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RETROSCENA

Coronavirus e jihadismo: i due terrorismi

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Come una battaglia sul fronte, il coronavirus ci ha mostrato scenari quasi “apocalittici”, sostituendo la normalità con lo stato d’emergenza. Un confronto con il terrorismo jihadista

Coronavirus e jihadismo: i due terrorismi. Il personale medico in tute protettive trattano un paziente affetto da coronavirus in un'unità di terapia intensiva presso l'ospedale San Raffaele di Milano, 27 marzo 2020. REUTERS/Flavio Lo Scalzo

Il personale medico in tute protettive trattano un paziente affetto da coronavirus in un’unità di terapia intensiva presso l’ospedale San Raffaele di Milano, 27 marzo 2020. REUTERS/Flavio Lo Scalzo

Fino al 2020 l’Occidente aveva conosciuto un solo fenomeno globale capace di far accettare la sostituzione della normalità con lo stato di eccezione.

Questo fenomeno è stato il terrorismo jihadista, a partire dall’11 settembre 2001 quando diviene un cambio di paradigma.

All’inizio del 2020 l’Occidente deve però interfacciarsi con un secondo fenomeno, per altro oggetto di studi e simulazioni di scenario negli anni scorsi, e dunque tutt’altro che imprevedibile: una pandemia dovuta a un nuovo virus. Ci sarà una generazione che avrà l’epidemia come primo ricordo.

Nel corpo dell’Occidente è dunque entrato un nuovo virus, dopo quello del terrorismo. Sarà necessario evitare la tentazione di replicare sic et simpliciter risposte mutuate dalla trattazione del primo per poter contrastare efficacemente il secondo. Occorre per questo partire dall’individuazione delle continuità e discontinuità nel loro impatto sociale.

Similitudini

Ambedue i virus minacciano la distruzione della nostra società (anche se non possono ottenerla), e amplificano l’impatto pubblico di questa minaccia attraverso la casualità del terrore e la sua risonanza nei mass media. In definitiva producono lo stesso effetto: incutere una paura che mangia la libertà. Sostituendo la normalità con lo stato d’eccezione. I due virus hanno il medesimo obiettivo: la società aperta.

Colpiscono infatti i civili, vanno cioè oltre la linea del fronte – forze di sicurezza per il jihadismo, personale sanitario e affini per il Covid-19 – e quindi penetrano all’interno della popolazione civile. E ambedue camminano sulle gambe degli uomini, dunque hanno ambedue comportamenti sociali.

Differenze

Queste potenti similitudini, che si rispecchiano nell’uso nel discorso pubblico dello stesso gergo “bellico”, potrebbero far pensare che i mezzi di contrasto sociali che sempre accompagnano quelli tecnici (sanitari o securitari) possano essere gli stessi, oppure vi si possano applicare le stesse categorie. Ma applicare schemi mentali del contrasto al primo virus, per sua natura non universale, potrebbe moltiplicare gli effetti del secondo. Per esempio, mentre per il terrorismo il distanziamento sociale è fattore moltiplicatore, per il Covid-19 è il contrario.

I due virus hanno infatti una natura sociale opposta: il jihadismo è un progetto politico intenzionale, il Covid-19 non è intenzionale.

Questo suo carattere “cieco” è talmente angosciante da generare “teorie del complotto”, per dotarlo almeno in parte di un carattere intenzionale. La storia delle epidemie ci insegna infatti che si è sempre cercata una loro origine “più comprensibile” in un atto intenzionale di un complotto (streghe, minoranze, usi e tradizioni differenti, ecc.), senza per altro mai trovarlo. Del resto, se fosse stato concepito in un laboratorio militare, esisterebbe un parallelo lavoro pregresso sul suo vaccino. Tale necessità di una spiegazione “razionale” si rovescia paradossalmente anche in una spiegazione “apocalittica” (la natura si ribella, Dio ci punisce, il nostro Dio punisce gli infedeli, ecc…), spostando semplicemente l’eziologia dal basso all’alto. Questa spiegazione apocalittica risuona familiare, e perciò paradossalmente rassicurante, con il ben noto filone apocalittico del terrorismo jihadista – in particolare dell’Isis, a sua volta mutazione apocalittica e antimoderna di Al Qa’ida – agevolando un cortocircuito nella ricezione sociale dei due virus.

Il Covid-19 innesca però uno scontro uomo-natura, al contrario del terrorismo jihadista, che invece è una guerra civile all’interno dell’umanità. Questa grande differenza divarica le politiche di contrasto.

