Cosa c’è dietro la crisi del governo Netanyahu?


Sono bastati trenta minuti di conferenza stampa per porre fine al terzo governo Netanyahu. Martedì sera il primo ministro israeliano ha annunciato la rimozione dal governo dei ministri dell’economia Yair Lapid e della giustizia Tzipi Livni, e affermato la propria intenzione a sciogliere la Knesset e indire nuove elezioni politiche.

Sono bastati trenta minuti di conferenza stampa per porre fine al terzo governo Netanyahu. Martedì sera il primo ministro israeliano ha annunciato la rimozione dal governo dei ministri dell’economia Yair Lapid e della giustizia Tzipi Livni, e affermato la propria intenzione a sciogliere la Knesset e indire nuove elezioni politiche.

 

Israel's Prime Minister Benjamin Netanyahu speaks during a news conference at his office in Jerusalem December 2, 2014. Prime Minister Benjamin Netanyahu sacked his finance and justice ministers on Tuesday, signalling the break up of his bickering coalition and opening the way for early national elections in Israel. REUTERS/Gali Tibbon/Pool

Due ore dopo si sono dimessi anche gli altri quattro ministri legati al partito dell’ex giornalista Lapid e ieri è giunta l’ufficializzazione della crisi di governo: le elezioni si terranno il prossimo 17 Marzo e il parlamento si scioglierà a breve. In Israele è nuovamente campagna elettorale.

“Non mi è possibile governare il paese se i ministri Lapid e Livni attaccano il governo dall’interno”, ha dichiarato Netanyahu in diretta televisiva nazionale, annunciando il ritorno alle urne e invitando gli israeliani a dargli la forza elettorale necessaria a governare il paese senza dover formare un ennesimo governo di coalizione tra partiti politici non omogenei.

Ed è proprio su un’alleanza di questo tipo che il terzo esecutivo Netanyahu era stato formato nel marzo del 2013, con un accordo pragmatico più che programmatico, tra Likud, Yisrael Beitenu, HaBayt HaYehudi, Yesh Atid e HaTnuah.

Partiti conservatori, nazionalisti e di destra i primi tre, moderati e centristi gli altri, per un governo di centro-destra che si è trovato spesso in contraddizioni interne. Se lo scontro tra le due diverse anime politiche si è espresso su numerose questioni – economia, negoziato di pace con i palestinesi, Gaza, rapporto tra laici e religiosi, Iran nucleare – pare che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la proposta di legge sullo Stato nazionale ebraico, approvata dal governo e in attesa del voto del parlamento.

La proposta punta ad affermare il carattere ebraico dello Stato di Israele sia dal punto di vista nominale, come Stato degli ebrei, che da quello tangibile, con l’ebraico unica lingua ufficiale del paese e con istituzioni pubbliche chiamate a funzionare tenendo sempre in considerazione le norme religiose e tradizionali ebraiche.

Il progetto di legge è appoggiato dai partiti di Netanyahu, Lieberman e Bennett, ma è fortemente osteggiato dalle formazioni di centro-sinistra e da quelle arabe, convinte che una legge di questo tipo farebbe pesare più il carattere ebraico che quello democratico dello Stato, minando i diritti fondamentali delle minoranze religiose presenti nel paese.

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