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ITALIA CHIAMA EUROPA

La nuova Europa nel mondo post Covid

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Al Festival della Geopolitica di Catania, Joschka Fischer e altri prestigiosi speaker ci spiegano perché l’Europa ci salverà

Una strada molto trafficata a Parigi, Francia, 18 settembre 2020. REUTERS/Gonzalo Fuentes

Qui puoi trovare il link al Festival della Geopolitica di Catania di venerdì 25 settembre. Di seguito, l’articolo uscito oggi su La Sicilia sul Festival.

Economisti e sociologi si stanno accavallando per prevedere in che mondo vivremo quando la pandemia sarà alle nostre spalle. Molti parlano di deglobalizzazione o di slowbalisation, ma io non credo in un ritorno al Medioevo, e nemmeno agli anni ‘50 del Novecento, quando i turisti nel mondo erano solo 50 milioni, contro il miliardo del 2019.

Il Ministro degli Esteri europeo Josep Borrell è d’accordo con noi: “Non vi sarà alcuna fine della globalizzazione, perché troppo radicati sono i processi economici” che hanno portato negli ultimi anni ben 300 delle 500 più grandi imprese al mondo ad avere una presenza a Wuhan.

Ma qualche ripensamento delle catene di produzione potrebbe riguardare alcuni settori strategici: nei primi mesi della pandemia, ad esempio, abbiamo scoperto di importare in Europa dalla Cina il 50% del nostro fabbisogno di mascherine protettive, il 40% di antibiotici, il 90% di penicillina; e neanche un grammo di paracetamolo è prodotto in Europa!

La Commissione europea sta quindi sviluppando un piano, “European RescEU”, per poter creare dei siti di trasformazione e stoccaggio in Europa di quei prodotti sanitari considerati strategici (anche per affrontare future pandemie), così da attenuare la nostra dipendenza da un solo Paese.

Siamo tuttavia convinti che solo grazie all’interconnessione tra i centri di ricerca mondiali e alla grande capacità di progresso fornita dalle nuove tecnologie sarà possibile attrezzarci per combattere questo e futuri virus.

Sul piano politico ed economico, l’Unione europea uscirà rafforzata dalla crisi (malgrado il Pil sia diminuito del 12,1% nell’area euro, nel secondo trimestre), se saprà essere protagonista di un riequilibrio solidale dei suoi cittadini, avvicinando le condizioni delle regioni del sud alle comunità del nord, facendo leva su concetti come sostenibilità sociale e ambientale: infatti, è risultato evidente che la trasmissione periodica (Sars, Mers, Covid-19, ecc) dei virus cosiddetti “zoonotici” è dovuta a un’alterazione non più tollerabile degli ecosistemi da parte dell’uomo.

I primi passi di Bruxelles sono incoraggianti: è la prima volta nella storia del processo di integrazione europea che vengono prese decisioni di stampo federale (Next Generation EU), che prevedono cioè interventi non più a sostegno dei Paesi più virtuosi (teorema del Patto di stabilità), ma a favore dei Paesi più bisognosi e più colpiti dalla crisi.

Next Generation EU rappresenta la più grande opportunità di noi, classe dirigente di questo ventennio, di consegnare ai nostri figli una società più moderna, quindi digitalizzata per tutti; più sostenibile, quindi rispettosa dell’ambiente e della limitatezza delle risorse; più equa, dunque con una distanza di reddito inferiore a quella che oggi c’è in Italia tra il 20% più ricco e l’ultimo 20%, che è oggi di ben sei volte minore e in aumento. Se non riusciremo a usare le risorse straordinarie disponibili nei prossimi 5 anni, avremo fallito definitivamente e senza attenuanti.

In Italia, membro fondatore dell’Unione, la crisi Covid ci sta costringendo a scelte decisive. La prima fase, quella della sorpresa, non poteva che essere gestita con provvedimenti drastici. Ora però, siamo nel momento più delicato: quello delle scelte. Dobbiamo scegliere come dare soluzione a problemi annosi, provando a uscire dalla crisi meglio di come ci siamo entrati.

Uno dei settori chiave è la formazione. Le nostre scuole e Università sono rimaste indietro, negli ultimi 20 anni, non solo per mancanza di risorse, ma anche per incapacità di adattare strutture e insegnamenti a nuove esigenze, sulla base di un incomprensibile complesso di superiorità. Va benissimo l’investimento nei banchi monoposto, se servono a garantire il necessario ritorno a scuola, ma è improrogabile rinnovare le strutture scolastiche e innovare i programmi, per renderli più vicini alle nuove teorie dell’apprendimento e al mondo del lavoro, uno sconosciuto per i nostri ragazzi che si diplomano o si laureano.

Questo editoriale di @GiuScognamiglio è pubblicato sulla Prima Pagina di La Sicilia di venerdì 25 settembre. 

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