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Costa d’Avorio, la riconciliazione nazionale passa per le urne

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La Costa d’Avorio è presente con un suo padiglione all’Expo di Milano, dove il presidente  Alassane Dramane Ouattara si è recato lo scorso 11 agosto per celebrare il National Day della nazione africana. Nell’eccezionale cornice milanese il Capo di Stato non ha perso l’occasione per ricordare che il suo Paese è il primo produttore ed esportatore mondiale di cacao e di noci di cola, oltre a rimarcare gli ottimi risultati raggiunti nell’incremento della produzione di colture agricole.

 

In effetti, quattro anni dopo la fine della guerra civile l’economia ivoriana è in piena espansione e la nazione africana è diventata un modello di sviluppo, come dimostra la creazione di un milione di posti di lavoro per i giovani e un una crescita media del PIL intorno al 9%. Nondimeno, va segnalato che il Rule of Law Index, pubblicato pochi giorni fa dal World Justice Project, posiziona la Costa d’Avorio tra i primi Paesi africani nelle buone pratiche di governance.

La Costa d’Avorio sta beneficiando della messa in opera del Piano Nazionale di Sviluppo, che si prefigge l’ambizioso obiettivo di farla diventare un’economia emergente entro il 2020. Oltre a detenere il primato nella produzione di cacao, il Paese è anche il terzo produttore mondiale di caffè e il primo produttore di zucchero dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA).

Il ritorno del Paese alla stabilità è stato simbolicamente ufficializzato nel settembre 2014, con la riapertura nella capitale Abidjan della sede centrale della Banca Africana di Sviluppo (AfDB), che dodici anni prima era stata costretta a spostare temporaneamente i propri uffici a Tunisi a causa della grave crisi politica seguita alle elezioni del 2002.

Nei primi quattro anni del suo mandato, Ouattara ha effettivamente governato negli interessi del suo popolo, ponendo fin da subito in atto misure adeguate per far uscire il Paese dalla lunga fase di recessione, causata dall’empasse politica provocata dal rifiuto del suo predecessore Laurent Gbagbo di riconoscere la sua vittoria alle elezioni del 2010.

Quanto sia forte il sostegno degli ivoriani al proprio presidente lo dimostra un sondaggio pubblicato il mese scorso dall’International Republican Institute (IRI) con sede a Washington. L’indagine rileva che due terzi degli intervistati hanno risposto che il Paese si sta dirigendo nella direzione giusta e più di tre quarti approvano il lavoro svolto da Ouattara.

Tuttavia, lo stesso sondaggio pone l’accento su uno dei principali punti deboli del mandato di Ouattara: i lenti progressi e gli scarsi risultati ottenuti dalla Commissione verità e riconciliazione nazionale (CDVR), attiva da settembre 2011, con il compito di indagare sulla storia recente del Paese del cacao.

La CDVR deve fare luce su quanto accaduto in Costa d’Avorio dal 1990 al 2011, un periodo segnato da diverse crisi politico-militari e il più travagliato da quando, nel 1960, il Paese ottenne la sua indipendenza dalla Francia.

Nel sondaggio dell’IRI, l’operato della Commissione ha registrato un indice di gradimento di appena il 37%, il più basso tra le quattordici istituzioni incluse, mentre solo il 18% degli ivoriani crede che sarà resa giustizia per le violenze e i misfatti commessi nel corso della crisi post-elettorale, che hanno provocato la morte di oltre tremila civili.

L’ex presidente Gbabo si trova sotto processo all’Aja, presso la Corte Penale Internazionale (CPI), per rispondere dell’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità. Nelle ultime settimane, l’operato del Tribunale internazionale è stato aspramente criticato da Human Rights Watch, che in un rapporto ha accusato l’Alta Corte di non prendere in considerazione i risultati della Commissioni d’indagine Onu.

L’ong newyorchese sostiene che la CPI sta orientando il suo giudizio unicamente verso gli atti di violenza perpetrati dalle forze fedeli a Gbagbo, tralasciando di indagare anche sui simpatizzanti di Ouattara, anch’essi ritenuti responsabili di delitti e maltrattamenti.

Secondo Gilles Yabi, analista e fondatore del think-tank Wathi, la lentezza del processo e la dubbia imparzialità esercitata dal Tribunale dell’Aja, gettano un’ombra sulla riconciliazione e le prospettive di stabilità a medio-lungo termine in un Paese che è stato periodicamente sconvolto da crisi politiche.

La palese parzialità della Corte è spiegabile in parte con la mancanza di contatti diretti con le persone interessate dalle violenze nel 2011. Per supplire a tale lacuna, è stata istituita un’unità di ricerca interna alla Corte penale che cura la raccolta di informazioni neutrali circa i procedimenti giudiziari nel Paese africano.

Purtroppo, a causa della scarsità dei fondi a disposizione, l’unità è costretta a lavorare in modo discontinuo oppure a doversi avvalere della mediazione di alcune organizzazioni locali.

Nel frattempo, molte speranze per il futuro del Paese sono riposte nelle elezioni presidenziali del prossimo ottobre, che potrebbero porre fine in modo definitivo alle tensioni interne e imprimere un’ulteriore accelerazione alla crescita economica e sociale ivoriana.

@afrofocus

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