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Coronavirus, Corea del Sud e Giappone: gestioni contrapposte

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Coronavirus, Corea del Sud e Giappone hanno gestito in modi opposti l’emergenza. Se da una parte Seul ha sorpreso, dall’altra Tokyo ha confermato il proprio immobilismo burocratico

Coronavirus, Corea del Sud e Giappone: risposte opposte all'emergenza

Lo svolgimento di un concorso a Seul, ai tempi del coronavirus. REUTERS/Kim Hong-Ji

A metà di febbraio, la Corea del Sud (popolazione: 51 milioni) sembrava prossima a una catastrofe sanitaria senza precedenti. I casi di coronavirus aumentavano quotidianamente, con focolai imbizzarriti che facevano temere un collasso del sistema sanitario sudcoreano: quando ancora il virus non aveva messo in ginocchio il mondo intero, la Corea del Sud aveva il maggior numero di casi al di fuori della Cina.

Agli inizi di maggio, invece, la Corea del Sud registrava 1086 casi totali di malati, di cui 9333 guariti e 255 deceduti. La vita quotidiana ricominciava a funzionare con maggior normalità, dopo settimane di distanziamento sociale, telelavoro, locali pubblici chiusi. La tempestiva decisione di istituire su tutto il territorio nazionale un sistema di test diffusi, tracciatura dei contatti e cura in ospedale dei malati fin dai primi sintomi ha funzionato.

Ma c’è anche stato, qui come in diverse parti dell’Asia orientale, una risposta da parte della cittadinanza all’altezza delle lezioni della Sars del 2003, dell’epidemia di H1N1 del 2009, e ancor più di quelle date dalla Mers nel 201, che ha severamente colpito la Corea del Sud. Mascherine, disponibili fin dai primi giorni e indossate dalla totalità della popolazione, e una maggiore igiene delle mani, e varie altre misure straordinarie che hanno consentito di evitare un traumatico lockdown.

Non solo questo sistema ha funzionato in patria: Seul ha prodotto così tanti kit per tamponi da poterli inviare anche all’estero – una produzione di qualità affidabile, che non ha presentato alcun problema agli utilizzatori.

Il risultato è decisamente notevole: alla fine di febbraio un focolaio molto virulento era infatti nato all’interno della sezione di Daegu di una controversa setta cristiana chiamata Shincheonji (abbreviazione di “Nuovo Paradiso e Nuova Terra”) Chiesa di Gesù – fondata nel 1984 dal predicatore Lee Man-hee, che ne è tutt’ora il leader spirituale. Secondo la setta, Lee sarebbe la nuova reincarnazione di Gesù Cristo. Questo aveva portato a un alto numero di contagi, dopo che i devoti si erano riuniti in raduni di massa senza indossare alcuna protezione e anzi, dicendosi l’un l’altro che la misericordia divina li avrebbe protetti da qualunque infezione, ma anche messo le autorità coreane davanti alla testardaggine di un gruppo restio ad accettare gli sviluppi della medicina moderna, e che non voleva interrompere gli incontri di preghiera, o tenerli rispettando le regole del distanziamento sociale e indossando barriere protettive.

Dopo un’iniziale rifiuto di collaborare con le autorità, Shincheonji ha consentito di rompere la sua usuale barriera di segretezza e ha consegnato al Governo sudcoreano la lista dei suoi membri e dei suoi fedeli. Il Governo ha ordinato a tutti i membri di auto-isolarsi e ha proceduto a fare tamponi su migliaia di loro.

Le misure di contenimento si sono rivelate così efficaci da consentire di tenere delle elezioni il 15 aprile, nel corso delle quali il buon Governo della situazione ha confermato il sostegno popolare al Partito democratico, a cui appartiene il Presidente sudcoreano, Moon Jae-in.

Nel 2015, quando alla presidenza c’era Park Geun-hye, che sta ora scontando una pena carceraria di 25 anni per abuso di potere, corruzione e altri crimini, l’epidemia di Mers venne presa sotto gamba, portando la Corea del Sud a essere uno dei Paesi più colpiti. Moon, che era all’opposizione, aveva accusato Park di non essere stata all’altezza della situazione. Da allora, la Corea del Sud ha completamente rivoluzionato il suo modo di affrontare le epidemie, con nuove leggi, aumentando i reparti per l’isolamento negli ospedali, aggiungendo ospedali di emergenza da utilizzare in caso di necessità. Grazie alla legislazione messa a punto dopo la crisi provocata dalla Mers, è stato possibile procedere tramite una serie di Ppp (Public-Private Partnerships) che ha reso possibile la produzione di massa di kit per i test (rapidi e gratuiti) e materiale protettivo. E fin dai primi casi positivi, è stata dichiarata emergenza nazionale.

