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Così immaginiamo il Far West a Praga

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I fratelli Forman hanno portato il Far West in Italia. Ci hanno parlato di mondi lontani, sognati, magici in una suggestiva intervista che è stata l’occasione per discutere di teatro ma soprattutto della situazione culturale e politica nella Repubblica Ceca. 

Sono stati in Italia i mitici Fratelli Forman, Petr e Matej, figli del grande Milos, regista tra gli altri, del film Amadeus.

Al Festival Castel dei mondi di Andria hanno presentato uno spettacolo davvero particolare, Dead town: omaggio al mito, all’immaginario, alla retorica del Far West, che evoca il cinema muto, le comiche in bianco e nero, i fumetti, addirittura i soldatini di cow-boy e indiani di qualche generazione fa. La compagnia praghese, da sempre nomade, ha allestito un vero e proprio edificio (teatro/casa) in legno, al centro di Andria. Pare di entrare in un vecchio saloon da film western: ballerine, pistoleri, l’orchestrina che suona con violino e banjo, lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli. Ma l’ambientazione è una magia, è un sogno, il pretesto per un racconto d’illusione dal gusto antico.

Dopo, i Forman porteranno lo spettacolo in Francia e saranno nuovamente in Italia il 25 e 26 novembre al Funaro di Pistoia con la prima nazionale del loro nuovo lavoro, Aladino.

I fratelli Forman – come è nel loro stile – giocano con la magia, l’artigianato piccolo e semplice di un teatro antico, vivo, divertente. Dopo aver visto Dead town, con le sue vigorose danze di cowboy, can can accennati, canzoni di fanciulle del west disinvolte, c’è spazio e tempo per fare due chiacchiere con il regista dello spettacolo, Petr Forman. E partendo dal Far West si arriva in fretta alla situazione politica della Repubblica Ceka.

Forman, perché avete deciso di lavorare sul genere“Western”?

Cerchiamo continuamente nuova ispirazione. Facendo spettacoli solo ogni otto o dieci anni, abbiamo bisogno di storie uniche, di universi speciali, e il Western è ancora molto forte per le atmosfere, per le suggestioni, per l’ispirazione che evoca. Al tempo stesso ci fa tornare alla fine dell’Ottocento e agli inizi del nuovo secolo: così lo spettacolo non parla solo del Far West, ma anche dell’Europa, del clima di scoperta e di avventura che si diffusero in quel periodo. In particolare, poi, ci ha permesso di lavorare anche sulle grandi invenzioni del tempo: la prima registrazione sonora, la fotografia, i primi film…

All’inizio dello spettacolo si può avvertire la sensazione che le “nuove tecnologie” di allora ci fanno tornare al periodo che vogliamo celebrare, onorando i pionieri dell’arte come Meliès. Sul finale c’è una luna che rimanda chiaramente ai suoi film. Quei grandi inventori ci hanno ispirato, e oggi, quando parliamo di film di animazione, di cinema, di suono, dobbiamo ringraziare quei primi esploratori.

Si avverte anche una evocazione di famosi cabaret praghesi…

Sì, è l’altra grande fonte di ispirazione. Non dimentichiamo i racconti di Kafka legati al cabaret yiddish dell’epoca. Il cabaret, a sua volta, guardava al mondo in cerca di ispirazione. Era l’epoca in cui Buffalo Bill girava l’Europa con il suo show di cow boy: così nel nostro spettacolo evochiamo proprio un cabaret europeo che cerca ispirazioni nel mito del West. Ma non solo: il nostro racconto è anche la storia di un uomo che cerca informazioni sul West attraverso la fotografia o il cinema. È la grande febbre d’America, il sogno che molti europei avevano del nuovo continente. Ma quando il nostro protagonista approda veramente in America, scopre che la vita è molto più dura e difficile di quel che sognava. Ecco lo spettacolo: un europeo, un praghese, un mago, arriva nel Far West carico di sogni e illusioni, con il suo bagaglio di numeri di magia ispirati proprio a quel mondo e di colpo si imbatte nella realtà.

