EN

eastwest challenge banner leaderboard

ITALIA CHIAMA EUROPA

Coronavirus, Svezia e Germania: due casi da studio

Indietro

Coronavirus: Svezia e Germania rappresentano due anomalie europee per come hanno gestito e controllato l’epidemia. Le differenze con gli altri Paesi ci sono, ma il virus mostra che l’Europa esiste

Coronavirus, Svezia e Germania. Le persone si godono la primavera, mentre continua l'epidemia di coronavirus a Stoccolma, Svezia, 22 aprile 2020. Agenzia di stampa TT/Anders Wiklund via REUTERS

Le persone si godono la primavera, mentre continua l’epidemia di coronavirus a Stoccolma, Svezia, 22 aprile 2020. Agenzia di stampa TT/Anders Wiklund via REUTERS

Un’epidemia come quella di Covid-19 mescola fattori biologici e sociali. Il virus che sta circolando nel mondo è sostanzialmente lo stesso, ma le società in cui si trasmette sono, almeno sulla carta, molto diverse tra loro. Quando un’epidemia assume caratteristiche analoghe in Paesi diversi, si può dunque ritenere che i fattori socio-sanitari che ne determinano l’evoluzione siano altrettanto simili. Se osserviamo i Paesi europei alle prese con la pandemia, le somiglianze sembrano dominare sulle differenze. Il virus mostra una volta ancora che l’Europa esiste, a prescindere dalla coesione delle sue classi dirigenti. Ma le differenze tra i Paesi e nel modo in cui hanno finora convissuto con l’epidemia permangono e meritano attenzione.

Il focolaio europeo

Dopo la prima fase del 2020, in cui il virus ha colpito soprattutto la Cina e i Paesi a essa più vicini, a partire dalla fine del mese di febbraio l’epicentro del contagio si è decisamente spostato in Europa. I primi focolai di Covid-19, rapidamente circoscritti, sono stati registrati nel Regno Unito, in Germania e in Francia da casi positivi “importati” dalla Cina. Ma il primo focolaio di grandi dimensioni scoppiato nel cuore dell’Europa è stato senza dubbio quello italiano, rilevato dagli ospedali di Lombardia e Veneto intorno al 20 febbraio. Di lì a poco, l’Europa avrebbe ospitato i focolai più estesi al mondo proprio nei suoi Paesi più popolosi come Spagna, Francia, Regno Unito, Germania e, appunto, Italia. Il virus non ha risparmiato alcun Paese europeo: dal Belgio al Portogallo, tutti i Governi hanno dovuto fronteggiare focolai epidemici difficili da contenere.

Le strategie adottate nei vari Paesi sono state simili. Per fermare le catene di contagio è stato utilizzato il distanziamento sociale e l’isolamento dei casi positivi e di quelli sospetti. In molti Paesi europei, a un certo punto, si è dovuto ricorrere a misure di lockdown, in cui scuole e servizi non essenziali sono stati sospesi. Tuttavia, non tutti i Governi hanno fatto questa scelta, e quelli che lo hanno fatto ci sono arrivati con maggiore o minore tempestività.

Le direttive dell’Oms

La strategia di sorveglianza dell’epidemia invece è stata la stessa ovunque. Tutti i Paesi europei più importanti hanno applicato le direttive dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Centro europeo per il controllo delle malattie infettive in materia di test e contact tracing, secondo le quali solo i casi sintomatici di Covid-19 devono essere sottoposti a tampone. Ciò non significa che la quantità di test somministrati in ciascuno stato sia stata la stessa. Alcuni Paesi sono stati più efficienti di altri nel sottoporre a test i pazienti sintomatici, anche se nessuno ci è riuscito in modo completo.

Non stupisce che con strategie di sorveglianza e contenimento piuttosto omogenee in un’area geografica fortemente interconnessa come l’Europa, il contagio abbia raggiunto dimensioni analoghe tra un confine e l’altro. Tuttavia, nel paragonare Paesi diversi è importante tenere conto delle dimensioni geografiche. Un’epidemia, per sua natura, si sviluppa per focolai localizzati e, se affrontata tempestivamente, la circolazione può rimanere concentrata in un’area. Ad esempio, il focolaio italiano è rimasto per lo più concentrato nelle regioni del nord e il lockdown ha impedito che l’emergenza dilagasse in quelle del sud. Questa dinamica, con zone più colpite e altre relativamente protette, è stata osservata in tutti i Paesi europei di grandi dimensioni che quindi possono essere utilmente confrontati.

