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Cosa succede quando finisce l’Expo

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Cosa succede quando finisce un’Expo? La domanda forse un po’ retorica ha avuto negli anni implicazioni che hanno trasformato la quotidianità di molte città e l’immaginario collettivo.

Le strutture realizzate per le Esposizioni universali sono normalmente costruite per essere smantellate alla fine dell’evento, salvo alcune attrazioni principali come i centri congressi, gli anfiteatri o i padiglioni dei paesi organizzatori, per i quali è previsto che vengano riconvertiti e riutilizzati. Anche alcune installazioni destinate a vita breve a volte sopravvivono e hanno l’occasione di diventare vere e proprie icone cittadine. Basta pensare alla Torre Eiffel, che se fosse stata davvero smantellata avrebbe privato Parigi di uno dei suoi skyline più caratteristici… O all’Atomium di Bruxelles, che dal ’58 è uno dei simboli più fotografati della capitale belga.

Certo è che con l’investimento in creatività e denaro che tutte le nazioni fanno per catturare l’attenzione dei visitatori a ogni Expo, è un gran peccato che queste opere d’ingegno abbiano vita così breve, oppure siano dimenticate. 

Per questo in epoca più recente il destino dei padiglioni di maggior successo è stato riconsiderato: non vengono distrutti, ma venduti al miglior offerente o ricostruiti in patria, dove possono continuare ad essere ammirati.

Dopo il grande successo di pubblico all’Expo 2010 di Shanghai, il padiglione a forma di duna del deserto degli Emirati Arabi Uniti progettato da Sir Norman Foster è stato smontato e rispedito in patria, dove è possibile ammirarlo e visitarlo nell’isola di Saadiyat ad Abu Dhabi.

Anche il padiglione di Taiwan, con la sua enorme sfera rotante, è stato riportato a casa. Mentre il destino del pluripremiato padiglione inglese, soprannominato dal pubblico “Dandelion” (bocca di leone), è stato orientato al sociale: una volta smontate, le 60.000 barre acriliche trasparenti con semi incastonati, che conferivano l’aspetto – appunto – di un fiore che ondeggia al vento, sono state vendute o donate in beneficenza.

Grande eccezione anche per il padiglione italiano di Shanghai dopo l’Expo: per questo edificio è stato fatto uno strappo alle regole del Bureau des Expositions Internationales (BEI), secondo le quali tutte le strutture di un’Esposizione devono essere smantellate al termine della manifestazione. Trasformato in Shanghai Italian Center, il padiglione è ancora lì, apprezzatissimo dagli abitanti di Shanghai che vi trovano un angolo di cultura ed eccellenza italiana.

Le regole ferree del BEI si applicheranno anche all’Expo 2015 di Milano, lo conferma Stefano Gallizzi a capo dell’ufficio stampa: “È già previsto nei contratti di partecipazione siglati dai paesi partecipanti che i vari padiglioni dovranno essere smantellati alla fine dell’esibizione e le aree su cui sorgono dovranno essere lasciate libere entro giugno 2016”. Resta però da vedere cosa decideranno di fare i singoli espositori dei loro padiglioni.

È probabile dunque che i contratti di Expo 2015 eviteranno a Milano il destino toccato a Siviglia: nella città spagnola, contrariamente ai piani originali, molti dei padiglioni realizzati per l’Esposizione universale del 1992 non sono stati smantellati alla fine dell’evento. Dove possibile sono stati riconvertiti e incorporati in un parco scientifico e tecnologico, dove hanno anche sede molte aziende. Ma nonostante uno scenario fantascientifico, degno dei film postapocalittici di prima visione, sono pochissimi i turisti che lo conoscono e lo vengono a visitare. Con buona pace dei costi di realizzazione dell’Expo 1992 e di mantenimento dell’area che ancora gravano sulle finanze cittadine. Non è un caso che ancora oggi molti dei padiglioni siano in cerca di un compratore: come quello ungherese, una struttura in legno dalla forma bizzarra per il quale la richiesta è di circa 1 milione di euro. 

 

 

 

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