Una grande metafora del contemporaneo…

Tutti noi che lasciamo un paese e cerchiamo un altro mondo, speriamo sia migliore. Posso capire bene chi oggi lo fa, magari con viaggi impossibili e tragici. Nel 1969 tanta gente è stata costretta a lasciare Praga e la Repubblica Ceka: nonostante questo passato, anche da noi, che siamo una piccola nazione, si discute di immigrati, di chi arriva da fuori. Il governo si interroga su quanti ne possiamo accogliere e la discussione è accesa. Alla fine, però, molti di quelli che approdano nella Repubblica Ceka se ne vanno subito, cercano di andare in Germania o in altri paesi perché, proprio come il nostro mago dello spettacolo, capiscono che la realtà non è poi così bella come la sognavano.

Dal suo punto di vista di “artista nomade”, cosa succede a Praga?

In politica? Nella cultura? È complicato dare una sola risposta. Posso parlare meglio della situazione culturale. Durante il comunismo, la cultura era estremamente finanziata, ma altrettanto controllata e censurata. Ad esempio, non potevamo fare spettacolo in strada: sarebbe stato troppo pericoloso, per il Governo, lasciare accadere simili eventi pubblici. Tutti avrebbero potuto vedere, ascoltare, capire. Non c’era controllo sufficiente per il teatro di strada. Dopo i cambiamenti, si sono aperte le porte, si è ritrovata la libertà, tutto è andato molto meglio. Ma oggi, passati ormai quasi trenta anni dalla caduta del comunismo, puoi vedere come le menti delle persone non siano altrettanto cambiate. Il paese è molto mutato, si notano subito le incredibili trasformazioni che ha subito in questi decenni: tutto è pulito, le case sono belle, la gente può comprare tutto, la qualità della vita si è alzata. Eppure il cambiamento delle persone, del modo di pensare, va a rilento. Il governo fa fatica, ad esempio, a capire il nostro nomadismo, la nostra libertà. Sono abituati a finanziare le strutture, i teatri, ma si confondono di fronte alle compagnie indipendenti o viaggianti. Loro sanno che esistiamo, ma la storia, la pratica, gli hanno insegnato che devono chiudere le piazze, proteggerle, controllarle. E devono invece finanziare solo gli stabili, le strutture chiuse. So che in Italia avete problemi di finanziamento forse maggiori di quelli che abbiamo noi, ma fondamentalmente non ci sono problemi a utilizzare le piazze per spettacolo: è la vostra storia, la vostra tradizione di avere nella piazza il luogo di incontro e di ritrovo. Nel nostro paese, invece, è ancora una cosa “destabilizzante”: perché la piazza e non una bella sala teatrale? Perché il prato? Che c’entra il teatro con il prato? E questo è quel che pensano i politici.

Pian piano, però, ci stanno accettando, stanno capendo: e hanno sempre più la percezione di quanto al pubblico, alla gente, piaccia questo tipo di spettacolo. Perché se il teatro, secondo me, sta perdendo spettatori, specie quelli giovani, c’è una crescente partecipazione alle manifestazioni all’aperto, che abitano in luoghi insoliti. Spettacoli che si possono fruire con maggior semplicità e immediatezza. La mia generazione ancora va a teatro, ma i giovani sembrano essere più felici di andare ovunque tranne che nelle sale teatrali!

È sempre aperto il confronto con il passato…

I cambiamenti procedono a velocità diversa, anche con gli innegabili, grandi progressi. Abbiamo avuto il lungo periodo di presidenza di Vaclav Havel, che naturalmente abbiamo molto amato, e poi altri presidenti. L’attuale presidente guarda molto alla Russia, alla Cina. Ed è una prospettiva inquietante e triste per molti. Ma è stato votato, è la democrazia, e lo accetto. Fortunatamente ho vissuto il periodo di Havel: eravamo un paese povero, provinciale, chiuso, ma fuori, negli altri Paesi, ci rispettavano, ci ammiravano. Ora è esattamente l’opposto. Ero fiero all’epoca, e mai mi sarei aspettato in vita mia di essere fiero di un presidente. Capivo che il mondo ci rispettava proprio perché avevamo questa persona alla guida della nazione. Oggi nessuno se ne importa.

