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Cosa sta succedendo nelle carceri brasiliane?

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Un uomo vale meno della sua tomba? La rivolta nelle carceri brasiliane parte da lontano e arriva fino alle piazze di spaccio di Camorra e ‘Ndrangheta. Il controllo del narcotraffico e l’indifferenza delle istituzioni è alla base delle nuove stragi: 134 detenuti dall’inizio del 2017. Ecco cosa sta accadendo nelle carceri brasiliane.

«Il Brasile si sta colombizzando, la guerra per il narcotraffico passerà dalle carceri alle strade». Quest’analisi ricorre con una certa ciclicità nell’attualità brasiliana; quasi ogni volta che avviene un massacro all’interno di un istituto di pena. Ma è davvero così? Il Brasile è destinato a divenire una nuova Colombia, scivolando verso elementi di guerra civile? No, la criminalità brasiliana ha caratteristiche proprie e non serve ricorrere al paragone con la Colombia per capire cosa stia succedendo. Nelle carceri brasiliane è in atto una ribellione su scala nazionale. Da Nord a Sud, l’ordine trasversale è quello di ribellarsi e uccidere il maggior numero di componenti delle fazioni rivali. Dallinizio del 2017, sono già morte 134 persone in carcere. Già il 36% dei crimini rispetto al 2016, quando morirono in totale 372 detenuti, come ricorda un rapporto della Folha de São Paulo.

L’ultimo caso è quello di Alcaçuz, in cui hanno perso la vita 26 detenuti. La maggior parte decapitati e/o arsi vivi, per essere poi smembrati e sotterrati. Le autorità informano che il bilancio potrebbe essere maggiore, visto che il riconoscimento è lungo e difficile quando i corpi vengono squartati in tal modo. In Amazzonia, dove dall’inizio dell’anno sono stati uccisi 67 uomini, due corpi sono stati ritrovati all’interno delle cucine dopo giorni dal massacro. Ribellarsi, uccidere e lanciare un messaggio ai rivali: in questo carcere comandiamo noi. Sì, ma noi chi? La guerra per il narcotraffico – come Eastonline aveva raccontato – è stata scatenata dalla fine dallalleanza fra il PCC (Primeiro Comando da Capital) di San Paolo e il CV (Comando Vermelho) di Rio de Janeiro. Lincoln Gakiya, segretario del Gaeco (gruppo speciale per la lotta al crimine organizzato) di Presidente Prudente e autore della più grande denuncia mai presentata contro il PCC, aveva spiegato nell’intervista a Eastonline lo schema criminale che oggi caratterizza il Paese: «Il PCC ha diffuso un messaggio informando che la guerra è cominciata poiché il CV si è alleato con fazioni nemiche dell’organizzazione paulista come la FDN (Familia do Norte) presente in Amazzonia, il PGC (Primeiro Grupo Catarinense) di Santa Catarina, il Sindicato do Crime della regione del Maranhão e il Bonde dos Quarenta, radicato nel Rio Grande do Norte. La tendenza è che i conflitti si sviluppino negli stati del Nord e Nordest e anche nello stato di Santa Catarina». La sua previsione si è purtroppo avverata, poiché Nord e Nordest sono stati il teatro dei regolamenti di conti fra le fazioni. In questo scenario, però, bisogna chiarire bene gli attori.

Il PCC è un’organizzazione di livello superiore rispetto alle altre: fa uso della violenza; controlla le carceri, il traffico di armi e droga, ma soprattutto ha cominciato a istituzionalizzarsi. «È una pre-mafia, deve solo migliorare il riciclaggio di denaro», come afferma Gakiya. Il PCC è presente in forma massiccia a San Paolo, ma anche nel resto del Brasile e in altri paesi dell’America del Sud.

Il CV, Comando Vermelho di Rio, si contraddistingue invece per la propria politica sanguinaria. Esercita il suo potere nelle favelas di Rio, ma adesso è stato tagliato fuori dalle grandi rotte.

La FDN, Familia do Norte, invece, è alleata del Comando Vermelho e, per quanto sia una fazione minore, controlla l’Amazzonia, regione strategica nel traffico di droga internazionale.

Ciò che è successo nelle carceri è piuttosto semplice: il PCC  ha rotto lalleanza con il CV, continuando a crescere da solo e scatenando la reazione violenta della FDN e del CV. La fazione paulista ha agito su due fronti: il lato settentrionale del Paese, quindi nelle regioni dell’Amazzonia e Roraima, da dove può controllare l’accesso di cocaina da Bolivia, Perù e Colombia; e il lato meridionale e centro-occidentale, nelle regioni confinanti con il Paraguay. Secondo molti, la rottura dell’alleanza è riconducibile all’uccisione di Jorge Rafaat Toumani, uomo del CV in Paraguay e conosciuto come il Re della Frontiera. Per ucciderlo sono state necessarie circa 30 macchine e mitragliatrici in grado di abbattere un aereo. La scena, fra il cinematografico e il surreale, si è consumata in Paraguay. Rafaat, nonostante i buoni rapporti con il PCC, aveva preteso un “dazio” doganale. La risposta è stata di natura para-militare, tanto che nemmeno la macchina blindata e la scorta l’hanno salvato. Il PCC si è dunque preso i punti strategici per il traffico internazionale, privilegiando la regione nord. La cocaina è di maggior qualità ed è dunque più facile lucrarci al momento della vendita alle mafie europee, fra cui Camorra e ‘Ndrangheta. Tagliare, rivendere e guadagnare in euro: questo è l’obiettivo ultimo del PCC, che secondo un allarme diffuso dalla polizia potrebbe reagire violentemente proprio in questi giorni. Nel 2006, portò la rivolta in strada causando i celeberrimi crimini di maggio.

Il governo brasiliano si rifiuta di affrontare la questione in maniera trasparente. Farlo significherebbe ammettere che le carceri sono nelle mani delle mafie e che le autorità possono fare ben poco dinanzi a una situazione di sovraffollamento e condizioni inumane. C’è poi un altro punto sollevato da El Pais Brasil e altri media nazionali: le carceri – e il conseguente sovraffollamento – sono un business per molti. C’è chi le costruisce, chi vince gli appalti per i servizi di pulizia e chi per la ristorazione. La società che gestisce le carceri amazzoniche, ad esempio, negli ultimi 3 anni è stata sovvenzionata pesantemente dal governo, passando da 14,2 a 300,9 milioni di reais. Il Ministero Pubblico ha inteso che esistano elementi di sovra-fatturazione, chiedendo che i contratti siano rescissi. Infine, c’è l’opinione pubblica che “aizzata” da gruppi editoriali ultra-conservatori poco s’interessa se a morire sono dei condannati. Le ribellioni vengono perfino viste come “pulizie sociali gratuite”. Qual è quindi l’importanza della vita di un detenuto, se questa viene dopo gli interessi del narcotraffico e delle istituzioni? In America Latina esiste un proverbio secondo cui “un uomo vale meno della sua tomba”. È solo un detto popolare, ma, a vedere la mancata attenzione per le stragi nelle carceri, verrebbe quasi da dargli retta.

@AlfredoSpalla

 

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