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RETROSCENA

India: sfida epica alla pandemia

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L’epopea governativa di Narendra Modi, le sue promesse non mantenute e il suprematismo hindu alla prova del virus

Un poliziotto indiano, con un casco a forma di coronavirus, effettua controlli durante il lockdown. REUTERS/Contrasto/P. Ravikumar

A fine aprile 2020 il bilancio ufficiale degli effetti del Covid-19 in India lascia piuttosto perplessi. I dati governativi indicano poco più di un migliaio di morti e 31mila casi positivi accertati, posizionando il Paese nel gruppo dei virtuosi della pandemia.

Come spesso succede col subcontinente, le cifre ufficiali rispecchiano una frazione minima della realtà: sono numeri che non vanno contati, vanno pesati.

La sanità indiana

Quando l’ondata di contagi ha investito il gigante asiatico da 1,3 miliardi di persone, gli osservatori della comunità internazionale prevedevano un’ecatombe da record, considerando la famigerata inadeguatezza del sistema sanitario nazionale indiano.

In un articolo pubblicato sul New York Times nel mese di aprile, ad esempio, l’epidemiologo Ramanan Laxminarayan evidenziava lo scarto abissale tra i posti letto in terapia intensiva necessari per reggere l’urto del contagio – almeno un milione – e quelli al momento disponibili sommando l’offerta pubblica e privata della sanità nazionale: nemmeno centomila.

Secondo l’ultimo censimento nazionale disponibile, l’India vanta inoltre uno tra i peggiori rapporti medici allopatici per abitante al mondo: un dottore ogni undicimila persone. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità ne consigliano uno ogni mille.

Con strutture pubbliche generalmente fatiscenti e perennemente a corto di personale, anche la macchina del monitoraggio e della prevenzione del contagio ha funzionato a singhiozzo, partorendo le cifre approssimative di cui sopra.

Un dato su tutti, quello dei tamponi.

Gli effetti del lockdown

Il database online di Worldmeter posiziona l’India in fondo alla classifica di tamponi effettuati, al momento 121 per milione di persone. Gli Stati Uniti, a metà classifica, sono a quota 6700 per milione di abitanti.

Non stupisce quindi che dallo scorso 24 marzo, primo giorno del lockdown annunciato dal Primo Ministro Narendra Modi, la sfida indiana alla pandemia abbia assunto dei contorni epici, da grande sforzo collettivo all’insegna dell’unità nazionale.

Foto di megalopoli sorprendentemente deserte, simbolo della ligia resilienza di un Paese unito di fronte alla minaccia virale, hanno avuto un’esposizione mediatica di gran lunga maggiore rispetto ad altre foto, e video, che documentavano gli effetti devastanti che le misure di contenimento del virus hanno significato per milioni di lavoratori migranti informali. Donne e soprattutto uomini impiegati senza contratto e senza tutele, con remunerazioni da fame, da un giorno all’altro completamente lasciati a sé stessi. Famiglie che tentano di fare ritorno nelle campagne a piedi, camminando per giorni, con morti di fame e fatica sporadicamente registrati dalla cronaca nazionale.

Lavoratori accolti dalle autorità statali con idranti usati per disinfettare le vetture dei treni, disposti seduti a gambe incrociate e innaffiati per “prevenire il contagio”.

Gli effetti tragici che la certa disoccupazione di massa avrà sull’ampia base degli ultimi tra gli ultimi determineranno scelte politiche ed economiche già emerse con violenza nei mesi precedenti all’emergenza coronavirus, quando la natura settaria e divisiva della destra hindu al potere si era manifestata in tutta la sua pericolosità.

Per mettere a fuoco lo stato dell’arte della democrazia indiana, è utile ripercorrere brevemente la parabola modiana degli ultimi anni, materia che impegnerà sociologi e politologi per gli anni a venire.

Le promesse di Narendra Modi

Nel 2014 Narendra Modi stravince le elezioni nazionali come mai nessuno dagli anni Ottanta. Lo fa all’insegna di una piattaforma unificatrice costruita attorno allo slogansabka saath, sabka vikas (sostegno e progresso per tutti), promettendo alla popolazione una crescita economica a due cifre che avrebbe portato benessere e prosperità a ogni strato della società indiana.

