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Coronavirus, Ecuador: quando il giornalismo fa luce sul caos

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Coronavirus: l’Ecuador ha il tasso di contagio e di decesso più alto dell’America Latina. Ora la verità sui numeri sta venendo fuori grazie al lavoro di giornalisti indipendenti

 

Il piccolo Paese latinoamericano è – in proporzione alla popolazione – il più colpito dal coronavirus. Con 17 milioni di abitanti l’Ecuador ha il tasso di contagio e di decesso più alto dell’America Latina. L’epicentro del contagio è Guayaquil, la città più grande del Paese, con 2.6 milioni di abitanti, capitale economica basate sulle attività del porto sul Pacifico, li si concentrano il 70% dei contagi.

Come in molte capitali dell’America Latina, dove coesiste ricchezza cosmopolìta con povertà diffusa, i vettori del virus sono stati cittadini di rientro dall’Europa a fine febbraio. Dai quartieri ricchi di Guayaquil, il virus si è diffuso a tutta la città, anche tra i quartieri poveri, dove si vive di lavoro informale e la quarantena non è un’opzione, perché stare a casa significa non potersi sfamare.

In pochi giorni, il sistema sanitario è andato al collasso: gli ospedali saturati non potevano accogliere tutti i malati, diversi sono svenuti per strada, molti sono morti in casa e i cadaveri sono rimasti nelle abitazioni per giorni. Poi sono stati abbandonati nella pubblica via, in sacchi di plastica o dati alle fiamme. Non si trovavano più bare di legno, chi poteva ne usava una di cartone.

L’inferno di Guayaquil è soprattutto un caso di cattiva politica. “Le cose esistono solo in quanto se ne ha coscienza”, scriveva Orwell in 1984. E sembra che il Governo ecuadoriano stesse perseguendo la stessa strategia, mettere la polvere sotto il tappeto sottovalutando la crisi, occultando i dati. Fino al 31 marzo, le morti ufficiali erano 79. Con le strade piene di cadaveri e i registri vuoti, era difficile credere alle cifre ufficiali. L’84% degli ecuadoriani pensava che i numeri ufficiali fossero minori di quelli reali.

La verità inizia a venir fuori grazie ai video condivisi in rete e dal meticoloso lavoro di alcuni giornalisti indipendenti. Tra questi, Blanca Moncada, una giornalista del Diario Expreso di Guayaquil, ha lanciato una contabilizzazione dei morti, l’equivalente della nostra conferenza stampa delle 18, fatta con testimonianze dei cittadini e il lavoro di verifica dei giornalisti. È il registro del caos, il primo tentativo di dare dignità ai morti di Guayaquil. La notizia arriva così alla stampa internazionale. A quel punto, anche il Governo ha dovuto ammettere che dei numeri officiali non c’era da fidarsi.

Ma perché è l’Ecuador è andato così facilmente nel caos?

Innanzitutto per il taglio del finanziamento pubblico alla salute: -63 milioni di dollari nell’ultimo anno e 3500 medici sono stati espulsi dal sistema di salute. Come ha detto il Presidente Moreno, il virus ha colpito il Paese mentre le casse dello Stato erano vuote, anche a causa del crollo del prezzo del petrolio. Il Paese non può stampare moneta, perché usa il dollaro statunitense dal 2000. Dove prendere le risorse? Le strade non sono molte, una è il credito internazionale. A metà marzo, nel pieno della crisi, il Paese ha ripagato 324 milioni di USD di titoli di Stato ai creditori internazionali. Era una priorità? Diversi economisti dicono che l’ordine delle priorità era inverso, utilizzare quei soldi per prevenire l’emergenza e non chiederne in prestito altri più tardi per ridurre i danni.

Intanto, il Governo ha lanciato un piano di aiuti immediati alla popolazione, l’istituzione di un fondo di Assistenza Umanitaria, il cui primo effetto è stato un trasferimento una tantum di 60 dollari per chi ne guadagna meno di 400. Il fondo si alimenta con risorse di imprese e lavoratori, non con fondi pubblici. E verrà amministrato non dallo Stato ma, cito testualmente, da “rappresentanti della società civile”. Non è chiaro perché un Governo dovrebbe cedere il potere di scelta di dove assegnare tali fondi. La norma sembra incostituzionale, ma soprattutto la scelta di delegare i poteri dello Stato ricorda le democrazie latinoamericane di inizio ‘900, quando gli affari pubblici erano amministrati da una giunta di notabili.

@f_nastasi

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