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RETROSCENA

Il mondo dopo il Covid? (Quasi) uguale

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Superata la crisi sanitaria, riprenderemo la vita di prima. Con qualche cambiamento. Introduzione al nuovo numero di Eastwest, da oggi in edicola

Coronavirus: in che mondo vivremo dopo?

Monica Samudio, 46 ​​anni, il cui marito Jorge Garcia, 51 anni, è morto di coronavirus, guarda fuori dalla finestra nel suo nuovo appartamento a Città del Messico, Messico, 29 aprile 2020. REUTERS/Edgard Garrido

Sociologi, economisti e futurologi si stanno avvicendando a immaginare in che mondo vivremo quando la pandemia sarà alle nostre spalle. Hanno ripreso vigore espressioni come deglobalizzazione o slowbalisation, da tempo presenti nelle riflessioni dello scrittore indiano Adjiedj Bankas o nelle previsioni economiche di Thomas Piketti, il Keynes del nostro secolo.

Noi di eastwest non crediamo in un ritorno al Medioevo né agli anni ‘50 dello scorso secolo, quando i turisti internazionali erano solo 50 milioni, contro il miliardo del 2019.

In un’intervista esclusiva con lo European Council, nostro partner storico, il Ministro degli Esteri europeo Josep Borrell ha sostenuto che non vi sarà alcuna fine della globalizzazione, perché troppo radicati sono i processi economici che hanno portato negli ultimi anni ben 300 delle 500 più grandi imprese al mondo ad avere una presenza a Wuhan. Ma qualche ripensamento delle catene di produzione può riguardare i settori strategici, ai quali va aggiunto certamente quello sanitario. Oggi, noi Europei abbiamo scoperto di importare dalla Cina il 50% del nostro fabbisogno di mascherine protettive, il 40% di antibiotici, il 90% di penicillina. Neanche un grammo di paracetamolo è prodotto in Europa!

Una crisi pandemica come quella che stiamo vivendo ha messo a nudo la difficoltà di approvvigionarsi rapidamente di quanto ci serviva per affrontare tempestivamente il coronavirus. La Commissione europea sta varando un piano “European RescEU”, per poter creare dei siti di trasformazione e stoccaggio in Europa di quei prodotti sanitari considerati strategici, così da attenuare la nostra dipendenza da un solo Paese.

Ma non ci spingeremmo oltre.

Siamo infatti convinti che solo grazie all’interconnessione tra i centri di ricerca mondiali e all’imponente capacità di progresso fornita dalle nuove tecnologie sarà possibile attrezzarci per combattere questo e futuri virus. Dobbiamo allora preoccuparci che, per la prima volta nella storia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito ad approvare una risoluzione in materia sanitaria, a causa del contrasto Usa-Cina. Non era accaduto per l’ebola nel 2014 né per l’Aids nel 2000, ma nemmeno per il vaccino anti poliomielite in piena Guerra fredda Usa-Urss.  È stato lo stesso Segretario Generale a chiamare in causa l’Unione europea, quale forza mediatrice tra i due litiganti, per poter disegnare una strada comune di uscita dalla crisi. Ed è questa equidistanza asimmetrica (sbilanciata a favore dello storico legame atlantico) che dovrà caratterizzare la politica estera dell’Unione europea che uscirà rafforzata dalla crisi, se saprà coglierne l’opportunità verso un riequilibrio solidale dei suoi cittadini, avvicinando le condizioni di quelli del sud alle comunità del nord.

Non avrà alcun senso tornare al Governo degli Stati nazionali, malgrado l’enorme immissione di liquidità di cui si stanno rendendo protagonisti, elevando una base media di rapporto debito/Pil già altissima nei Paesi avanzati (105%) di un ulteriore 17%, con punte del 20% negli Usa e del 22% in Italia.

Si sta probabilmente passando da una fase storica della globalizzazione, caratterizzata dal predominio del mercato, a un nuovo modello, volto a promuovere una sintesi che realizzi la convergenza tra interessi privati e pubblici (meglio di quanto non si sia fatto finora); tra individui, gruppi sociali, reti, macchine e imprese; tra mercato e Stato, che non deve reinventarsi imprenditore (troppi i danni fatti in passato) ma sì, efficace regolatore di norme anti-cicliche e ammortizzatore sapiente di shock. Con al centro la sostenibilità sociale e ambientale, dal momento che è risultato evidente che la trasmissione periodica (Sars, Mers, Covid-19…) dei virus cosiddetti zoonotici è dovuta a un’alterazione non più tollerabile degli ecosistemi da parte dell’uomo.

Questo articolo è la Prima Pagina del numero di giugno/luglio di eastwest.

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@GiuScognamiglio

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