Promesse, sappiamo ora, largamente non mantenute. Se è vero che l’indicatore del Pil ha raccontato un miracolo economico indiano irresistibile – col facile mantra dell’India che “cresce più della Cina”, con punte vicine al +8% su base annua − è vero anche che molti indicatori specifici tratteggiavano un’economia nazionale quantomeno malconcia. All’inizio del 2020, a sei mesi dall’inizio del secondo mandato di Modi alla guida del Paese, le stime di crescita del manifatturiero non arrivavano a +2%, record negativo dal 2006; l’edile era dato sotto il +7%, record negativo dal 2012; gli investimenti – interni e dall’estero – fermi sotto il +1%, mai così male dal 2005. E la disoccupazione, rampante, sopra l’8%, dato peggiore dal 1947.

L’auto-racconto dell’epopea governativa ha proceduto, come da tradizione, su due binari paralleli, intercettando due precisi segmenti dell’opinione pubblica.

Il primo, più istituzionale e ingessato, affidato agli spin doctor del Primo Ministro, infarcendo la comunicazione disintermediata di Modi – che, negli ultimi sei anni, non ha mai indetto una conferenza stampa – con immagini di grande senso di responsabilità, una squadra di Governo alacremente al servizio del popolo, del profitto e di Madre India, finalmente “tornata” ad essere grande tra le grandi della Terra. L’India, insomma, che piace agli investitori, alla classe medio-alta imprenditoriale e agli indiani della diaspora.

Il secondo, rigorosamente in lingua locale, affidato alle retrovie del Bharatiya Janata Party (Bjp, il partito di governo) e ai capibastone della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), l’organizzazione paramilitare ultra hindu spina dorsale ideologica della destra indiana, a soffiare sul fuoco dell’odio intercomunitario che anima ampie fette della base elettorale hindu.

Il suprematismo hindu

I contenuti, come da dettami fondanti del suprematismo hindu di inizio Novecento, focalizzati sulla sistematica discriminazione delle minoranze etniche, castali, progressiste e religiose, soprattutto quella musulmana (oltre 200 milioni di indiani).

Una missione che nel primo mandato di Modi (2014-2019) è stata intrapresa rosicchiando progressivamente le libertà e l’incolumità delle minoranze garantite dalla Costituzione, con un crescendo allarmante di spedizioni punitive anti-musulmane, bavagli alla libertà d’espressione, cambi al vertice di istituzioni per definizione super partes – università e Corte suprema su tutte – e mano libera a organizzazioni “spontanee” per la difesa dei cosiddetti “valori indiani”: vigilantes a difesa delle mucche impegnati a linciare musulmani; patrioti della gioventù hindu con libertà di malmenare studenti progressisti, musulmani e dalit (gli “impuri” del sistema castale hindu) col beneplacito della polizia; sicari dell’ultradestra hindu spediti ad eliminare giornalisti, scrittori, attivisti.

Con la locomotiva di India Inc. già ansimante a fine primo mandato, il Bjp in modalità campagna elettorale ha deciso di spingere l’acceleratore su temi cari alla pancia hindu del Paese: tolleranza zero per l’immigrazione clandestina proveniente dal vicinato regionale, incidentalmente a maggioranza musulmana; realizzazione del grande tempio dedicato al dio Ram sulle ceneri della Barbri Masjid di Ayodhya (stato dell’Uttar Pradesh), moschea rasa al suolo da una folla di ultra hindu agli inizi degli anni Novanta, con conseguenti pogrom antimusulmani diffusi a macchia di leopardo; risolvere una volta per tutte il “problema Kashmir”, area a statuto speciale al centro di movimenti a cavallo tra l’indipendentismo e il terrorismo islamico, presidiata da oltre 700mila uomini tra polizia locale ed esercito regolare.

Incassata l’ennesima vittoria a valanga, l’amministrazione Modi, legittimata dal voto popolare, si è subito adoperata per mantenere le promesse fatte.