Havel era speciale…

Sì, è difficile trovare uomini simili. Mi manca come persona, ma quel che maggiormente mi manca anche la sua visione politica, ovvero la presenza di qualcuno che mettesse sempre l’attenzione sull’umanità. La sua azione ci ricordava, continuamente, che la politica è sì fatta di discussioni, compromessi, scontri, ma che non deve mai dimenticare di essere umana, non deve mai dimenticare gli uomini, le persone. Si tratta di non parlare solo di problemi ma di affrontarli e risolverli pensando sempre alla gente, al popolo. Era questo il suo prestigio. Ricordare la gentilezza, l’umanità. Oggi, invece, si pensa solo alla carriera, alla posizione, alla protezione. E questo governo, poi, che guarda così tanto alla Russia: è un rischio, di nuovo tornare a sentire una simile pressione che abbiamo già vissuto in passato è inquietante.

In Italia abbiamo un bellissimo libro, intitolato “Praga magica” scritto da uno slavista come Angelo Maria Ripellino. Praga sembra eternamente sospesa tra est e ovest. Intrappolata in un immaginario che la vede esotica, lontana e misteriosa oppure cuore della Mitteleuropa intellettuale. È una condizione reale o solo suggestione?

Molti dicono che Praga sia il cuore dell’Europa. Dal punto di vista geografico forse non è preciso, ma potrebbe essere vero. Siamo collegati alla Germania e alla Russia. Praga, come è noto, è una città bellissima, affascinante. Ma siamo un paese piccolo: e questo è altrettanto noto. Non possiamo essere una nazione “rivoluzionaria” come la Francia, oppure orgogliosa e fiera come le grandi nazioni che si assumono la responsabilità del proprio destino combattendo. I Cechi, storicamente, sono sempre stati più gentili…

Ma avete fatto una rivoluzione…

Sì, forse non a caso è stata definita la “rivoluzione di velluto”. L’abbiamo fatta gentilmente. Pensiamo al nostro inno nazionale, che evochiamo anche nello spettacolo. Tutti gli inni nazionali sono marziali, decisi, parlano più o meno di potere, gloria, di armi, di destino, di fierezza. Il nostro è una canzone dolcissima che parla della bellezza della natura nella Repubblica Ceca. Ecco, è la nostra caratteristica: forse non siamo immediatamente forti e decisi, non scioperiamo, non siamo pronti a combattere subito. Prima ne dobbiamo parlare, ci dobbiamo confrontare. È la natura del nostro popolo, la nostra mentalità, ed è anche dovuta al fatto che siamo sospesi tra est e ovest. C’è ancora qualcosa che ci fa guardare all’Est, pur essendo al centro d’Europa. Chissà, magari la prossima generazione potrà cambiare qualcosa: oggi si può viaggiare, uscire e rientrare nel paese liberamente, ed è una grande conquista. Vedere il mondo e poi tornare, significa portare con sé nuove idee e diverse prospettive. La mia generazione non ha fatto molto…

Non sono d’accordo. Anche la vostra generazione ha fatto molto per cambiare la Repubblica Ceka

Forse eravamo troppo giovani quando ci sono stati i grandi cambiamenti, ma sono felice di aver vissuto metà della mia vita sotto il regime e l’altra metà ora, con la libertà di muovermi, di parlare, di comprare quel che voglio senza fare file infinite. La gente dimentica in fretta: aver vissuto entrambe le esperienze ci dà delle responsabilità, tra cui quella di combattere con quei politici, magari più giovani, che non ricordano nulla. La memoria è importante: siamo forse l’ultima generazione a ricordare il passato.

E il teatro?

Il teatro è il luogo in cui possiamo vivere un tempo in cui sognare, dare speranza, divertirci assieme. Allontanarci per un momento dal flusso continuo di problemi che ci travolge dalla televisione o dalla rete. Perché facciamo questo lavoro? È un piacere, certo, farlo, ma forse proviamo a parlare, a dire qualcosa a ogni singolo spettatore e, al tempo stesso, a farlo divertire. In passato era un problema anche solo andare a teatro, oggi abbiamo la libertà di dire quel che pensiamo. Per questo è tanto più importante parlare a tutti, a chi ha problemi, a chi si chiude, a chi non ce la fa a sopravvivere alla crisi. Parlare non solo agli intellettuali o agli appassionati di teatro che sono già d’accordo, ma provare semplicemente a incoraggiare chi sente di non aver sufficiente forza per andare avanti. Con i sogni, con la fantasia, con la magia, si può parlare di politica, di questioni reali.

@andreaporcheddu

 

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