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Cosa significa essere malati durante un conflitto

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In Siria per la guerra, in Libano per la povertà in pochi anni un intero popolo ha perso il diritto alla cura e alla salute.

Beirut – Hania è una bambina siriana di undici anni che soffre di una grave insufficienza cardiaca. Due mesi fa è dovuta fuggire in Libano con la sua famiglia. Sono siriani ma palestinesi e vivevano nella zona di Yarmouk, il sobborgo di Damasco che da quattro anni è conteso tra le diverse formazioni jihadiste ed è assediato dall’esercito governativo. Sono stati costretti a scappare pochi giorni prima che Hania fosse operata al cuore per la terza volta. 

“Una settimana dopo il nostro arrivo qui (Shatila, uno degli storici campi per rifugiati palestinesi di Beirut ndr) abbiamo saputo che l’ospedale dove mi dovevo operare è stato bombardato e raso al suolo.”

La sua situazione si fa ogni giorno più critica e dovrebbe essere operata, ma la famiglia non ha i soldi per pagare l’intervento. “Mia figlia ha bisogno di aiuto urgente, ma poteva morire se fossimo rimasti in Siria – ha detto Umm Zeina, la madre di Hania – lei sta molto male. Non sappiamo come fare, e nessuno ci aiuta.”

Le Agenzie delle Nazioni Unite che si occupano dei profughi e in particolare dei rifugiati palestinesi, UNHCR e UNRWA, non hanno fondi sufficienti per sostenere le spese ospedaliere dei rifugiati registrati in Libano e nel Paese la sanità è, in pratica, solo privata.

Così, tra i mille problemi che deve affrontare chi fugge dalla Siria quello sanitario è sicuramente uno dei più drammatici. La maggioranza dei rifugiati ha perso tutto e non può accedere alle cure mediche a pagamento. Le abitazioni malsane in cui in gran parte vivono, le uniche che possono permettersi, contribuiscono ad accrescere i loro problemi di salute.

Prima del conflitto in Siria l’assistenza sanitaria era garantita e gratuita per tutta la popolazione. Oggi, migliaia di siriani muoiono per malattie o per traumi facilmente curabili da qualsiasi medico o in qualunque ospedale. Le infrastrutture sanitarie del Paese sono state pesantemente colpite dalla guerra, oltre il 60% degli ospedali e il 38% delle altre strutture sanitarie sono state distrutte o danneggiate, secondo un rapporto della Croce Rossa Internazionale.

Ramez Hamadey, un medico siriano che lavora a Yarmouk ha raccontato che la costante mancanza di elettricità impedisce di garantire i servizi di emergenza, anche a chi ne ha bisogno disperato.

“In ospedale non abbiamo quasi più materiali di consumo – dice al telefono Hamadey – abbiamo solo un piccolo generatore che impieghiamo quasi esclusivamente per il defibrillatore. Qualche settimana fa abbiamo fatto tutti i turni per azionare un respiratore a mano che permetteva a un bambino di sopravvivere. Per fortuna dopo quattro giorni è tornato a respirare da solo.”

A tutto questo si aggiunge la carenza di farmaci, assurda in un Paese che era il più grande esportatore di medicinali del Medio Oriente. Alcune fabbriche sono state distrutte e altre sono cadute in mano ai diversi gruppi jihadisti, e la produzione di medicinali è crollata di quasi l’80%.

Le milizie hanno, poi, letteralmente preso di mira i medici e gli infermieri che aiutano le loro vittime. “Un mio collega è stato sequestrato dagli uomini di ISIS – continua Hamadey – poco tempo dopo il suo rilascio ha saputo che era nuovamente nel mirino dei jihadisti, allora ha deciso di lasciare il Paese. Qualche mese dopo un colpo di mortaio ha ucciso un altro nostro medico mentre stava per arrivare in ospedale.”

La situazione sembra peggiorare di continuo. “I medici in Siria sono eroi civili, aiutiamo tutti senza discriminazioni politiche e religiose, ma tutti ci sparano addosso.”

Gli ultimi sviluppi della guerra, con i pesanti bombardamenti di russi e francesi hanno reso ancora più pericoloso il lavoro degli operatori sanitari in molte aree del Paese.

Paul Yon, responsabile di “Medici Senza Frontiere”, ha confermato le accresciute difficoltà che incontrano per sostenere e rifornire ospedali e ambulatori in molte zone ormai sotto assedio. “Il problema principale è l’accesso, l’impennata di attacchi aerei ci impedisce di raggiungere molti centri sanitari. I nostri operatori sono ovunque esposti a rischi sempre maggiori.”

Intanto, Umm Zeina vede la figlia peggiorare di giorno in giorno. Ha chesto aiuto ai medici del campo di Shatila, ma loro non hanno né attrezzatore né esperienza per operare la figlia. “Forse cercheremo di tornare in Siria, almeno Hania potrà morire nel suo Paese.”

 

 

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