebbero riusciti a mantenere il distanziamento sociale a scuola. Del resto è così anche per gli adolescenti delle scuole superiori e per gli adulti nelle università. La chiusura delle scuole e delle università ha dato vita a un’esperienza educativa radicalmente diversa da quella tradizionale. L’istruzione domiciliare, laddove è ammessa, è sempre stata concepita come un’opzione secondaria; improvvisamente è diventata la norma.

L’istruzione da remoto

Le lezioni online avrebbero dovuto essere una soluzione temporanea per far fronte all’emergenza. La scuola, del resto, esiste per ragioni che vanno ben oltre l’istruzione: rappresenta una palestra sociale fondamentale per bambini e adolescenti, e allo stesso tempo consente ai loro genitori di partecipare al mondo del lavoro. Sono proprio questi i temi al centro del dibattito sulla riapertura delle scuole, mentre la pandemia continua a diffondersi nel mondo.

Il costo sociale, psicologico ed emotivo dell’isolamento per i bambini, unito al danno economico che grava sulle famiglie, è un rischio a lungo termine per le nostre società. Ogni giorno che le scuole restano chiuse il capitale umano, i redditi delle famiglie e le tecnologie produttive ne risentono. I rischi legati alla chiusura delle scuole potrebbero rivelarsi superiori alla minaccia rappresentata dal nuovo coronavirus, anche mettendo nel conto i possibili effetti duraturi sulla salute e il numero spaventoso di vittime che ha provocato. Finché la pandemia non sarà debellata, le società dovranno affrontare una scelta dolorosa.

Nessuno dubita che le scuole torneranno alla quasi normalità non appena il nuovo coronavirus sarà sconfitto, mentre non si può dire lo stesso dell’istruzione superiore. Se il dibattito sulla ripartenza delle scuole sta investendo tutta la società, quello sulla riapertura delle università è limitato alle università stesse. Chiaramente gli studenti preferiscono frequentare i corsi dal vivo, fare esperienze in classe, socializzare con i loro coetanei e beneficiare delle numerose strutture che gli atenei hanno da offrire. Queste ragioni, però, non possono prevalere sulla minaccia che la pandemia rappresenta per gli studenti, i docenti, il personale, le rispettive famiglie e, in ultima analisi, l’intera popolazione. Le università sono come navi da crociera senza acqua che le circondi: neanche le migliori precauzioni possono impedire che il contagio penetri al loro interno, per poi diffondersi alla comunità circostante.

La qualità dell’istruzione

La qualità dell’istruzione non rappresenta un vero problema quando si parla di istruzione superiore: gli studenti sono adulti e quindi capaci di autoapprendimento; se poi imparino di più in classe o tramite le lezioni online resta un punto da chiarire. Entrambe le modalità hanno i propri vantaggi. Lo scambio intellettuale in classe, quando c’è, è stimolante; le lezioni ex cathedra funzionano meglio se pre-registrate e messe a disposizione online, dove possono essere guardate in più volte, indicizzate, cercate e riviste. Per quanto riguarda l’interazione tra studenti, da un lato c’è la possibilità delle discussioni in presenza, più fluide e spontanee, dall’altro i contributi ai forum, più ponderati e duraturi.

Qualunque sia la formula adottata, considerazioni di questo genere non possono prescindere dalla tutela della salute, sia individuale che pubblica. Chiaramente tutti preferiscono l’occasione di socializzazione offerta dalle università, ma questa è solo un’esperienza tra le tante a cui le società dovranno rinunciare nell’interesse della salute pubblica. La pandemia ci obbliga a sacrificare la socialità in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Ecco perché consentire agli studenti di andare all’università a patto che mantengano un rigoroso distanziamento sociale in ogni altro contesto non è un’opzione praticabile: sia Notre Dame che la University of North Carolina ci hanno provato, ma sono bastati pochi giorni per riconoscere l’errore.

Nuovi modelli di istruzione

La vera domanda è se l’istruzione superiore tornerà mai a essere quella di prima. La probabilità in questo caso è molto più bassa di quanto non lo sia per le scuole. Il motivo è duplice: innanzitutto il nuovo coronavirus ha messo a nudo la precarietà dei bilanci e dei modelli di business universitari; inoltre, cosa ancora più importante, la pandemia ha dimostrato quanto l’istruzione superiore fosse diventata obsoleta nel corso degli ultimi nove secoli.

Per comprendere la fragilità dei business models universitari basta guardare alle loro strutture. La maggior parte delle università si compone di un mix di uffici amministrativi, spazi per l’insegnamento e laboratori di ricerca. Molte includono anche case dello studente, ospedali e spazi ricreativi. Si tratta di enormi capitali che devono essere costruiti, finanziati, gestiti e mantenuti. Solitamente gli atenei si trovano nelle grandi città, come Roma, Parigi, Londra o New York, o si sviluppano in vasti campus extraurbani (che richiedono ancora più dormitori per alloggiare gli studenti e più strutture ricreative per intrattenerli).

Ogni università pretende di attirare gli studenti proclamandosi un ateneo di eccellenza, ma di fatto gli studenti hanno poche informazioni a disposizione per confrontare le varie facoltà, al di là di una vaga idea del prestigio e della reputazione dei singoli istituti. Per questo motivo la competizione ruota attorno all’esperienza dello studente: ciò che è nuovo e smagliante attira più del grigio e usurato, così come una più ampia offerta di servizi. Non c’è da stupirsi, quindi, che molte università abbiano contratto enormi debiti per finanziare la modernizzazione e l’espansione della loro offerta. Debiti che prima o poi devono essere risanati.