Il razzismo, il sovranismo o il nazionalismo possono essere intuitivamente nel breve delle misure di contenimento nel caso del jihadismo, ma risultano senza dubbio invece fattori di moltiplicazione nel caso del Covid-19. Mentre nello scontro intra-umano la separazione del destino può essere infatti fattore di (miope) salvezza a breve termine, nello scontro con il virus Covid-19 ciò può invece subito produrre una fatale dispersione di risorse (inefficiente lotta per le scarse risorse tipo dpi, lockdown nazionali come soluzione del problema e non solo della fase di emergenza) di fronte a un compito che ha bisogno della massa critica dell’umanità.

Di fronte al terrorismo jihadista ci sono state in Occidente due politiche: la guerra al terrorista e la guerra al terrorismo. La prima si fondava su una dottrina dell’antiterrorismo basata sull’analisi differenziale (evitare le generalizzazioni), mentre la seconda si basava su generalizzazioni, dallo scontro di civiltà al razzismo, di cui l’islamofobia è una declinazione.  Questa seconda è stata egemonica in Occidente negli ultimi venti anni.

La natura del Covid-19 rende però necessaria la scelta di politiche di contrasto differenziate rispetto a quelle generalizzanti mutuate dall’approccio di Guerra al Terrorismo, malgrado intuitivamente si tratti di una Guerra al Virus. Se non si opera questa discontinuità, si rischiano scelte meno efficaci e potenzialmente disastrose: concepire “zone rosse” troppo grandi – su misura nazionale, per esempio – come non complementari bensì alternative rispetto a focolai ben circoscritti, una tempistica fatalistica rispetto alla endemicità della minaccia, o la falsa individuazione di specifici target (anziani versus giovani, maschi versus donne, nord versus sud, latitudine versus longitudine) che escludano la necessità di risposte universalistiche e quindi solidaristiche. Gruppi specifici di umani invece dell’umanità intera che richiamano le generalizzazioni del razzismo e rischiano di rivelarsi in parte consolatorie (volte più alla soluzione del problema gnoseologico che parte del contrasto sanitario) e avere un effetto di rimozione del problema.

In particolare, la natura del Covid-19 rende più oggettivamente efficaci scelte politiche che sono state invece ritenute contendibili – e sconfitte – nella lotta al terrorismo jihadista: investire nello Stato sociale (sanità e istruzione) come unico vero deterrente e prevenzione su larga scala. Così come la priorità della salute pubblica rispetto all’economia (e ai costi del contrasto). Scelte che sono state però minoritarie rispetto alla dottrina egemone dell’antiterrorismo degli ultimi venti anni, che rifacendosi a generalizzazioni quali lo “scontro di civiltà” o l’“islamofobia” ha determinato scelte politiche opposte, basate su un modello “difensivo” e “divisivo” della sicurezza.

Un modello che però è inattuale con il Covid-19. Perché al contrario del terrorismo jihadista – dove come in una guerra è possibile comprare la propria protezione – non esistono al momento protezioni per il Covid-19.

Si tratta di un virus egualitario. Di questo virus non si può al momento proporre politicamente l’illusione dello sradicamento, e dunque ne discendono politiche inclusive e non divisive, di medio-lungo periodo e non di breve. La politica dell’immunità di gregge presuppone invece un virus selettivo e non pandemico, simile a quello jihadista. Ciò sconvolge la scala delle priorità rispetto al contrasto del virus jihadista. Da una parte, rende necessario convivere con il Covid-19, e dunque adottare politiche solo di “contenimento”, ma universali e non parcellizzanti o settoriali.

È probabile quindi che questo intrinseco fattore di indebolimento dell’autorevolezza di coloro – la destra occidentale, in particolare quella sovranista e isolazionista – che a queste politiche si sono rifatti nella precedente emergenza, se non sarà bilanciato da forti discontinuità nella propria proposta politica che vadano verso lo spetto opposto, si risolverà in un loro forte indebolimento rispetto alle proprie opinioni pubbliche nazionali. Al contrario, è probabile che grande autorevolezza aggiuntiva verrà riconosciuta alla Chiesa cattolica e al Papa, come unica istituzione realmente universale in una pandemia dai caratteri universalistici.

Le élite politiche potrebbero però puntare per accrescere la loro autorevolezza non solo sul ritorno delle competenze ma anche proprio sulla tremenda forza pandemica del virus, indicando che sarà anche causa della sua sconfitta. Perché al contrario di altri e più tremendi virus (ebola, Sars, Mers), non essendo localizzato bensì pandemico rende insostenibile politicamente una sola politica di “contenimento” nel medio-lungo periodo. La sua sconfitta può divenire una priorità per l’umanità, ricchi e detentori delle risorse necessarie compresi.

Sempre se l’umanità si comporterà come tale e non si dividerà in buoni e cattivi secondo schemi ideologici come è stato per il precedente virus.

@nicoluccif

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