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ITALIA CHIAMA EUROPA

Covid tax: ma come vi viene in mente?

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Un pezzo del Pd non riesce proprio a entrare nel nuovo millennio e si condanna, dunque, all’emarginazione politica

Coronavirus, Covid tax: la proposta del Pd. Pattuglia di polizia a cavallo a Piazza di Spagna, a Roma, 10 aprile 2020. REUTERS/Alberto Lingria

Pattuglia di polizia a cavallo a Piazza di Spagna, a Roma, 10 aprile 2020. REUTERS/Alberto Lingria

Sono giorni difficili per il mondo, e l’Italia è al vertice dei Paesi funestati dalla pandemia. Al nostro Paese, molti guardano per imitarne le politiche, sia per la fase di contenimento del virus, sia per quella di graduale ritorno alla normalità, la cosiddetta fase 2.

Tra le tante incertezze, uno dei pochi punti fermi sembra essere la necessità di un poderoso intervento pubblico per tenere in piedi le nostre economie (che significa produzione, lavoro, coesione sociale) e per garantire al settore privato sufficienti energie per ripartire gradualmente, già da oggi.

L’intervento pubblico, in Italia, necessita dell’intervento dell’Europa, perché nel nostro Paese non abbiamo abbastanza risorse. Abbiamo un debito pubblico altissimo (e non è certo colpa dei Tedeschi) e dunque abbiamo fatto già i miracoli a stanziare 25 miliardi (il doppio di una nostra normale finanziaria) subito, mentre Berlino ne ha messi sul piatto 500 e gli Usa 2mila.

Non possiamo dunque che rallegrarci con la decisione dell’Eurogruppo della settimana scorsa, di aver previsto ulteriori 500 miliardi di euro per sostenere investimenti nel settore sanitario e non solo (dopo i mille già previsti dalla Banca centrale europea).

In questo clima, giunge sinistra e ironica una proposta strampalata di un pezzo del Pd, capeggiato da due vecchi arnesi della politica dello scorso decennio, come Graziano Del Rio e Fabio Melilli, che lancia l’idea di una “Covid tax” a carico di presunti benestanti (con reddito superiore a 80mila euro lordi anno).

Sembra un brutto sogno. In un momento in cui il mondo si inventa soluzioni per sostenere imprese e famiglie, noi proponiamo di togliere soldi a qualcuno, tipicamente la classe media!

Evitiamo di farci trascinare dagli epiteti (signori si nasce!) e proviamo a mettere in fila, come facciamo sempre, le ragioni che inducono a bollare questa iniziativa come una corbelleria.

  1. gli 800mila individui ai quali si chiederebbe un sacrificio straordinario a beneficio delle categorie più deboli rappresentano meno del 2% del totale dei contribuenti (più di 41 milioni), ma versano già un quarto dell’Irpef totale, grazie alla giustissima progressione geometrica che caratterizza il nostro sistema fiscale. È etico caricarli ulteriormente, in un momento in cui molti di questi il lavoro forse lo stanno perdendo o comunque gestiscono attività in perdita?
  2. il gettito che si otterrebbe da questa operazione non raggiungerebbe i due miliardi. I critici della manovra straordinaria appena approvata hanno definito “un’elemosina” i 25 miliardi previsti; inoltre, stiamo litigando sull’opportunità di prendere un centinaio di miliardi da Bruxelles a costo quasi zero. Dunque, cosa aggiungono questi due miliardi? Senza parlare del fatto che qualsiasi docente di economia ci può confermare che i prelievi “one shot” sono anche tecnicamente sbagliati. Molto meglio indebitarsi ulteriormente;
  3. c’è un’ultima considerazione che viene allora sollevata: “non risolve nulla, ma è giusto che i più ricchi siano solidali con i più poveri”. A parte le considerazioni sul definire ricchi i percettori di 80mila euro lordi anno, direi che allora, meglio sarebbe stato proporre un prelievo diretto nei conti correnti dei milionari, con depositi di contanti superiori a un milione di euro. Questi sì che sono ricchi: il risultato sarebbe poco più che simbolico, ma almeno l’obiettivo di solidarietà
  4. ma perché invece, per una volta, non si prova a innovare? Stiamo assistendo anche in Italia a una fantastica gara di solidarietà di tante realtà del terzo settore, che stanno raccogliendo contributi di imprese e fondazioni per canalizzare risorse a quei quartieri in difficoltà delle nostre città. Perché non defiscalizziamo questi contributi? Senza limiti e senza tetti? Raggiungeremmo l’obiettivo che stiamo perseguendo con maggiore certezza e – in questo modo si! – avvicineremmo i donatori ai recettori di contributi, alimentando quel sentimento di vicinanza che può costituire un nuovo collante sociale, in una comunità che negli ultimi anni sta presentando segni sempre più gravi di frattura quasi insanabile.

Compagno Tafazzi, tu proprio non muori mai!

@GiuScognamiglio

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