L’esperienza universitaria

Oggi però gli studenti non hanno più accesso all’esperienza offerta dalle strutture universitarie, il che non sarà forse un problema per gli atenei più prestigiosi, i cui nomi continueranno a richiamare studenti da tutto il mondo, ma rischia di mettere in ginocchio tutte quelle università che ora non sono in grado di ripagare i debiti contratti per garantire un’“esperienza universitaria” competitiva. Il problema è sentito maggiormente nei Paesi in cui gli studenti pagano tasse universitarie elevate, come nel mondo anglosassone. Qui il dibattito sulla riapertura delle università è particolarmente acceso.

Anche le università pubbliche dell’Europa continentale, però, faticheranno a giustificare le loro esigenze finanziarie quando le strutture che hanno costruito con le finanze pubbliche resteranno vuote e i loro ambiziosi piani di modernizzazione ed espansione saranno sospesi. In questo frangente vale la pena ricordare che mentre le università private sono in competizione tra loro per le iscrizioni, quelle pubbliche devono competere anche con le scuole pubbliche per i finanziamenti statali, e al momento la priorità va alle scuole. La fetta dell’elettorato a cui stanno a cuore le università è troppo piccola per incidere in maniera significativa su queste decisioni.

Ancora più importante è chiedersi se “l’esperienza universitaria” valga l’investimento, sia dal punto di vista di chi paga le tasse universitarie, sia da quello dei governi che sottoscrivono i bilanci universitari. Per rispondere a questa domanda bisognerebbe valutare seriamente i vantaggi dell’educazione online rispetto a quella tradizionale. Al momento il dibattito sulle diverse modalità di insegnamento imperversa, ma solo perché gli atenei di tutto il mondo si sono ritrovati costretti a sperimentare. Benché le università riflettano ormai da tempo sui potenziali vantaggi di un uso più intensivo della tecnologia e alcune siano state pioniere nell’erogazione di corsi di laurea online, il modello predominante dell’istruzione superiore porta ancora l’impronta delle sue origini medievali, con alcuni cambiamenti introdotti all’apice della rivoluzione industriale, con la creazione delle università di ricerca, e poi negli anni ’60, con l’apertura dell’istruzione superiore alle masse.

I modelli tradizionali

Il modello tradizionale si basa sul raduno degli studenti in uno spazio fisico, finalizzato allo scambio di idee con il docente. Gli studenti che aderiscono a questo modello abbastanza a lungo ottengono titoli di studio per i risultati conseguiti. A volte si prendono una pausa per incontrare gli studenti di altri atenei, come forma di scambio. Ancora più raramente conseguono titoli di studio frequentando due o più istituti. Ma qualunque sia la formula, il modello di base per l’istruzione superiore è rimasto essenzialmente legato a questi tre elementi costitutivi: incontro in presenza, tempi fissi e spazi condivisi.

La pandemia ha dimostrato che gli studenti universitari non hanno bisogno di trovarsi nello stesso posto per portare avanti la loro formazione. E infatti, dal momento che gli studenti si sono sparsi ai quattro venti durante la pandemia, l’insegnamento a distanza ha spesso coinvolto partecipanti in diversi paesi e fusi orari. Nel frattempo, mentre gli accademici hanno acquisito familiarità con le nuove tecnologie e metodi di insegnamento diversi, gli amministratori hanno iniziato a investire molto di più nello sviluppo dei sistemi online. L’insegnamento online è diverso dall’insegnamento in presenza perché gli studenti possono gestire il materiale in modo più flessibile nel periodo in cui si svolgono i corsi. In altre parole, potenzialmente, né lo spazio né il tempo giocano più un ruolo così importante nell’istruzione superiore.

Ma se gli studenti possono vivere lontano dall’università e seguire i corsi in maniera così flessibile, diventa difficile giustificare la loro esclusione dal mondo del lavoro. La ricerca di un impiego potrebbe allungare il tempo necessario per ottenere una laurea, ma renderebbe l’istruzione superiore più accessibile, accostandola allo sviluppo delle competenze professionali e generando abitudini molto di più vicine all’apprendimento continuo che non al conseguimento di un diploma di laurea. Tutti aspetti, questi, interessanti sia per le famiglie che per i Governi. In quest’ottica l’incontro in presenza della comunità accademica è destinato a perdere importanza.

Nuovi investimenti

Un’università che non è più legata a un modello di istruzione radicato nell’incontro in presenza non avrà bisogno di investire in strutture così grandi. Si concentrerà di meno sull’esperienza universitaria e di più sull’accessibilità e sulla qualità dell’istruzione, non solo per quegli studenti che lasciano la scuola secondaria e si preparano a entrare nel mondo del lavoro, ma per chiunque voglia ampliare i propri orizzonti. Un’università di questo tipo continuerà a promuovere la ricerca e a formare futuri accademici, ma a costi inferiori e con maggiori benefici per la società nel suo insieme.

Questo scenario non esclude la possibilità che alcuni istituti continuino a operare come hanno sempre fatto. Le università più ricche e prestigiose potranno certamente contare sugli studenti interessati alla tradizionale esperienza universitaria, ma il fatto che molte di queste siano all’avanguardia nella rivoluzione dell’istruzione superiore fa pensare che abbiano già avvertito l’imperativo del cambiamento. I migliori atenei hanno riconosciuto la necessità di rinnovarsi ormai da anni e sono quindi in vantaggio rispetto alla concorrenza. Ma il nuovo coronavirus ha scosso tutto il mondo dell’istruzione superiore: mentre la nuova normalità per le scuole potrebbe essere molto simile a quella che esisteva prima della pandemia, le università sono destinate a cambiare per sempre, e la società con loro.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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@Erik_Jones_SAIS

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