La revoca dell’autonomia del Kashmir

Nel mese di agosto, forte di una maggioranza parlamentare schiacciante, il Governo ha tolto al Kashmir l’autonomia sancita dalla Costituzione, declassando l’area a “union territory” amministrato direttamente da New Delhi. Per sedare le proteste a livello locale, le autorità hanno imposto misure restrittive durissime: blackout delle comunicazioni, divieto di entrata e uscita dalla regione, divieto di assembramento, coprifuoco, aumento delle forze dell’ordine dispiegate sul territorio e centinaia di arresti preventivi, con l’obiettivo – centrato – di tranciare di netto la classe dirigente locale, senza distinzioni tra lealisti a New Delhi, separatisti extraparlamentari e insurrezionalisti vicini al Pakistan.

Nel mese di novembre, la Corte suprema raggiunge un verdetto storico, chiudendo definitivamente la diatriba legale su Ayodhya in corso da quasi quarant’anni tra hindu e musulmani: il terreno dove sorgeva la moschea viene assegnato a una fondazione creata ad hoc dal governo Modi col compito di realizzare un tempio dedicato al dio Ram, perno dell’agenda ultra hindu dalla fine degli anni Ottanta.

Nel mese di dicembre, l’esecutivo avanza una proposta di legge per modificare i criteri di assegnazione della cittadinanza indiana. Il Citizen Amendment Act (Caa, diventato legge nel mese di dicembre) istituisce una corsia preferenziale per l’ottenimento della cittadinanza indiana per gli appartenenti a minoranze religiose provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan. Ovvero, per ogni immigrato irregolare che non sia musulmano.

Secondo i detrattori del Bjp, rifacendosi alle dichiarazioni d’intenti rilasciate ai media nazionali dal Ministro degli Interni Amit Shah, l’obiettivo del Governo sarebbe utilizzare il Caa in coppia con un’altra proposta di legge che imporrebbe un registro nazionale dei cittadini. Se e quando la legge dovesse passare, tutti i residenti in India saranno chiamati a provare la propria cittadinanza producendo documentazione cartacea, pretesa quantomeno ambiziosa alla luce di un apparato burocratico eufemisticamente approssimativo. In mancanza di documenti a supporto, tutti i presunti cittadini appartenenti a confessioni religiose diverse da quella musulmana potranno accedere alla corsia preferenziale del Caa; per i musulmani, potrebbe scattare la perdita della cittadinanza e la deportazione.

La propaganda

Da fine dicembre alla vigilia dell’emergenza Covid-19, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il golpe anticostituzionale del Governo Modi, a difesa dei principi di solidarietà ed eguaglianza su cui si fonda la repubblica indiana. Una mobilitazione straordinaria cui l’ultradestra hindu, in concomitanza con la visita del presidente statunitense Donald Trump a fine febbraio, ha risposto con pogrom antimusulmani nella periferia di New Delhi.

Con la comunità internazionale in apprensione per l’emergenza antidemocratica indiana, arriva il virus e tutto si ferma, inghiottito dalla cronaca dei contagi, dai numeri da contare e da pesare, dalla retorica dell’India unita di fronte alle avversità. E dalla propaganda di governo, già a pieno regime nel denunciare gli untori colposi, ovviamente musulmani, attraverso giornali e telegiornali allineati.

“È chiaro che la maggioranza dei media non adotterebbe questa linea palesemente anti-musulmana se pensasse di infastidire il Governo” ha detto la scrittrice e giornalista Annie Zaidi.

“Per quanto riguarda gli appelli all’unità dell’India di fronte alla minaccia del virus, sarebbe di grande aiuto se il partito di Modi iniziasse a cacciare i deputati e i Ministri protagonisti di dichiarazioni palesemente discriminatorie e incendiarie. Questo sarebbe il modo di dimostrare la serietà dei propri appelli all’unità. Aiuterebbe anche passare delle leggi anti-discriminazione. Sarebbe molto bello”.

Intanto, le proiezioni di crescita per il 2020-21 sono catastrofiche. Secondo l’agenzia di rating Moody’s, c’è da sperare in un +0,1%, oltre cinque punti in meno rispetto alle previsioni di gennaio.

E la storia recente mostra chiaramente cosa succede nell’India di Modi quando la locomotiva si inceppa, la crescita rallenta, del “progresso per tutti” non c’è traccia.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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