Una app di tracciamento è stata fatta scaricare dai cittadini (e ricordiamo che la Corea del Sud è il Paese a maggior penetrazione tanto di Internet che di telefonia mobile). Degli sms quasi quotidiani hanno tenuto la popolazione informata di quanto avveniva e di quanto stava facendo il Governo per farvi fronte. Ma cruciale è stata la diffusione e facile accessibilità dei test: per non pesare troppo sugli ospedali, sono stati allestiti 600 punti in cui le persone potevano essere sottoposte al tampone, come se si recassero a un semplice drive-in.

Se la Corea del Sud ha dunque sorpreso per la prontezza ed efficacia della sua reazione, il Giappone non si è mosso con rapidità: anzi, ha di nuovo dato prova di quell’apparente immobilismo che paralizza la burocrazia giapponese davanti a eventi improvvisi, che fa perdere giornate preziose mentre la catena di comando si stabilisce e solidifica.

A rallentare la presa di coscienza, poi, c’era la posta in gioco delle Olimpiadi: ora rimandate di un anno, dovevano aver luogo quest’estate a Tokyo, e né il premier Shinzo Abe, né il Comitato Olimpico, volevano sospendere la manifestazione.

I casi di contagio continuano ad aumentare, anche se una popolazione particolarmente abituata all’utilizzo di mascherine e ad un’attenta igiene personale ha potuto sopperire parzialmente ai tentennamenti governativi. Limitano i possibili contagi anche abitudini sociali che non privilegiano il contatto fisico: l’inchino invece che la stretta di mano, la rarità delle manifestazioni d’affetto in luoghi pubblici e il considerare cattiva educazione essere chiassosi sui mezzi pubblici, che impedisce dunque il contagio aerosol. Ai primi di maggio, il Giappone registrava 15.374 casi di Covid-19, con 566 decessi – ma nuovi casi continuano a essere riportati ogni giorno. Lo stato di emergenza ha dovuto essere esteso fino alla fine di maggio, dopo che era stato imposto con sorprendente lentezza alla fine di aprile (inizialmente, a metà aprile, la dichiarazione di emergenza era stata limitata a sette prefetture).

E mentre Moon ha visto aumentare i consensi nei suoi confronti, grazie alla risposta alla crisi sanitaria, Abe si ritrova a fare i conti con un calo di preferenze del 10%. Solo il 40% dei giapponesi continua ad approvare l’operato del Primo Ministro, in particolare per non aver dato la massima priorità ai tamponi e aver cercato di salvare le Olimpiadi di Tokyo a scapito della salute pubblica. Ai primi di maggio, dunque, il sistema sanitario giapponese si trova in difficoltà, con i reparti per la rianimazione affollati, e il personale ospedaliero che non dispone di sufficienti tenute protettive. La decisione di fare il tampone a tutti quelli che sbarcano nell’arcipelago giapponese è stata presa, di nuovo, con lentezza, e senza preparare sufficienti strutture – portando alcuni viaggiatori e residenti che rientrano dall’estero a dover trascorrere fino a due notti all’aeroporto, dormendo sul cartone, in attesa dei risultati dei test.

Il rapido collasso del sistema sanitario ha portato in evidenza delle insufficienze strutturali gravi: il Giappone infatti ha a disposizione un numero ridotto di letti nei reparti di rianimazione (meno di 6000 letti in tutto il Giappone, che conta 126 milioni di abitanti).

Inizialmente, l’intenzione era quella di concentrarsi solo sui focolai – un approccio che era stato deciso nel momento in cui la nave da Crociera Diamond Princess era ancora ancorata al porto di Yokohama, con un numero crescente di casi di contagiati. Ma con un grave ritardo il Governo giapponese si è reso conto che questo approccio non può essere utilizzato senza una precisa strategia di tracciamento dei possibili contatti di chi è stato infetto dal nuovo coronavirus, e in particolare senza controllare a tappeto i viaggiatori provenienti da località ad alta incidenza di casi.

I tentennamenti di Abe, inoltre, hanno impedito il telelavoro – la maggior parte degli uffici ha infatti continuato a funzionare e la relativa debolezza dei sindacati in Giappone ha fatto sì che per molti impiegati la scelta era fra perdere il lavoro o rischiare il contagio. Nondimeno, malgrado i fallimenti politici, il numero contenuto di decessi e di casi mostrano sia l’autodisciplina della popolazione che la capacità di un sistema sanitario sufficiente a praticare tempestive terapie respiratorie malgrado la scarsità di mezzi.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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@IlariaMariaSala

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