Il tasso di mortalità

Alla fine di aprile, in Italia, Francia, Spagna e Regno Unito (simili per popolazione) si è registrato un tasso di vittime di Covid-19 per milione di abitanti compreso tra i 373 della Francia e i 525 della Spagna. Le differenze potrebbero assottigliarsi poiché i focolai epidemici, come detto, hanno colpito alcuni Paesi prima di altri. La letalità del virus, cioè il rapporto tra vittime di Covid-19 e i casi registrati, in questi Paesi varia tra l’11% della Spagna, il 13% in Italia, il 14% in Francia, il 16% del Regno Unito. Ma Francia e Regno Unito sono i Paesi che hanno fatto meno test in rapporto alla popolazione. Perciò l’avanzare dell’epidemia − che in genere corrisponde a un’aumentata capacità diagnostica e una diminuzione dell’emergenza che permette di rilevare anche casi meno sintomatici − tenderà probabilmente a riallineare la letalità nei vari Paesi.

Una dinamica simile si è osservata anche in Belgio, geograficamente vicino alle zone più colpite della Francia. Qui il rapporto tra vittime e popolazione è arrivato a 655 morti per milione di abitanti. Anche nei Paesi Bassi il costo umano è stato elevato, ma si è fermato a 280 morti per milione. Le statistiche diventano ancora più omogenee se si tiene conto che il numero reale di morti per Covid-19 è più elevato di quello ufficiale. In quasi tutti i Paesi la difficoltà di eseguire test diagnostici in maniera tempestiva ha tenuto fuori dalle statistiche molte vittime. Diverse inchieste giornalistiche hanno confrontato l’aumento nella mortalità generale della popolazione, dimostrando che l’impatto del coronavirus è stato superiore a quanto dichiarato. In Lombardia si calcola che le vittime reali siano circa il doppio di quelle ufficiali. Anche in Spagna e nei Paesi Bassi lo scostamento è significativo. Risultano più accurate le cifre di Belgio, Regno Unito e Francia.

Il caso della Svezia

Decisamente diversa è la dinamica dell’epidemia osservata nei Paesi scandinavi (Svezia esclusa), a densità abitativa più bassa: 78 morti per milione in Danimarca, 39 in Norvegia, 38 in Finlandia alla fine di aprile, con tassi di letalità compresi del 3-5%. Analoghi i numeri dei Paesi baltici, dell’area ex-asburgica e della Polonia.

Come si vede, da questa schematica categorizzazione sono rimaste escluse la Svezia dal gruppo scandinavo e la Germania dai Paesi più popolosi. In un quadro tutto sommato omogeneo per aree geografiche, questi due paesi hanno presentato due notevoli anomalie.

In Svezia, il numero di vittime per milione di abitanti alla fine di aprile è arrivato a 256: meno che nelle grandi nazioni europee, ma di molto superiore a quello degli altri Paesi scandinavi. La Svezia è stato però uno dei pochi Paesi che non hanno fermato né le attività economiche né le scuole, puntando maggiormente sul senso di responsabilità della cittadinanza nel rispettare le misure di distanziamento sociale.

Il caso della Germania

L’altra grande anomalia europea è rappresentata dalla Germania. Pur ospitando grandi aree metropolitane e i primi focolai di trasmissione in Europa, ha saputo contenerli limitando il rapporto vittime/abitanti a 78 per milione, con una letalità ferma al 4%.

Per spiegare il caso tedesco sono utili due dati. Il primo riguarda il numero di test: la Germania ha seguito gli stessi protocolli degli altri Paesi. Ma il tampone è stato fatto a circa il 3% della popolazione, come in Italia e in Spagna ma con un numero inferiore di casi e di vittime. In secondo luogo, la Germania dispone di risorse sanitarie superiori al resto d’Europa.

La terapia intensiva

Anche se la maggior parte delle persone supera il Covid-19 senza troppe difficoltà, una percentuale inferiore al 10% dei casi ha bisogno di ricevere cure di terapia intensiva. Sebbene la percentuale appaia ridotta, la base numerica a cui si applica è stata talmente estesa da mettere alle corde gli ospedali. La disponibilità di posti letto in terapia intensiva in Europa è limitata. Spagna, Francia, Italia, Regno Unito e Svezia hanno circa 9 letti ogni centomila abitanti, ospedali pediatrici esclusi. La Germania ne ha circa tre volte di più e questo potrebbe aver garantito una qualità delle cure superiore. La disponibilità di posti letto, così come il numero di test, non è una spiegazione sufficiente per la differenza tra l’impatto dell’epidemia in Paesi vicini e di analoga popolosità come Italia, Francia e Germania. Anche altri paesi, come il Belgio, hanno una maggiore disponibilità di terapie intensive, ma la letalità del Covid-19 lì è stata comunque elevatissima.

È ancora difficile capire cosa sia davvero successo in Europa tra marzo e aprile 2020. L’epidemia di Covid-19 darà molto da studiare agli analisti delle politiche sanitarie.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti.

Su questo argomento, leggi anche

@andcapocci

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA