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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Coronavirus: ogni Paese reagisce a modo suo

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Le misure prese dai Paesi sembrano basate piuttosto sulle diverse sensibilità che non su elementi oggettivi, anche per incapacità di intervento da parte dell’Oms

Un cameriere prepara la chiusura del ristorante a Parigi.

Un cameriere prepara la chiusura del ristorante, a seguito dell’annuncio del Primo Ministro francese di chiudere quasi tutti i luoghi non indispensabili, in particolare caffè, ristoranti, cinema, discoteche e negozi, dalla mezzanotte di sabato 14 marzo, a causa dell’emergenza coronavirus, a Parigi, Francia, 15 marzo 2020. REUTERS/Benoit Tessier

Se Giuseppe Conte avesse detto a noi quello che Boris Johnson ha detto ai britannici la scorsa settimana, lo avremmo impiccato.

Il suo “preparatevi a perdere i vostri cari” è rimbalzato su tutti i social media di casa nostra, scatenando i commenti inferociti di mezza Italia, che invece nel frattempo ha accettato, più o meno senza battere ciglio, pesantissime limitazioni della propria libertà personale.

In Europa, si scelgono strade diverse per il contenimento del contagio e lo si fa perché si seguono linee di pensiero diverse, frutto di culture diverse.

Il feroce pragmatismo britannico è lontanissimo dalla cultura di molti Paesi europei, Londra esprime certamente la visione più liberal in Europa, rappresentata dalla “quarantena volontaria”, che era stato l’unico provvedimento preso dalle autorità britanniche fino a una settimana fa.

E cosa sta accadendo negli altri Paesi europei?

Pedro Sánchez ha decretato la quarantena in Spagna, dove da sabato si può uscire solo per andare a lavorare e per l’acquisto di beni di prima necessità.

Lo stesso hanno fatto Austria e Repubblica Ceca. Da oggi, chiusi tutti gli esercizi commerciali non necessari, con esclusione di alimentari, farmacie, banche, tabaccherie, distributori di benzina ed edicole. In Austria, sarà prolungata la durata della leva e del servizio civile in corso.

In Francia, che ieri è andata a votare per le elezioni municipali, il Governo ha annunciato il passaggio alla “fase 3” e la chiusura di tutti i luoghi “non essenziali per la vita del Paese”. Scuole di ogni grado e università saranno chiuse fino al 29 marzo; ristoranti, bar, discoteche e cinema fino al 15 aprile. Il Ministro dell’Educazione francese, Jean-Michel Blanquer, ha dichiarato: “La strategia non è quella di impedire che il virus circoli – sappiamo che oltre una metà di noi se lo prenderà – ma è di fare in modo che passi nel modo più dilatato nel tempo”. La razionalità cartesiana al potere.

Un concetto che già Angela Merkel aveva espresso qualche settimana fa, con tutta la ruvidezza teutonica.

Anche in Germania, dove su diverse materie il Governo centrale non è direttamente competente, la situazione cambia di giorno in giorno. Da venerdì sono chiuse tutte le scuole del Paese. In Baviera, sono previste importanti restrizioni per la vita pubblica: orari di apertura limitati per negozi e ristoranti, chiusura per club, bar, piscine e cinema. A Berlino, rimangono aperti solo i ristoranti che garantiscono la distanza tra i tavoli, autoregolamentazione impensabile alle nostre latitudini.

In Gran Bretagna, si discute sulla linea di gradualità scelta dal Governo per rispondere all’emergenza coronavirus: scuole aperte, uffici aperti, invito agli anziani, i pazienti più a rischio, a rimanere a casa.

Il Governo Johnson, ritardando le misure restrittive, intende costruire una sorta di immunità di gregge. “Se sopprimi qualcosa in modo molto, molto radicale, quando allenti le misure, non c’è un effetto di rimbalzo e questo rimbalzo arriva al momento sbagliato”, ha dichiarato Sir Patrick Vallance, consigliere scientifico del premier inglese.

Dunque, ogni Paese europeo va per la sua strada, mentre si sente la mancanza di un coordinamento globale dell’Oms che, come spiega Bill Gates nel video pubblicato sul nostro sito, non ha gli strumenti di intervento che aiutino i Paesi nella definizione di una linea comune.

Si spera che i Paesi membri dotino l’Oms – prima della prossima pandemia – delle risorse sufficienti ad allestire una forza specializzata di sanitari in grado di intervenire prontamente nei focolai di contagio, così da limitarne la diffusione in più Paesi. E magari investire di più nei Paesi in via di sviluppo, per migliorare complessivamente le condizioni igienico-sanitarie, obiettivo di salute pubblica globale, come dimostrato dalla crisi coronavirus.

@GiuScognamiglio

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