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Coronavirus, anche la democrazia va in smart working

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Nella lotta all’epidemia sono in gioco le libertà individuali “inviolabili” della Costituzione. Conte lo sa, ma ha alle calcagna la Protezione Civile e i Presidenti leghisti di Lombardia e Veneto

I funzionari dei Carabinieri italiani controllano i documenti dei conducenti mentre è in vigore il decreto del Governo che ordina agli italiani di rimanere a casa, Amalfi, Italia, 19 marzo 2020. REUTERS/Ciro De Luca

Prima le sole zone rosse limitate a Codogno e Vò Euganeo. Poi, l’estensione di “area protetta” a tutta la penisola, la chiusura delle scuole e i progressivi inesorabili giri di vite sull’apertura di bar e attività commerciali fino alla chiusura dei parchi, stop alle attività motorie all’esterno, impossibilità di raggiungere le seconde case e limiti agli spostamenti entro poche centinaia di metri dalla propria abitazione.

Misure che altri Paesi, a cominciare da Francia e Spagna stanno ricalcando sull’esempio italiano nella speranza che il distanziamento sociale sia la misura più efficace per impedire l’espandersi del contagio. Misure decise sull’onda dell’emergenza neppure con decreto ma con ordinanze del Ministero della Salute, circolari del Viminale ma soprattutto con lo strumento del Dpcm, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, un atto amministrativo con il quale si stanno limitando molte di quelle libertà personali che l’articolo 13 della Costituzione ritiene “inviolabili”.

Molti costituzionalisti hanno subito sollevato il problema di una sola persona, ossia il Presidente del Consiglio (peraltro neppure uscito dalle urne) che avoca a sé poteri così estesi. L’articolo 16 della Costituzione prevede infatti che solo la legge può limitare per “motivi di sicurezza o salute pubblica” la libertà di movimento dei cittadini sul territorio nazionale. Il Parlamento non si riunisce da quasi due settimane lasciando così tutto il potere di decisione in capo a Palazzo Chigi. Una situazione di vera e propria “sospensione” dei diritti costituzionali con una democrazia parlamentare scesa anch’essa in smart working come aveva in un certo senso immaginato l’ideologo del Movimento 5 stelle, Gianroberto Casaleggio quando sosteneva che i partiti sono figure arcaiche e la democrazia diretta è solo quella della rete.

Poiché nella lotta al Covid-19 sono in gioco valori essenziali della nostra società, il tema delle libertà individuali da salvaguardare sarebbe stato sollevato negli ultimi giorni (e con particolare energia) a più riprese dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nei contatti giornalieri con il premier Giuseppe Conte. Quest’ultimo è pienamente consapevole del ruolo e delle funzioni della nostra democrazia parlamentare ma si trova troppo spesso “tirato per la giacchetta” dai vertici della Protezione Civile e dalle autorità sanitarie (Iss e Consiglio superiore Sanità) e soprattutto dai Presidenti leghisti delle giunte regionali di Lombardia e Veneto che non si fanno scrupolo di utilizzare la loro drammatica emergenza per mettere in risalto tutte le inefficienze e i ritardi della macchina centrale romana di un Governo sostanzialmente “nemico”.

Una situazione, quella italiana, che rischia di riprodursi pari pari a livello europeo, con un Parlamento europeo che si riunisce in videoconferenza e un vertice Ue dei capi di Stato e di Governo come quello previsto per giovedì prossimo che si terrà anch’esso in videoconferenza. Un nuovo modo di lavorare che avrà riflessi inevitabili sui risvolti giuridici dei nuovi vertici virtuali rafforzando alcune tendenze già emerse come quella di un potere sempre più concentrato nel Consiglio e minore potere di co-decisione in capo a Commissione e Parlamento. Il coronavirus cambierà, quindi, anche il destino finale dell’Europa consegnando un’architettura istituzionale sempre più intergovernativa ma sempre meno comunitaria.

@pelosigerardo

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